Gli album di settembre-ottobre 2025: Silverstein, Militarie Gun, Mayday Parade & more

Tantissimi i dischi usciti nelle ultime settimane; qui proviamo a fare un breve riepilogo delle uscite di settembre e della prima metà di ottobre, con due parole di commento per ciascuna di loro e la canzone che ci è piaciuta di più di ogni album. Nell’articolo parliamo dei dischi di Silverstein, Militarie Gun, Mayday Parade, Algernon Cadwallader, Wednesday, Motion City Soundtrack, The Starting Line, Dave Hause, Nation of Language, Dance Gavin Dance, NewDad, Wicca Phase Springs Eternal, Die Spitz, Sainthood Reps, Spite House e Beauty Sleep (clicca sul nome dell’artista per andare direttamente al paragrafo relativo).
Silverstein – Pink Moon
I Silverstein sono una di quelle band classiche degli anni 2000 che sono riuscite a evitare di diventare solamente una legacy band che vive di celebrazioni e rievocazioni del passato. Ci sono riusciti evolvendo continuamente il proprio sound (dall’emo dei primi anni 2000 al post-hardcore di metà carriera fino al sound marcatamente vicino al metalcore delle ultime uscite), evitando di continuare a inseguire gli anniversari dei dischi di maggior successo commerciale, ma anche mantenendo sempre sufficientemente elevata la qualità della nuova musica proposta. Quest’anno i Silverstein hanno deciso di fare un esperimento (non il primo della propria carriera; si pensi ad esempio all’album Short Songs del 2012), pubblicando un doppio album ma separando nel tempo le due metà. Il “lato A”, Antibloom, è uscito a febbraio, e presentava la parte leggermente più melodica e tradizionalmente emo della band; il “lato B”, Pink Moon, pende più sul versante heavy e metalcore, con breakdown energici, chitarre potenti e i riconoscibili scream di Shane Told.
Militarie Gun – God Save the Gun
Balzati agli onori delle cronache della scena punk con il loro album d’esordio Life Under the Gun (2023), che era francamente esaltante e molto molto divertente, i Militarie Gun si sono ritrovati nella scomoda posizione di dover fare un disco di successo per confermare la propria reputazione. God Save the Gun sembra risentire della voglia del gruppo di provare a capitalizzare sulla propria popolarità, per ora di nicchia, per provare a espandere il pubblico puntando a quello più generalista. Abbiamo così un album dove il cantato è tipicamente punk hardcore, ma tutto il resto è pop. Non così diverso da quello che hanno fatto i Turnstile sull’ultimo album, se vogliamo, ma i Militarie Gun hanno direttamente eliminato anche quei due o tre brani con cui i Turnstile hanno finto di essere ancora una band dal sound hardcore (e forse a questo punto è anche più onesto così), abbracciando in toto un rock alternativo/indie rock sbarazzino, energico sì ma sempre con l’intento di risultare orecchiabile.
Mayday Parade – Sad
I Mayday Parade scrivono sempre la stessa canzone dal 2006; il problema è che è sempre bellissima. Anzi, a dir la verità ci avevano provato una volta a modificare il proprio sound, sul disco Black Lines del 2015, ma non era andata benissimo. E così da allora abbiamo avuto due altri dischi, un EP (Sweet, di inizio 2025) e ora questo EP che di Sweet è una sorta di continuazione, tutti caratterizzati dalle sonorità emo melodiche e spesso strappalacrime che avevano portato la band della Florida alla consacrazione. L’intento di giocare con il revival emo anni 2000 del resto non è nascosto nemmeno nelle apparenze, visto che l’EP si chiama letteralmente Sad e una delle otto tracce I Miss the ‘90s. Ma come al solito, il disco funziona alla grande perché i pezzi sono orecchiabili e trascinanti.
Ricordiamo che i Mayday Parade saranno in Italia il 13 febbraio in apertura agli All Time Low alla ChorusLife Arena di Bergamo, insieme a Four Year Strong e The Paradox (dettagli e biglietti sul sito di Live Nation).
