Gli album italiani del mese: Jennifer in Paradise, Sara Baroni, Silly Sam & more

Jennifer in Paradise – Torrente
Abbiamo già avuto modo di dire quanto i Jennifer in Paradise ci stavano facendo volare in occasione dell’uscita dei primi singoli, e la sensazione è confermatissima con l’arrivo del disco intero. Torrente pesca a piene mani dalla nostalgia per gli anni 2000, consegnandoci 9 tracce di puro emo/post-hardcore sullo stile di Funeral for a Friend, Silverstein, Saosin e tutti quei gruppi che siamo cresciuti idolatrando. La differenza è che il cantato è in italiano e un po’ più affine alla corrente emo/alternative rock che in Italia si è sviluppata nell’ultimo decennio con gruppi come Cara Calma, Atlante e Voina, ma non manca qualche bello scream nostalgico. Di Torrente ci piace un po’ tutto, anche la scelta di includere numerosi passaggi strumentali all’interno dei brani invece che avere costantemente il cantato in primo piano: di solito, è un segno che la band ha qualcosa di importante da dire non solo nei testi ma anche musicalmente, e infatti qui la musica è di altissimo livello. Curioso l’inserimento di un intermezzo come seconda traccia (Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi), ma ci piace anche questa scelta “laterale”. I Jennifer in Paradise sono la band emo alla Funeral for a Friend che in Italia aspettavamo da vent’anni.
Sara Baroni – Dead End
Esordio assoluto per la giovanissima cantautrice milanese, che con questo EP si pone già di diritto in prima fila nello (sparuto) movimento che cerca di portare anche in Italia le sonorità dell’indie rock / indie folk molto popolari in terra angloamericana con artiste come Julien Baker, Clairo, Beabadoobee e le Boygenius. Sfoggiando un’invidiabile pronuncia dell’inglese, Sara Baroni mette insieme sei tracce dal carattere riflessivo, introspettivo e malinconico, intrise dei pensieri e delle esperienze dell’adolescenza e che proprio per questo suonano fresche anche nell’ambito di un sound in cui l’artista tende principalmente ad assimilare concetti che arrivano dall’altra parte dell’Oceano. Considerata anche l’età di Sara, Dead End è una prova notevole. Senza voler mettere pressioni, è comunque una cantautrice che terremmo strettamente d’occhio per il futuro prossimo e a cui auguriamo di riuscire presto a portare tanto in giro la sua musica, magari anche fuori dai confini nazionali.
Silly Sam – Punti di svista
Silly Sam è in giro ormai da qualche tempo, facendosi conoscere per i suoi brani così come per alcuni featuring, su tutti quello con i WEL nel loro brano Nora, ma solo ora pubblica il suo primo EP compiuto, questo Punti di svista che ci fa sentire un’interessante evoluzione nel sound dell’artista friulano. Se sulle prime uscite il suo stile era principalmente rappato con qualche inserto pop punk, si può dire che la situazione si è sostanzialmente ribaltata in questi nuovi pezzi: il genere è indubbiamente pop punk, al quale Silly Sam aggiunge qualche strofa o qualche bridge rappato, e ci sentiamo di dire che questa evoluzione sia assolutamente positiva. I nuovi pezzi suonano più potenti, più trascinanti e più divertenti (merito anche del carattere istrionico dell’artista che si riflette nei brani, a volte eccessivi in maniera esilarante [“se non spacco con ‘sta musica mi taglio il pisello”]).
Lillà – Dove tutto crolla
La scena screamo italiana è la più fertile d’Europa: forse lo era anche prima del covid anche se le band suonavano spesso davanti a una trentina di persone, ma dal 2022 in poi i concerti di molti gruppi hanno cominciato a essere presi d’assalto da un numero impressionante di persone, soprattutto giovanissime, attirate nell’orbita dello screamo contro ogni previsione di marketing o di algoritmo. I Lillà sono arrivati con il tempismo perfetto in questa wave fenomenale: nati a Roma nel 2022 da membri di precedenti progetti, hanno pubblicato un EP nel 2023, e ora tornano con questo nuovo lavoro di cinque tracce, che si inserisce sicuramente nell’alveo fecondo dello screamo nostrano ma che ha anche alcune specificità che potrebbero renderlo un disco perfetto per fare da “ponte” per le persone che si avvicinano al genere: musicalmente è un disco ampiamente influenzato dall’emo e dal post-hardcore, quindi leggermente più melodico e meno furiosamente caotico dello screamo per come ci si immagina lo standard del genere; e poi si capiscono le parole urlate da Andrea (oddio, non proprio tutte tutte, ma una buona parte sì), cosa che rende i Lillà quasi un unicum perché non usano quella che abbiamo chiamato la “lingua franca dello screamo” (cioè urla assolutamente indecifrabili in qualsiasi linguaggio siano originariamente stati scritti i testi).
