Gli album del mese: Joyce Manor, Charlie Hickey, Beatrice Pucci & more

Joyce Manor
Foto di Dan Monick

Joyce Manor – 40 oz. to Fresno

(Epitaph Records, 10 giugno 2022)

I Joyce Manor ci hanno messo quattro anni per scrivere un disco di sedici minuti. Ma essendo i Joyce Manor, questa è una caratteristica che elettrizza i fan invece che deluderli. La band ha sempre pubblicato dischi cortissimi, che variavano tra una lunghezza di 24 minuti quando decidevano di essere particolarmente prolissi (vedi Cody, del 2016) e i 19 minuti del loro disco più celebre, Never Hungover Again (2014). I sedici minuti di 40 oz. to Fresno però rappresentano un record anche per la band californiana. Anticipato dal singolo Gotta Let It Go (uno dei brani più lunghi dell’album con i suoi 1:56 minuti), è un album punk rock che non teme di alleggerire i toni per sconfinare ogni tanto nell’indie/punk, e soprattutto fa parecchio divertire, sia quando si prende poco sul serio (vedi You’re Not Famous Anymore) sia quando fa le cose fatte per bene (vedi la bellissima Souvenir con quel riff favoloso di chitarra). 40 oz. è un disco che dura talmente poco che quasi non si fa in tempo a cominciare ad assaporarselo, ma la soluzione è metterlo in loop, tanto per quattro ascolti basta un’oretta di tempo!


Charlie Hickey – Nervous at Night

(Saddest Factory, 20 maggio 2022)

Volevamo una risposta al maschile a Phoebe Bridgers? Beh, ora abbiamo quella definitiva. E non solo perché Charlie Hickey esce su Saddest Factory Records, l’etichetta fondata dalla stessa Phoebe, ma perché il suo album d’esordio Nervous at Night è sostanzialmente la trasposizione al sesso opposto dell’artista losangelina. Prodotto dal noto collaboratore di Bridgers, Marshall Vore, è un disco cantautoriale tra l’indie folk e l’indie pop, con brani quasi sempre riflessivi e tranquilli: evidente il tentativo di emulare quanto fatto con successo da Phoebe Bridgers su Punisher. Le analogie sono fin troppo evidenti per passare in secondo piano, e certo non sono un punto a favore del buon Charlie, che però dalla sua ha alcuni brani effettivamente molto belli: Gold Line, Thirteen e la title track Nervous at Night stanno in piedi da soli e fanno la loro bella figura anche nelle playlist indie, e l’intero album diventa un piacevolissimo ascolto in macchina la sera tardi quando si sta tornando a casa guidando piano in autostrada.


Beatrice Pucci – Le colline dell’argento

(self-released, 3 giugno 2022)

Quando un artista ha un talento enorme lo si capisce anche solo da una canzone. Chi alla fine del 2019 ascoltava Quel bar di Ariete poteva capire subito che Arianna aveva una sensibilità artistica fuori dal comune, cosa che si è poi in buona parte confermata con le sue uscite successive, per quanto più poppeggianti per venire incontro alle esigenze di mercato. Lo stesso si può dire di Beatrice Pucci ascoltando la sua Figli, traccia che apre il suo EP d’esordio Le colline dell’argento. Beatrice ha scritto, suonato, registrato e mixato da sé l’intero disco, il che pare ancora più incredibile vista la qualità che traspare dai brani. Sono sei pezzi quasi interamente voce e chitarra, con occasionali interventi di batteria e altri strumenti per arricchire l’arrangiamento dei brani, ma la loro vera e propria essenza rimangono le parole e le note cantate dall’artista, che evocano i migliori momenti di Julien Baker (senza però le emozioni strazianti che compaiono nei testi dell’artista americana) o della nostra Emma Nolde. Figli è forse la traccia migliore dell’EP, ma tutte e cinque le altre entrano sotto la pelle sempre più a fondo con ogni ascolto successivo -e questo è un disco che di ascolti ne merita parecchi nonostante ne bastino un paio per farsi stregare. Con Beatrice abbiamo tra le mani un talento immenso; cerchiamo di non sprecarlo facendola passare inosservata.

Leggi anche la nostra intervista a Beatrice!