Algernon Cadwallader – Trying Not to Have a Thought
La band che ha dato il la al cosiddetto “emo revival” con il suo capolavoro Some Kind of Cadwallader nel 2008 si è riunita con la formazione originale di quel disco e ha pubblicato il suo primo album in quattordici anni. Il disco suona quasi esattamente come l’album d’esordio (a parte la qualità della produzione decisamente migliorata), ma anche se qualcuno potrebbe bollarla come una sorta di “operazione nostalgia”, i brani sono parecchio convincenti, a partire dal primo singolo Hawk. L’evoluzione vera e proprio c’è stata nei testi, che ora affrontano la complessa situazione politica e sociale degli Stati Uniti.
Wednesday – Bleeds
Negli ultimi mesi è terminata la relazione fra Karly Hartzman e MJ Lenderman, rispettivamente cantante/chitarrista e chitarrista degli Wednesday, ma il sodalizio artistico fra i due non si è finora del tutto interrotto: la ormai ex coppia ha comunque scritto insieme il nuovo album Bleeds, ma Lenderman non farà parte dei prossimi tour del gruppo -e potrà così concentrarsi sulla propria carriera da solista, anch’essa ben avviata (l’ultimo disco Manning Fireworks ci era piaciuto non poco). La band aveva il difficile compito di non deludere le attese dopo un disco iper-osannato dalla critica come Rat Saw God (2023), e a dire il vero sembra esserci riuscita, proponendo un album che mette in mostra la versatilità della band e anche dei vocals di Hartzman, capaci di adattarsi a pezzi folk e country così come ai tanti brani ricchi di schitarrate d’ispirazione grunge. L’unico neo è la disposizione della tracklist, con tutti i brani più forti del disco piazzati nelle prime tracce.
Ricordiamo che gli Wednesday saranno live in Italia l’11 febbraio per un unico concerto all’Arci Bellezza di Milano (biglietti disponibili su Dice).
Motion City Soundtrack – The Same Old Wasted Wonderful World
The Same Old Wasted Wonderful World è il settimo album dei Motion City Soundtrack, ma è il primo in dieci anni e il primo dopo la reunion del 2019, che finora aveva portato più che altro a tour e concerti. La band ha deciso di mantenere i caratteri fondamentali del proprio sound storico, un rock alternativo vicino al punk rock con il synth retro che fa capolino in buona parte dei pezzi, e la voce di Justin Pierre che è una delle più riconoscibili del panorama 2000s. Ci sono tre ospiti d’eccezione, fra cui Patrick Stump in una canzone che suona molto simile ai primi Fall Out Boy (Particle Physics), Mat Kerekes dei Citizen che canta un verso di Your Days Are Numbered (forse la canzone più bella del disco) e Deanna Belos aka Sincere Engineer in Things Like This.
The Starting Line – Eternal Youth
Carriera stranissima quella dei The Starting Line, che hanno esordito col botto a nemmeno vent’anni nel 2002 pubblicando uno dei dischi pop punk più importanti del decennio (Say It Like You Mean It), per poi sparire piuttosto velocemente nell’ombra dopo un paio di dischi, l’ultimo dei quali (Direction, del 2007) aveva preso una direzione parecchio sperimentale, con un pop punk dai tratti indie che sembrava quasi anticipare lo stile dei The Dangerous Summer di pochi anni dopo (forse un disco uscito di cinque anni in anticipo rispetto al suo tempo). Da lì in poi la band ha vissuto di lunghe pause e brevi reunion per suonare uno o due concerti, senza mai dare comunque l’impressione di stare lavorando a qualcosa di nuovo. Che invece è arrivato, con quest’album che esce a ben diciotto anni di distanza dal precedente. Ascoltando Eternal Youth sembra che il tempo rispetto a Direction non sia passato così copiosamente: il sound del nuovo album si mantiene su quella linea fra punk rock e indie rock, dove la batteria è punk, il cantato è punk, le chitarre sono indie e la produzione leggerina non crea mai quel muro di suono tipico del (pop) punk. I pezzi funzionano, spesso danno l’impressione di non emanare tutta l’energia che sarebbero in grado di sprigionare con una produzione più aggressiva, ma la band stava evidentemente cercando proprio questo tipo di suono, rifuggendo dalla categorizzazione pop punk degli esordi.
