Georgia Georgia, Riviera, Dombre: le recensioni dei singoli italiani

Georgia Georgia
Georgia, Georgia – Runner Up

Secondo singolo per Georgia, Georgia, l’artista veronese che prende il nome dall’omonima canzone di Phoebe Bridgers. Rispetto al brano d’esordio Lies, Runner Up è forse un brano più classicamente indie folk / indie rock, dove si sentono un filo meno le influenze della Bridgers e si ascolta un sound che è sì tipicamente americano, ma che ci sembra anche più personale e ricercato. Siamo soltanto al secondo singolo ed è quindi decisamente prematuro trarre qualsiasi conclusione su Giorgia (che è anche il suo vero nome), ma ci pare che le premesse siano davvero ottime -ed è quindi molto probabilmente l’ennesima bella pescata dell’etichetta Factory Flaws.

Mariano Casulli – La fine

“Che cosa c’è dopo la fine?” e poi“A quale fine facciamo riferimento?” Queste le domande che si pone Mariano Casulli nel suo nuovo singolo La fine, prodotto dal factotum Molla che ha il monopolio sui cantautori pugliesi. La fine è un pezzo cantautorale tranquillo, con qualche influenza indie come una decina di anni fa, ma pure un bell’assolo di chitarra sul finale per movimentare un po’ le cose. Brano piuttosto classico e sicuramente non innovativo, ma molto apprezzabile.

Maurizio Epoca – Si’ tu

Le note di un synth molto rock anni ’80 ci introducono a Sì tu (dove “si'” sta per “(tu) sei”, se abbiamo capito bene il testo), il nuovo singolo di Maurizio Epoca. Il cantautore napoletano scrive un brano principalmente nella lingua della sua città, su un rock leggero e molto orecchiabile. Non è usuale sentire il napoletano nel mondo del rock, ma il risultato è indubbiamente apprezzabile.

Missey feat. Cecilia – Fiammiferi

Anche Missey aderisce alla fastidiosissima tendenza a pubblicare un singolo al mese, probabilmente per andare incontro alle esigenze dell’odioso algoritmo di Spotify. Ad appena un mese da Lamine, ecco quindi il nuovo brano Fiammiferi, che ci piace comunque molto perché vede la partecipazione di Cecilia, immediatamente riconoscibile per il suo timbro e per il suo modo di cantare. Si tratta di un brano pop suonato alla chitarra, dall’incedere malinconico ma comunque primaverile (o almeno tardo-invernale, che è più o meno la stagione che abbiamo vissuto nelle ultime settimane).

Ramo – …E non c’è niente da

Nuovo singolo per Ramo, che ci fa lo scherzone introducendo il brano solo con chitarra e voce come se fosse l’ennesima ballad malinconica e introspettiva per poi dare una sferzata di energia nel ritornello con chitarre rock (quasi punk, diremmo). La sua …E non c’è niente da è una canzone che “parla di momenti che nella vita vorremmo dimenticare” perché “la strada fatta che può essere stata percorsa con errori e scheletri nell’armadio”. Il testo a tratti inciampa un pochino, però a livello di melodie e di sound il brano è parecchio orecchiabile ed energico.

Riviera – Ruvida ruvida

Doppiamente Ruvida la nuova canzone dei Riviera, ultima anticipazione del loro album Sempre, in arrivo il 18 aprile per La Tempesta Dischi e To Lose La Track. Si tratta di un caso di nomen omen: infatti le sonorità di questo brano sono piuttosto ruvide, sporche e aggressive. I Riviera confermano le proprie sonorità emo sporcate di post-hardcore, con la tromba onnipresente a rendere particolare il progetto. Ci era già piaciuto il precedente singolo Terra violenta, e ci piace anche questo, grazie alla sua intensità e al cantato graffiato.

WhoShot Matt – Hairy Pussy

Sorvoliamo sul nome del brano -che non per nulla sulle piattaforme di streaming è censurato come “Hairy Pu**y”- e ci concentriamo sul sound che propongono gli WhoShot Matt: un rock influenzato dal blues e dagli anni ’70 con evidenti richiami a band quali Led Zeppelin e The Rolling Stones. Non un mix particolarmente innovativo magari, ma è innegabile che il brano suoni bene e abbia una certa energia.

Dombre – Vivere non è

Secondo singolo per Dombre, al secolo Ettore Pernigotti, chitarrista degli Amalia Bloom. Così come in Radici, l’artista su Vivere non è esplora lati più intimistici e riflessivi dello spettro musicale. Anzi, in questo caso diremmo decisamente riflessivi: il brano è molto lento, dal sound quasi sperimentale a tratti, guidato essenzialmente da una chitarra acustica e da un cantato minimale. Pezzo toccante, anche se adatto solo a certi momenti e a certi stati d’animo.