Sanlevigo – Spettri
Con Spettri, i Sanlevigo consegnano il loro lavoro più ambizioso e inquieto in assoluto: un album concettuale che mette a nudo le crepe degli ultimi cinque anni, tra pandemie, guerre, crisi personali e derive collettive. Dieci tracce come dieci stanze di un labirinto esistenziale che si muovono tra post-punk, new wave e indie rock, ma non per rincorrere mode: piuttosto per creare un ambiente denso, psichedelico e claustrofobico, fatto di chitarre visionarie, bassi ipnotici e pattern di batteria stratificati. L’elettronica non è mai decorativa, ma plasma scenari malinconici e cupi, dando forma a un universo sonoro che sembra uscito da una backroom digitale, dove i confini tra sogno e incubo si confondono. Al centro del concept c’è un’umanità prigioniera dell’eterno presente, schiacciata in un limbo dantesco: relazioni sfocate, identità fragili, algoritmi e un individualismo cinico che rimpiazza il senso di comunità. Ogni brano diventa così un frammento di memoria collettiva, una fotografia distorta di un’epoca in cui l’uomo si ritrova inibito. Spettri non offre vie di fuga né catarsi, ma preferisce restituire con lucidità il lento declino che vive la società contemporanea. È un disco che non consola, ma che accompagna chi ha il coraggio di guardare dritto nelle ombre del presente.
Tum – Dark Side of the Minigolf
Con Dark Side Of The Minigolf, TUM conferma il proprio percorso come artista solitario e indipendente, lontano da logiche di scena e da mode musicali predefinite. Questo secondo album è un vero e proprio diario musicale, in cui l’artista mette a nudo emozioni, ricordi e riflessioni quotidiane, trasformandoli in canzoni sincere, delicate e profonde. Il disco si caratterizza per l’assenza di featuring e collaborazioni artistiche di spicco, scelta che rafforza il senso di intimità e autonomia creativa. Anche dal punto di vista promozionale, TUM ha mantenuto una distanza netta dal circuito musicale: nessun concerto, nessuna apertura a festival o live, nessuna strategia di visibilità tradizionale. Tutto il peso dell’album ricade sull’autenticità delle canzoni, sulla loro capacità di parlare direttamente all’ascoltatore. Dal punto di vista sonoro, Dark Side Of The Minigolf alterna arrangiamenti essenziali e strumenti acustici (ukulele, armonica, corno francese) a tocchi di synth, creando un universo musicale personale e riconoscibile. I testi affrontano amore, dubbio, piccole catastrofi quotidiane, con un approccio riflessivo e mai forzato. Brani come Lay Your Love mostrano come semplicità melodica e profondità emotiva possano coesistere, rendendo il disco immediato e insieme denso di sfumature. Questa totale indipendenza fa dell’album un esempio di resistenza musicale: TUM si muove fuori da qualsiasi scena consolidata, non segue trend né formule vincenti, eppure produce un lavoro di grande qualità artistica. In un panorama dove le differenze tra underground e mainstream sembrano sempre più insormontabili, Dark Side Of The Minigolf dimostra che la musica autentica può sopravvivere e affermarsi anche senza supporti commerciali o mediazioni esterne. TUM realizza un progetto che è al contempo intimo e universale, minimale ma ricco di emozioni, e testimonia come sia possibile creare musica vera, personale e resistente, senza compromessi, fuori da ogni schema di scena. Questo disco è un invito a rallentare, ascoltare e apprezzare la forza silenziosa di chi fa della propria arte un atto di indipendenza e coerenza.
