Silly Sam, Lovedrop, Amarena: le recensioni dei singoli italiani

Silly Sam
Silly Sam – DAG

IDC, DCA, FLS, LUV… l’amore che ha Silly Sam per le sigle come titoli delle sue canzoni va avanti anche con la nuova DAG. Che proprio di LUV si definisce “sorella”: sono state infatti composte insieme tre anni fa, ma mentre LUV è uscita subito DAG vede la luce solo ora. La sigla indica il “disturbo d’ansia generalizzato” e la canzone è una sorta di lettera rivolta proprio alla sua ansia. Dopo Nora con i WEL, il singolo torna ad essere prodotto da Charlie Amendola e ZEEGO con tipico sound pop punk che ormai caratterizza Silly Sam, ma leggermente più pesante rispetto ai primi lavori; comunque sempre catchy e adolescenziale senza essere frivolo. Nessuna parte rappata questa volta, ma compensa un interessante bridge in cui la voce ha uno scatto violento per uno sfogo tanto inaspettato quanto azzeccato. DAGhe! [Simone De Lorenzi]

Sabrina Napoleone – Gardur

Traccia d’apertura di Cristalli sognanti, il nuovo album di Sabrina Napoleone, questa Gardur che prende il nome forse dall’omonima località islandese. Di certo le sonorità della canzone ci possono ricordare un paesaggio immerso nella natura e a contatto con il mare e l’aria aperta: Sabrina intona il proprio testo, quasi una filastrocca ipnotica, su un pattern minimale di archi e altri strumenti che interagiscono quasi come in una jam session improvvisata ma azzeccata. Il risultato non è per tutti, ma ad alcuni piacerà davvero tanto.

Sümelga – La vita, l’universo e tutto quanto (cinematic-1)

Ormai lo sappiamo: i Sümelga ci regalano un singolo a settimana. Potremmo dire che ci pare un tantino esagerato, ma così è, e allora ecco con questo La vita, l’universo e tutto quanto (cinematic-1), che “vuole sottolineare il problema nell’affrontare certe difficoltà, che non bisogna mai farsi prendere dal panico, ma affrontare ogni sorpresa che la vita con coraggio e determinazione”. Si tratta di un intimo brano al pianoforte, appena arricchito da delicati synth, ma reso leggermente più cupo dal cantato profondo e grattato di Matteo Loda.

Superportua – Il funambolo

Il funambolo è uno dei brani contenuti in Grumi, il nuovo album dei Superportua. La canzone si sviluppa sui binari di un rock alternativo arricchito da arrangiamenti di archi, un po’ come se una canzone da musica leggera italiana incontrasse le chitarre. Spicca la voce profonda del cantante Michele Romanello, che intona un testo cantautorale più incentrato sulle parole che sulla memorabilità: non abbiamo infatti un ritornello particolarmente accattivante, e il brano risulta quindi maggiormente evocativo che instant-catchy, ma questa è sicuramente una prerogativa della band, altrimenti mica si definirebbero un gruppo “art rock”, o no?

Amarena – Verde veleno

Dopo l’esordio con Scioglimente, Amarena pubblica un secondo singolo intitolato Verde veleno, che vede un sound decisamente più incentrato sul rock, con belle chitarre a scandire lo strato musicale di un brano piuttosto energico che non rinuncia a suonare anche accattivante. Quello che convince meno è l’approccio vocale dell’artista romana, che non ci sembra abbastanza convinto per interpretare un brano distorto, dando quasi quell’impressione di quando senti qualcuno cantare una cover altrui senza troppo entusiasmo e in maniera un po’ impostata.

Angelo Iannelli – Vicini margini

Riecco Angelo Iannelli, che avevamo visto lo scorso anno con il singolo Così scappi da te. L’artista romano, prodotto dai fratelli Cosentino, presenta una ballad indie pop, dal carattere malinconico e tristino -che poi è un po’ una costante dei suoi brani. La canzone “racconta una relazione che è stata vissuta in un’eterotopia, appena fuori i confini della vita e della società, dove si stava bene proprio perché sospesi a un passo dalla felicità, come Roby Baggio negli USA”. L’incedere e le atmosfere presi malino alla lunga rischiano di diventare un filo pesanti, ma ci sorprende in positivo quel “m’hai rotto i coglioni” nel bridge, che spezza ilaremente la prevedibilità del singolo.

Aurora – Chagall (liberi)

Aurora è una delle tantissime Aurore che esistono nella musica italiana; difficile distinguerne una dall’altra quando ce ne sono così tante con lo stesso nome, ma tocca provarci lo stesso in qualche modo. Questa Aurora arriva al proprio secondo singolo, un pezzo pop ritmato e ball(icchi)abile intitolato Chagall (Liberi), che prende ispirazione dalla storia d’amore del noto pittore bielorusso e della moglie Bella. Il brano è abbastanza groovy, con un ritornello orecchiabile e ben studiato, che nel complesso sa di singolo adatto alle rotazioni radiofoniche, anche se un po’ prevedibile e già sentito.

Bucossi – Gli dei non sanno

Gli dei non sanno. Perché evidentemente non sono onniscienti. E qui ci sarebbe da aprire una discussione anche teologica sul concetto di divinità, o più semplicemente capire a quali dei faccia riferimento Bucossi: quelli dell’antica Grecia, o “gli dei” in generale (compreso il Dio cristiano, che però il dono dell’onniscienza ce lo dovrebbe avere). Ma per quanto riguarda la canzone in questione, questo discorso non ha una gran importanza: il brano è una tranquilla ballata chitarra e voce, molto lenta e melodica; una canzone d’amore in tutto e per tutto, magari un po’ melensa nel proprio sound, pur con una sferzaa finale quando la canzone acquisisce un sound full band, ma comunque dolce.