In Her Own Words – Distance or Decay

(Thriller Records, 27 maggio 2022)

Quarto disco in studio per gli In Her Own Words, band affine al pop punk che per qualche motivo non è mai davvero riuscita a imporsi fra i principali nomi della scena, nonostante una presenza bene o male fissa nei tour e nei festival del genere e una buona regolarità nelle uscite discografiche. Il motivo va forse ricercato nella mancanza di veri e propri pezzoni negli album del gruppo losangelino, e in effetti pare un problema comune anche a quest’ultimo disco, Distance or Decay. Gli 11 brani che compongono la tracklist sono infatti tutti molto gradevoli e facili da ascoltare, ma manca completamente un ritornello catchy e di presa immediata, un momento esaltante e trascinante o qualsivoglia elemento che renda riconoscibili le tracce. Persino i featuring di un certo peso (Derek DiScanio degli State Champs e Jonathan Vigil dei The Ghost Inside) non lasciano troppe tracce di sé, confinati nell’interpretazione di scialbi bridge che passano quasi inosservati. Sono passati ormai dieci anni da quando la band ha debuttato, ma gli In Her Own Words ancora non riescono a scrivere una canzone memorabile, e a questo punto viene da pensare che difficilmente saranno in grado di farlo in futuro.


Mint Green – All Girls Go to Heaven

(Pure Noise Records, 3 giugno 2022)

Album d’esordio per i Mint Green da Boston, band che è stata recentemente messa sotto contratto da Pure Noise Records dopo un paio di EP pubblicati negli scorsi anni. Il quartetto propone “un indie rock con venature emo” (questa definizione l’avevamo già data per il loro singolo What I’m Feeling e la band l’aveva trovata particolarmente divertente traducendola con Google Translate) alla Adventures, Tigers Jaw e Pity Sex; un genere per il quale la voce della cantante Ronnica sembra particolarmente adatta grazie al suo incedere grazioso ed elegante, pur tradendo a volte ampi margini di miglioramento tecnico, specialmente quando si lancia nelle parti più acute o aggressive (vedi What I’m Feeling o Make Me Stay). All Girls Go to Heaven è un disco che scorre molto piacevolmente, e anche se a volte ci vorrebbe forse un cambio di passo per dare più energia, i suoi 35 minuti sembrano decisamente meno, segno che l’ascolto intrattiene. Con qualche accorgimento la band può probabilmente fare breccia all’interno di quella nicchia indie a cui piace pescare anche un po’ dal punk.


OSLO – Great Places

(Christmas Records, 20 maggio 2022)

Cercando su Google “oslo great places” escono fuori le principali attrazioni della capitale norvegese; certamente meno famoso della città nordica è invece il progetto d’esordio di TJ Horansky, chitarrista dei fu Sleep on It: OSLO si rivela essere l’anagramma di “solo” – è infatti il suo solo project – e Great Places il suo primo LP. Masterizzato da Paul Leavitt (che ha prodotto band del calibro di The Dangerous Summer, The Used e Turnstile) il disco è debitore di certo emo anni 2000 e nelle intenzioni può ricordare i lavori solisti di Derek Sanders, cantante dei Mayday Parade. Si sta parlando di brani che seguono la scia di un cantautorato molto basico, sostenuti quasi solamente da chitarre acustiche; ne viene fuori un prodotto genuino in cui a essere rafforzate sono le componenti più intime e introspettive. Un paio di pezzi (Albatross e If You Were Here, Then I’d Be Home) sono impreziositi dalla voce molto melodica di Molly Coleman, concittadina di Chicago; alcuni (vedi Voice Memo 9-8-20) sono prodotti in maniera volutamente grezza, lasciando trasparire imperfezioni, sporcature e suoni ambientali. Le radici pop punk di Horansky si palesano a tratti, in rari soprassalti che si verificano specialmente in Loma Prieta, dove osano affacciarsi una batteria, riff di chitarra elettrici e persino cori quasi urlati. Nel complesso si tratta di un album apprezzabile, forse un po’ troppo pacato: non si fa ascoltare dall’inizio alla fine, a meno che lo si voglia sfruttare come sottofondo chill. [Simone De Lorenzi]


Harbor – Now, Where Were We?

(self-released, 6 maggio 2022)