The Flatnoise – Fight or Flight
Dopo l’album del 2024 A Long Journey, i The Flatnoise tornano con un breve EP di quattro canzoni che compendia il loro “punk rock acustico”. Impreziosito da un featuring con la leggenda del punk israeliano Yotam Ben Horin degli Useless ID sulla traccia d’apertura Anxiety, Fight or Flight è un lavoro accattivante e gradevole da ascoltare: bei ritornelli, riff melodici ma accattivanti, un po’ di gang vocals sparsi qua e là e la sensazione di essere di fronte a un Chris Carrabba che invece di crogiolarsi nella malinconia di una cameretta decide di uscire a farsi (più di) una birra con gli amici. Da migliorare la pronuncia dell’inglese, cruccio condiviso con parecchie band nostrane che si cimentano con la lingua della Perfida Albione.
Fitza – Ho avuto una disavventura
L’album d’esordio di FITZA, Ho avuto una disavventura, morde e consola: un disco che racconta con feroce lucidità il passaggio tra giovinezza e età adulta. Nove brani che suonano come un diario aperto, dove ansia, amore e colpa si intrecciano tra distorsioni grunge e carezze alternative-rock. L’artista comasca costruisce un racconto intimo e generazionale, in cui la voce si fa specchio delle contraddizioni di chi vive sospeso tra la paura di fermarsi e quella di andare avanti. Le influenze oscillano tra la vulnerabilità dei Radiohead, l’urgenza dei Nirvana e la potenza emotiva di PJ Harvey, ma FITZA riesce a farle proprie, dando vita a un linguaggio personale e diretto. Ogni canzone è un frammento di identità che si ricompone, tra chitarre taglienti, ritmiche spezzate e momenti di puro abbandono emotivo. Dentro il disco scorrono istantanee di vita reale: A tono parla di relazioni sbilanciate e della difficoltà di rompere i circoli viziosi. In Ho paura di uscire la notte, la voce si fa quasi un sussurro, fragile e disarmata, per affrontare la violenza e la paura. Felice e Inspira alternano leggerezza e tensione, fino a Imitazione, in cui FITZA si specchia nel volto di chi l’ha ferita, cercando una forma di perdono possibile. La title track, Ho avuto una disavventura, chiude il cerchio con un grido di verità: riconoscere le proprie cadute come l’unico modo per rinascere davvero. Ho avuto una disavventura è un manifesto per chi non si vergogna di sentirsi perso, ma continua a cercarsi, a voce alta, tra le crepe e il rumore del mondo.
I Sordi – Shockini
Quando ascolti Shockini, la prima cosa che colpisce è la sua voglia di mescolare: non un genere, non un tono, ma una moltitudine di impulsi, sensazioni e contraddizioni. I Sordi, due fratelli vicentini, consegnano con questo album un debutto che suona come un “messaggio in bottiglia” contemporaneo: un invito sincero e un po’ sgangherato a guardare la vita adulta con ironia, rabbia, malinconia, ma anche con una certa leggerezza, un’irriverente ironia che non nasconde nulla. Non aspettatevi un pop patinato o un disco confezionato secondo le regole del mercato. Ogni pezzo è nato “a quattro mani”, privilegiando urgenza e intenzione rispetto alla perfezione stilistica. Ogni “shockino” diventa un micro ritratto generazionale: frammenti di vita vissuta, di ansia da lavoro e bollette, di notti insonni e sogni incerti. Sono piccole istantanee quotidiane, a volte comiche, a volte dolorose, tutte attraversate da un’ironia cruda e sincera. Musicalmente, Shockini fa vibrare più corde: funk, elettronica, acustica e derive sperimentali convivono senza mai diventare confusione indistinta. In un momento in cui il pop italiano rischia la standardizzazione, I Sordi lo ricostruiscono come un collage: melodie familiari, strutture riconoscibili, testi quotidiani, ma carichi di onestà. La loro forza sta nella verità disordinata, nelle crepe che non vengono nascoste, nell’urgenza di raccontare la vita così com’è, con tutte le sue imperfezioni. È un disco difficile da classificare, e per questo anche difficile capire a chi consigliarlo. Non si tratta di scegliere una fascia di pubblico o un target preciso: Shockini va ascoltato senza pregiudizi, lasciandosi trasportare dai suoi contrasti, dalle sue deviazioni improvvise, dalla sua energia sincera. Non cerca di piacere a tutti, ma ha il raro merito di colpire chi si apre alla sua stranezza e alla sua autenticità. In un panorama musicale spesso dominato dall’effetto e dalla perfezione, I Sordi scelgono la sincerità: il loro debutto non suona come un inizio, ma come un’urgenza già matura. È un disco che va vissuto, assorbito, lasciato agire, e solo così rivela tutto il suo fascino imprevedibile.