Dave Hause – …and The Mermaid
Dopo alcune raccolte di singoli, B-side e live che avevano seguito l’ultimo album Drive It Like It’s Stolen (al cui interno c’era un pezzo pazzesco come Damn Personal e almeno un altro paio di brani da top della discografia come Low e Hazard Lights), Dave Hause torna con un nuovo album vero e proprio, sempre per la sua etichetta personale Blood Harmony Records che prende il nome dal disco ancora precedente (2021). L’album si chiama …and The Mermaid, che poi è il nome della sua band d’accompagnamento, un po’ sullo stile della E Street Band springsteeniana o dei The Sleeping Souls di Frank Turner, entrambi chiari punti di riferimento per Dave Hause che da una parte è sempre stato visto un po’ come il Bruce Springsteen della scena punk rock, un po’ ha spesso collaborato con membri della E Street Band per la produzione dei propri dischi, e un po’ -forse mai come in questo disco- incanala la lezione dell’amico Frank Turner.
Nation of Language – Dance Called Memory
Sul suo quarto album, la band newyorkese porta all’estremo (e forse anche allo stremo) il concetto di pop minimale: synth, chitarre, bassi si assottigliano fino a creare un insieme musicale quasi impalpabile, su cui si innesta la voce trattenuta e quasi abbozzata di Ian Devaney.
Dance Gavin Dance – Pantheon
Nella prima parte di carriera i Dance Gavin Dance hanno cambiato cantanti al ritmo di una band locale che cambia lineup ogni tre mesi. Per dieci anni sembravano aver trovato una certa stabilità con Tilian Pearson, con la sua voce blues distinguibile che aveva reso riconoscibile il sound del gruppo negli ultimi sei dischi, ma dopo l’uscita di Jackpot Juicer le parti hanno deciso di separarsi (probabilmente in maniera non troppo amichevole) e ora alla voce principale c’è il chitarrista Andrew Wells degli Eidola, entrato nella band nel 2022. La voce di Wells è sicuramente più standard e tradizionale nell’ambito del post-hardcore rispetto a quella di Pearson, e la mancanza della personalità di quest’ultimo finisce inevitabilmente per appiattire molti brani, nonostante i tentativi della band di sperimentare con influenze funk (vedasi la collaborazione con la leggenda americana del funk George Clinton).
NewDad – Altar
Poche settimane fa hanno suonato al Bellezza di Milano facendo registrare il sold out, segno veramente confortante che anche in Italia ci sono ancora un discreto numero di persone che ascoltano musica rock nuova e diversa dai grandi classici alla Virgin Radio (e, vogliamo immaginare, persone giovani visto che la band stessa è di recente formazione).
I NewDad sono irlandesi, terra che nell’ultimo decennio ha dimostrato una fertilità impressionante per il rock alternativo, merito probabilmente anche dei programmi governativi di sviluppo della musica e dell’arte fin nelle scuole -la band stessa è nata proprio all’interno di uno di questi programmi liceali- e di un fermento culturale che è visibile anche nell’impegno sociale e politico del Paese nel complesso -si veda l’esposizione e l’impegno di gruppi irlandesi anche di grande fama, dai Fontaines D.C. ai The Murder Capital passando per i nordirlandesi Kneecap, su questioni come il genocidio a Gaza, specialmente se lo paragoniamo all’imbarazzante silenzio e all’ignavia di quasi tutti gli artisti famosi nostrani (un impegno che è anche replicato anche a livello politico, dove il governo irlandese [di centro-destra, peraltro] non ha avuto esitazioni nella condanna del genocidio fin dai primi momenti della sua attuazione, a differenza del ben noto atteggiamento servile del governo italiano nei confronti di Netanyahu).