Effetti – Alaska

Se siete mai andati a sentire gli Effetti dal vivo, Alaska è uno di quei brani che non vedevate l’ora che uscisse anche sulle piattaforme di streaming. E a ragione. Il pezzo si distanzia leggermente dagli scorsi singoli perché è una canzone tranquilla, classicamente pop, che evita di rifarsi ai soliti synth o di ricorrere a sotterfugi eccessivamente dance, indie o elettronici. È un brano apprezzabile, insomma, per la sua genuinità e semplicità. E ne sentiremmo volentieri altri di questo tipo. [Simone De Lorenzi]

Gate 66 – 747

Un’infornata di numeri per questa canzone: il progetto si chiama Gate 66, il brano 747, e a questo punto potremmo aggiungere il minutaggio (3:38), e l’anno da cui dice di provenire la band (2096). Attendiamo riscontri da qualche esperto di numerologia, o anche solo di qualche giocatore del Superenalotto, ma intanto quello che possiamo dire del brano sul livello musicale è che è un pezzo dai forti richiami anni ’80, anche più che il precedente singolo Il battello. I synth sono pescati direttamente da quegli anni, mentre il cantato è classicamente pop, per un brano ritmato ma senza esagerare.

Godot – A mio figlio non darò nome

Godot è un cantautore che riesce a raccontarsi senza mai parlare veramente di sé, senza mai esporsi stucchevolmente, ma con questo brano vediamo l’amore e la fiducia per il futuro, per un figlio che potrà crescere libero da ogni preconcetto, libero da ogni nome. Nessun ritornello, solo un flusso incredibile e le parole più belle che sentirete questa settimana. È una canzone che parla di alterità e di come questa sia una ricchezza, ma parla anche di flussi migratori e identità di genere. Il concetto di non dare un nome al proprio figlio si lega all’idea dell’autodeterminazione dell’individuo: alla possibilità di essere esattamente chi ci si sente di essere, senza filtri legati a costrutti sociali.

Human Deception feat. She Must Burn – Dark Roots

Re delle collaborazioni deathcore, per il nuovo singolo Dark Roots tornano gli Human Deception con un’altra guest. Dopo Altar ov Madness con i Defamed e Human Deception con Johnny Ciardullo, questa volta si affidano a una voce femminile: a intervenire nel nuovo brano è Valis Volkova, vocalist dei She Must Burn, gruppo inglese quotato nella scena. Ed è una collaborazione azzeccata, perché il suo contributo melodico si inserisce con armonia sul loro solito mix di pesante aggressività e sinfonicità. [Simone De Lorenzi]

Joy Giver – Give Joy

Fa sempre molto ridere (in maniera positiva ovviamente) quando le band pubblicano canzoni che richiamano al nome del gruppo, come nel caso dei Joy Giver che hanno un brano chiamato Give Joy. La band di Verona fa un pop punk piuttosto classico come si usava negli anni 2010: immaginatevi un sound sulla scia di Knuckle Puck, Man Overboard e quella genia di gruppi. Le chitarre giuste ci sono, le vibe sono ottime, manca solo forse un ritornello un filo più istantaneamente catchy.

Kilian – Ultrasogno

Esordio sfavillante per Kilian, giovane artista e produttore vicentino deciso a far spopolare la musica elettronica di stampo inglese nel nostro paese. La forte influenza della breakbeat giunge fino a noi per regalarci Ultrasogno, primo singolo di un progetto che si prospetta molto promettente. Nella stretta maglia di un pezzo dalla durata di tre minuti, Kilian materializza un mondo sonoro coeso, fatto di immagini sonore riconoscibili, derivanti dalla realtà, e virtuosismi artificiali, in cui la realtà viene piegata a piacimento. Non dimentichiamoci che ci troviamo in un sogno, un ultrasogno, dove tutto è possibile, anche le cose peggiori. Il brano gioca sulla contraddizione tra un ritmo coinvolgente, addirittura ballabile, e la narrazione nefasta di una relazione che termina, lasciando spazio alla solitudine. Sensazione di isolamento che si espande nell’infinità spazio-temporale di un sogno che si rivela scioccante per il protagonista, abituato ad avere la realtà (per lo meno la propria) sotto controllo. Come quando ci si sente cadere da un grattacielo e ci si sveglia di soprassalto: ora è tutto vero, Kilian è fuori.


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