Otus Medi – Ethus
Ethus è un disco in cui Otus Medi ha voluto esplorare le varie forme musicale adatte all’esperienza del club. Anticipato dai singoli Into the Dark e A Beautiful Melancholy, il primo album dell’artista sorprende per la varietà di elementi sonori al suo interno: accanto a momento più “canonici” e vicini allo standard (Into the Dark, A Beautiful Melancholy, Cake, Now I Know) sono presenti brani con strumentazione e armonie più ricercate, come dimostra la fisarmonica di Pulsing Waves, o il violino di Neige Rouge e Peace, il cui suono malinconico e aspro ricorda le colonne sonore più allucinate di Hans Zimmer. A proposito di colonne sonore, molto apprezzato Aria, un breve inciso più simile a una sonata al piano che a un disco per club. [Riccardo Provasi]
Epoca22 – Dicembre
Dicembre è il nuovo EP degli Epoca22 e suona come una stagione che non passa mai: un intreccio post-punk, new wave e shoegaze per raccontare il lutto, la separazione, il momento in cui l’identità si spezza e impara a reggersi su nuove crepe. Non c’è romanticismo nel freddo che attraversa questi brani, ma una forma ostinata di sopravvivenza, qualcosa batte ancora, anche sotto il gelo. Le sonorità sono ruvide e sature, immerse in riverberi che dilatano lo spazio in rituali. I bassi girano in tondo in una corsa immobile, mentre le chitarre ricche di fuzz aprono spiragli di luce in una nebbia emotiva fitta e opprimente. I testi frantumano pensieri e ricordi, seguendo fedelmente il modo in cui la mente inciampa nella perdita. I quattro brani sono stanze dello stesso inverno: se Dicembre è il rumore dell’assenza, Agosto è un’estate che non consola; Tu Dici il disincanto della consapevolezza, Non c’è più posto una degna chiusura catartica. Gli Epoca22 costruiscono così una mappa di scarti e rinascite imperfette, dove amore e ferita convivono fino a diventare indistinguibili. Un EP che non promette guarigione, ma resistenza.
Roberto Benatti – Quest’inverno mi sposo
Con Quest’inverno mi sposo, Roberto Benatti conferma di essere un cantautore capace di trasformare le proprie esperienze in narrazione universale, con un approccio che unisce introspezione e concretezza musicale. Dodici brani scandiscono la vita quotidiana, le fragilità, le scelte e i piccoli passaggi esistenziali, raccontati senza fronzoli, con una sincerità che è ormai rara nel panorama musicale contemporaneo. L’elemento più sorprendente dell’album è proprio la sua artigianalità. In un’epoca dominata da produzioni patinate, virtuosismi vocali artificiosi o stratagemmi studiati per le playlist, Benatti insieme a Alessandro Fiori costruisce ogni canzone come se fosse uscita da una bottega di falegnami della musica. Ogni arrangiamento è curato nei dettagli, ogni silenzio calibrato, ogni nota materica. Si percepisce il tocco umano, la pazienza e la dedizione: non c’è nulla di virtuale, nulla che tenti di ingannare l’ascoltatore. Il disco suona concreto, tangibile, e invita a un ascolto attento e rispettoso. Musicalmente, l’album oscilla tra cantautorato tradizionale e piccoli tocchi contemporanei, senza cedere all’artificio. Chitarre, pianoforte, contrabbasso e percussioni leggere accompagnano la voce con discrezione, creando un’atmosfera intima e riflessiva, dove la melodia sostiene il racconto senza sovrastarlo. Le canzoni crescono lentamente, come capitoli di un diario emotivo, e si lasciano assaporare più che consumare rapidamente. La scrittura di Benatti è al centro dell’album: precisa, spontanea e attenta ai gesti minimi della vita. Non ci sono urla, non ci sono virtuosismi da esibizione; c’è invece una voce che ascolta e racconta, capace di trasformare la malinconia e i dettagli quotidiani in poesia cantata. Le liriche rivelano un autore maturo, consapevole delle proprie radici artistiche ma desideroso di costruire qualcosa di perdurabile e autentico. Se il disco ha un limite, è la sua coerenza stilistica: chi cerca impatto immediato o brani urlati potrebbe percepire un certo rallentamento. Ma è proprio questa scelta ponderata a fare di Quest’inverno mi sposo un’opera preziosa, autentica e materica, che resta con l’ascoltatore molto dopo l’ultima nota. Benatti si conferma come una voce originale del cantautorato italiano contemporaneo, capace di coniugare narrazione personale, sensibilità universale e artigianalità musicale.