In tutto questo i NewDad hanno pubblicato il loro secondo album, che è un disco dalle evidenti influenze new wave / post-punk anni ’80 retto dalla bella voce della cantante Julie Dawson e da più di un brano memorabile, con la ciliegina di una tracklist molto ben distribuita in cui alcuni dei pezzi migliori dell’album si trovano verso la fine invece che tutti compattati nelle prime tracce. Se band come loro riescono a fare successo (o quantomeno, a lasciar presagire che il successo sia probabile), non c’è troppo da preoccuparsi per il futuro del rock, ormai dato per morto da almeno una cinquantina d’anni.
Wicca Phase Springs Eternal – Mossy Oak Shadow
Settimo album per Wicca Phase Springs Eternal, il padrino dell’emo rap con la sua GothBoiClique ed ex membro degli influenti emo/indie rocker Tigers Jaw ma che da qualche anno si è messo a fare musica da cowboy solitario. Mossy Oak Shadow è una raccolta di ballate country dark e acustiche ambientate in qualche Western tardo-autunnale. I temi sono la country life, le passeggiate a cavallo (“horseback” è una delle parole più frequenti nei testi), la malinconia di una vita solitaria… insomma, queste cose qui. Se vi piacciono, il disco può fare per voi. Su Meet Me Anywhere c’è anche un featuring con la superstar del gothic del momento, Ethel Cain (con cui WPSE aveva già collaborato nel 2021 per il brano God’s Country), e in generale molte canzoni sembrano la colonna sonora perfetta per un racconto come Il colore venuto dallo spazio di Lovecraft.
Die Spitz – Something to Consume
Le Die Spitz vengono da Austin e si presentano con il loro primo album in studio, prodotto da Will Yip che ha legato il suo nome a molti dei principali dischi emo degli ultimi dieci anni ma che a questo giro espande la propria area d’interesse a un album molto più variegato. Il trio texano mescola infatti punk rock (specialmente hardcore, urla comprese), grunge, metal ai limiti del thrash e sonorità doom, in un album sporco, ruvido e graffiato che sembra rifarsi molto agli anni ’90 nella loro versione non patinata e underground.
Sainthood Reps – Dull Bliss
Ascolti il nuovo album dei Sainthood Reps e ti pare di stare ascoltando i Brand New di Daisy. Forse inevitabile del resto, visto che la band è stata fondata da Derrick Sherman, che dei Brand New è stato a lungo turnista e membro semi-ufficiale. Dull Bliss è il primo disco dei Sainthood Reps in dodici e anni, e il loro terzo ufficiale; progredendo nella sua tracklist sembra in effetti di venire catapultati indietro nel tempo a un periodo compreso fra il 2007 e il 2013, ma senza che questo faccia sembrare l’album nato vecchio. Perfetto peraltro il periodo d’uscita, con le sue vibe spiccatamente autunnali.
Spite House – Desertion
Secondo album per i canadesi Spite House, recentemente messi sotto contratto dalla pigliatutto Pure Noise. La band offre un punk rock ruvido ed energico caratterizzato da un cantato graffiato, con elementi di post-hardcore sulla scia dell’esperienza fruttuosa di gruppi come Drug Church, Militarie Gun e Angel Du$t, ma la maggior parte delle canzoni sa anche essere accattivante, se non direttamente orecchiabile.
Beauty Sleep – The Whole Damn Cake
I Beauty Sleep vengono da Derry, nell’Irlanda del Nord, e sono al secondo album della carriera, fuori per la boutique label inglese Alcopop!. Propongono un pop esuberante (massimalista, direbbe qualcuno) e perlopiù suonato, una via di mezzo fra il synthpop e il pop rock, dal carattere spiccatamente indie per quanto i brani siano ampiamente ascoltabili e potenzialmente radiofonici. I due membri della band, Cheylene Murphy e Ryan McGroarty, si dividono le parti vocali in maniera più o meno equa, mettendo a frutto il sempre fecondo abbinamento di vocals maschili e femminili, e anche in studio cercano di fare tutto in maniera “DIY”: solo le batterie sono infatti state registrate da un “esterno” (Ross Bickerstaff), mentre il resto della strumentazione e anche produzione e mix sono farina del sacco dei Beauty Sleep.
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