Digiovanni – Resta ancora

Col suo precedente singolo In piedi sopra il mare Digiovanni ci aveva sorpresi con un sound proteiforme influenzato da synthpop, rock e cantautorato; con il nuovo brano Resta ancora l’artista continua a esprimere le proprie influenze e le proprie sonorità variegate: abbiamo infatti un pezzo tendenzialmente lento e riflessivo, che utilizza un delicato pianoforte abbinandogli un synth acido e delle chitarre quiete. L’effetto è quello di una canzone “che si colloca in un momento preciso della giornata, l’ultimo barlume di luce prima del tramonto, e in un luogo preciso della carta geografica, una città di mare come Livorno”. Brano non catchy o immediato, ma meritevole per la propria ricerca artistica non scontata.

Eakos – Faccio un giro

Ancora un singolo per Eakos, visto da poco con Rosso di Marte. Faccio un giro è un brano tra hip hop e pop con dei bassi davvero pronunciati che rendono il brano abbastanza tamarro. Il ritornello non è particolarmente catchy, mentre la canzone basa la propria attrattiva principalmente proprio sui bassi che prendono l’ascoltatore. Il brano “esplora vecchi ricordi riguardanti una persona che non fa più parte della vita di Eakos, che oggi ha maggior consapevolezza e sa come gestire meglio una relazione”.

Francesco Luz – Il primo minuto di sempre

Francesco Luz tratta il tema del Primo minuto di sempre sul suo nuovo singolo. Si potrebbe pensare sia l’attimo appena successivo alla Creazione (specialmente visto il riferimento alle ragazze delle scuole cattoliche nel primissimo verso), ma in realtà il primo minuto di sempre è quello “per sentirsi unici/utili/stupidi/ultimi”, come rivela il ritornello. La canzone, ci dice l’artista, parla del “percorso di crescita degli adolescenti, una fase in cui ogni giorno può portare cambiamenti radicali e ogni piccolo evento può diventare un capitolo nella definizione della loro identità”. È un brano pop rock dove la strumentazione è abbastanza relegata allo sfondo, con suoni semplici e minimali, per lasciare maggior spazio al cantato che tenta di mettere in mostra un’ampia estensione. La sensazione è che manchi qualcosa, specialmente al ritornello, per creare una canzone davvero memorabile che possa lasciare il segno.

Itaca Reveski – Nessuno (X)

Riecco Itaca Reveski, che non ci proponeva qualcosa di suo da un bel po’ (l’ultima volta era il tranquillo brano Hyperion). Il nuovo singolo dell’artista si chiama Nessuno (X) ed è un pezzo che prende posizione contro il bullismo e il cyberbullismo. Al di là del tema meritevole, la canzone suscita la nostra curiosità per il sound eterogeneo e diversificato che propone: troviamo dei synth Italodance nel ritornello che fanno volare come ai tempi d’oro di Mario Get Far Fargetta e GGDAG, ma pure un bridge dove una chitarra molto distorta assume sembianze post-hardcore quasi da breakdown. La combinazione può disorientare, ma a noi piace (chaotic good).

Johnny DalBasso – Berlin Burning

Nuovo singolo tiratissimo per Johnny DalBasso, dopo la sua Galvanica di alcune settimane fa. Berlin Burning è un brano dal titolo inglese ma dal testo in italiano al 100%, che in appena 1:51 minuti dà fondo a tutte le proprie energie. Un po’ di Green Day nelle melodie, un po’ di classico punk rock dai Ramones alla California anni ’90 nelle chitarre, per un brano che prende spunto dagli attimi conclusivi della seconda guerra mondiale (e da London Burning dei Clash) per esprimere tutto il proprio disgusto per i conflitti. Questa live ci dà proprio l’idea di essere una mina.

Lovedrop – We Got No Friends

Secondo singolo per i Lovedrop, che su We Got No Friends si avvalgono dell’aiuto di Jessie Williams, cantante degli Ankor. Il synth un po’ tunz tunz che apre il brano non deve ingannare: si tratta infatti di un brano pop punk, sebbene piuttosto danzereccio sia per ritmi che per sound (complice anche lo stesso synth). La canzone parla della “difficoltà nel trovare un legame genuino e duraturo. Una vera e propria lotta al giorno d’oggi dove ormai sembra essere tutto così superficiale e dove la profondità di un legame vero sembra non esserci più”. Ma se l’argomento è riflessivo, le sonorità non lo sono affatto: We Got No Friends è un brano upbeat e allegro, che non può non far prendere bene chiunque lo ascolti, e un ritornello abbastanza accattivante è la ciliegina sulla torta di un buonissimo brano all’altezza della produzione internazionale di questo genere.

 

Nori – Dove vanno tutti

Brano minimale questo Dove vanno tutti di Nori: l’artista presenta un pezzo essenzialmente pop elettronico, dall’incedere cadenzato e dalle sonorità vagamente mistiche; c’è una chitarra, ci sono dei beat, c’è un cantato quasi sospeso nel tempo che a volte sembra quasi andare fuori tempo. Un singolo di non facilissimo approccio, non tanto perché faccia un genere particolarmente ostico, ma per il sound spazioso e anti-catchy.


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