Seconda prova in studio per Harbor, progetto parigino che aveva debuttato nel 2017 con l’album Lifeline e che si era ripresentato lo scorso settembre con il bel singolo Rewind. Now, Where Were We? è un EP di quattro canzoni più un’intro che si inserisce indubbiamente nell’alveo della produzione folk pop europea, con band come Fleet Foxes e Talos come punti di riferimento, ma senza allontanarsi eccessivamente da quello che ci hanno fatto ascoltare gruppi mainstream come The Lumineers o Of Monsters & Men. A differenza di questi ultimi però Harbor sembra approcciare le proprie composizioni con un piglio maggiormente teatrale, quasi come se la voce stesse declamando una poesia invece che limitarsi a cantare un testo, ed è un tratto che si coglie fin dal primo “brano intero” Waterworks e che prosegue evidente anche nel singolo Rewind. La tracklist è piuttosto corta, ma le tracce sono ampie e sviluppate, superando tutte i cinque minuti, e non sorprende quindi che anche la strumentazione risulti ricca pur nella sua semplicità, con gli archi che accompagnano a intermittenza le parti più evocative del disco. Premiante è anche la composizione dinamica del disco, in cui si alternano pezzi più ariosi e riflessivi come Waterworks e Rewind e canzoni dal ritmo più urgente e veloce come Playhouse e Whirlwind. Now, Where Were We? è un EP che ci immaginiamo di ascoltare all’aria aperta in qualche piccolo evento boutique, possibilmente al crepuscolo con qualche falò acceso per riscaldarci mentre l’aria della sera comincia a farsi freddina e i nostri bicchieri si riempiono di idromele o di calvados.


Hollow Echoes – Hollow Echoes

(self-released, 24 maggio 2022)

Primo EP per gli Hollow Echoes, rock band nostrana che sembra avere già le idee chiare sul tipo di musica che vuole proporre. Hollow Echoes è un disco di quattro tracce, di durate piuttosto considerevoli (per la media attuale, s’intende: un brano supera i sei minuti, altri due i quattro) e dal forte sapore teatrale-orchestrale. Il sound dell’EP in realtà sa anche variare, con sonorità più progressive in un brano come Counting the Days, più alternative rock in Your Smell Was the Drug e in So Many Hours e quasi dal rock ballad in If You Are Kronos (You Suck Young Blood), ma quello che è consistente è l’approccio musicale ai brani e anche il cantato potente e raffinato di Martina Farinola. “Ogni brano gira attorno al tema del tempo. Il tempo inteso in tantissime forme diverse come ad esempio divinità, isolamento forzato, apatia oppure come arco temporale”, spiega la band, che impreziosisce anche il disco con riferimenti come Aspettando Godot (So Many Hours) o il dipinto di Goya Saturno che divora i suoi figli (If Your Are Kronos). Un’opera quindi che unisce vari campi artistici e che si presenta solida e ben sviluppata: apprezziamo.


Conosci mia cugina? – The Italian Swing Volume 2

(LaPOP, 25 maggio 2022)

Conosci mia cugina? Sembra il titolo di qualche sequel di film tipo Ti presento i miei o simili, invece è il nome di un gruppo che tiene vivo il genere dello swing, riproponendo pezzi classici della musica italiana reinterpretati appunto in chiave swing jazz. Qui devo confessare la mia ignoranza, perché di 10 brani di cui si compone il loro nuovo album The Italian Swing – Volume 2 (fuori su etichetta LaPOP) ne conosco appena due -gli impossibili-da-non-sapere Tu vuò fa’ l’americano e Nel blu dipinto di blu. Mi fido comunque che anche gli altri siano dei classici, qui riproposti in versioni leggere, ariose e divertenti, e ovviamente parecchio retro, risalendo fino agli anni ’30 e ’40 in cui queste sonorità facevano furore.


Lamette – 100 BPM

(Aurora Dischi, 3 giugno 2022)

Dopo una lunga scia di singoli iniziata nel 2020, il duo piacentino Lamette presenta finalmente una composizione discografica sulla media distanza sotto forma di quest’EP intitolato 100 BPM, come “il numero presunto di battiti per minuto del cuore quando ci innamoriamo” (romanticoni!). Il disco contiene sei brani che nel complesso possono senz’altro essere raccolti sotto l’etichetta di “indie pop”, anche se nella tracklist c’è una certa varietà. Se Occhi diamanti sfiora quasi sonorità pop punk e in ogni caso molto basate sulla chitarra, altri brani propendono per un indie pop/synthpop downtempo e ricco di bassi (vedi La crisi e in parte la title track 100 BPM); allo stesso tempo ci sono pezzi più urban pop o indie pop contemporaneo come Mi piaci così (dove troviamo anche un bel duetto con Tamì), Plastica e Gocce blu per ricordarci che siamo comunque nell’epoca in cui l’indie è diventato il genere mainstream di riferimento per la musica nuova italiana. Pur senza farci stracciare le vesti, 100 BPM è un buon EP d’esordio, che punta su sonorità accessibili e ascoltabili ma anche molto gradevoli e ben fatte; manca forse qualche ritornello spaccaclassifiche o qualche frase un po’ ruffiana che possa diventare virale, ma i Lamette hanno tutto il tempo di arrivare a scriverli.


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