Nevecieca – Vacuità
I Nevecieca presentano il loro primo disco ufficiale, Vacuità, una scommessa sincera e urgente che, nel 2025, suona quasi rivoluzionaria nella capacità della band di restituire alla musica il valore dell’urgenza e dell’autenticità. Questo lavoro non cerca scorciatoie né compromessi con logiche da streaming o hit radiofoniche: emerge una band che suona per sé stessa, con l’esigenza reale di raccontare un tempo interiore sospeso tra attese e disillusioni. Vacuità indaga la fase di passaggio tra giovinezza e responsabilità adulte, la cosiddetta “crisi del quarto di secolo”, con testi che evocano false speranze, sensazioni di inadeguatezza, amori bruciati e sogni sfumati. Ma non si tratta di un diario patetico: i Nevecieca utilizzano il grunge, il rock alternativo e la ruvidità della chitarra per dare forma a queste ferite con onestà e una tensione che non cerca consolazione facile. Dal punto di vista sonoro, l’album mescola atmosfere oniriche e sognanti a riff ruvidi e chitarre che graffiano. Si alternano momenti di malinconia rarefatta e scatti rock nervosi, mostrando come i Nevecieca siano una band nata per suonare dal vivo, trasmettendo tensione ed energia anche quando l’ascolto è più intimo. In questo equilibrio risiede la loro forza: Vacuità non è mai banale, ma costruisce un sound credibile che restituisce tensione e vulnerabilità. Vacuità suona come un pugno allo stomaco: evocativo, diretto, necessario. È un album che parla a chi vive in bilico, tra attese e desideri, tra paura e speranza, senza retorica: con concretezza, fragilità, e la sensazione che dietro ogni accordo ci sia un’urgenza reale.
Isygold – Anedonia vol. 1
ANEDONIA Vol.1, album d’esordio di isygold, è un’opera istintiva e sincera nata nei momenti in cui la vita ha smesso di dare piacere. Un disco che rifiuta strutture canoniche per lasciarsi guidare dagli sbalzi d’umore dell’autore: dieci tracce tra cantautorato, elettronica naïf, ballate intime, brani strumentali e versioni live, specchio di un’anedonia vissuta tanto a livello personale quanto generazionale. L’ascolto si apre con la malinconia cinematica di Rêve de Pluie, mentre Luce Sei porta l’album verso un cantautorato costruito per stratificazioni, seguito dalla dolcezza di Senza di te. Con PanikAttak isygold immerge l’ascoltatore in una crisi di panico raccontata tra tensioni sonore e citazioni poetiche. Le strumentali come Saudade mostrano il suo gusto per atmosfere da colonna sonora, mentre Beverly Pills introduce un tocco di ironia che esplode poi nella follia elettronica balcanica di Vladivostock. A chiudere, Buonanotte, registrata in presa diretta, culla l’ascoltatore con una sincerità quasi domestica. ANEDONIA Vol.1 è un caleidoscopio libero e naïf, un diario sonoro che salta tra emozioni e stili con naturalezza. Come la Cattedrale Vegetale dell’artwork, isygold attraversa il proprio labirinto interiore osservando il mondo, trasformando fragilità e caos in uno spazio creativo vivo e personale. Un esordio che restituisce alla musica la sua dimensione più umana e giocosa.
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