Gli album di aprile 2025: Samia, Julien Baker e Torres, Viagra Boys & more

Samia – Bloodless
Anche se può difficilmente sfuggire alle accuse di essere una nepobaby (entrambi i genitori sono noti attori hollywoodiani), quello di cui Samia non può essere certo accusata è di mancare di talento artistico. Ne erano prova i suoi due album The Baby (2020) e Honey (2023), ma il nuovo disco Bloodless proietta l’artista californiana in un’altra dimensione, con una profondità lirica riflessiva che sposta il piano di lettura dei suoi brani rispetto al bello ma a tratti frivolo disco precedente; e allo stesso tempo un’evoluzione musicale che sebbene non rivoluzioni l’approccio “canzoni mediamente upbeat cantate in maniera malinconica” (cioè l’happy-sad che funziona spesso e volentieri in musica), vede un arrangiamento molto più curato, sia quando aggiunge (si veda la super distorta Carousel) sia quando sottrae (come nell’ammaliante Proof che è sostanzialmente solo chitarra e voce). Bloodless ha quindi un’alta valenza e credibilità artistica, ma è anche un’opera “pop”, e in quanto tale non rinuncia ai ritornelli e anche alle strofe orecchiabili, che si fanno ricordare già dai primissimi ascolti.
Julien Baker & Torres – Send a Prayer My Way
Tempi duri per i redneck americani: la comunità LGBTQ si sta appropriando del country, fino a pochi anni fa terreno di conquista per artisti bianchi conservatori. Forse tutto è cominciato in tempi insospettabili con Taylor Swift, ad ogni modo negli ultimi anni le uscite di questo genere provenienti da artisti queer si sono moltiplicate con andamento esponenziale, e il disco country di Julien Baker e Torres, annunciato già da qualche anno, è solo la culminazione di questo movimento. Le due artiste hanno talento da sprecare, come ampiamente dimostrato dalle rispettive carriere soliste, e la loro unione dovrebbe in maniera naturale generare un disco da antologia. Se Send a Prayer My Way mantiene davvero le aspettative lo lasciamo giudicare a chi ascolta (e alla storia, se l’album ci entrerà). Chi è già fan di Julien e di Mackenzie troverà probabilmente suoni familiari dato che il disco è sì country ma ha anche parecchie “ballad” che sembrano pendere molto vicino all’indie, cioè il genere di riferimento per entrambe. La sensazione è che i brani “di Torres” giochino molto di più a impersonare l’atmosfera da cowboy e saloon, mentre quelli “di Julien” assomiglino molto più alla produzione musicale da solista dell’artista del Tennessee.
Viagra Boys – Viagr aBoys
I Viagra Boys hanno messo sù la propria etichetta privata (con un nome ovviamente burlone quale Shrimptech Enterprises) e realizzato un disco che è tecnicamente self-titled ma col trucco: si chiama Viagr aBoys, che magari può anche aiutare la band a eludere i filtri antispam delle caselle di posta elettronica, come ci piace sempre ricordare. Il sound di questo disco è un po’ burlone esso stesso, ma dai Viagra Boys non ci aspettiamo niente di meno: i testi continuano a essere ironici, taglienti, a tratti deliranti, ma qui è delirante anche la musica, perché se qualche canzone ha sonorità pressappoco rock quasi da radio (soprattutto in apertura di disco con i primi tre pezzi), ben presto l’album prende una piega sperimentale, un po’ psichedelica un po’ cazzona, per chiudersi con una soffusa ballad al piano dopo che in mezzo è successo di tutto.
I Viagra Boys saranno in Italia il 5 luglio al Flowers Festival di Collegno (TO) in data unica.
Momma – Welcome to My Blue Sky
Quarto disco per le Momma, che erano state da alcuni accostate alle Wet Leg due o tre anni fa quando entrambi i gruppi avevano conosciuto la fama. In realtà ci sembra che il paragone non regga: le Wet Leg scrivono brani scanzonati e molto pop, mentre le Momma hanno delle palesi influenze anni ’90 e post-grunge che si riversano su canzoni d’amore più spensierate. Su Welcome to My Blue Sky i brani si dividono quasi equamente fra pezzi distorti ed energici, con riffoni di chitarra travolgenti che esaltano parecchio, e ballad intimiste e tranquille che rallentano i giri del disco.
Mayday Parade – Sweet
Per una band che in carriera si è presa pochissimi rischi a livello di sound (e l’unica volta che li ha presi, nel 2015 con Black Lines, è andata pure maluccio), anche un EP come questo Sweet rappresenta a suo modo una scelta coraggiosa. Sarà la libertà derivata dal non essere più sotto contratto con alcuna etichetta, ma in Sweet, Derek Sanders e soci decidono di fare piccole esplorazioni in sonorità che esulano dall’emo strappalacrime stretto sul quale si posizionano quasi tutti i dischi della band. Abbiamo ovviamente alcuni brani che rispecchiano i canoni standard dei Mayday Parade (come By the Way o l’immancabile ballatona tristona Towards You), ma il gruppo si lancia anche in pezzi 100% pop punk che di emo non hanno nulla, a partire da 4,000 Days Plus the Ones I Don’t Remember che sembra uscito da un album dei blink-182 (con tanto di na na na finali) e da Who’s Laughing Now che non per nulla vede la partecipazione canora di Joe Taylor dei Knuckle Puck.
Heart Attack Man – Joyride the Pale Horse
Sempre a metà fra la band seria e il meme, gli Heart Attack Man sono comunque arrivati a un notevole traguardo come il quarto album della carriera. Joyride the Pale Horse solidifica l’immagine di un gruppo punk rock senza fronzoli, con poche concessioni al pop o a barocchismi vari (tipo i synth) e molto focus sull’energia pura dei brani, che spesso sconfinano in muri di suono in stile hardcore. Non che manchino i ritornelli o passaggi accattivanti, ma si capisce che il fulcro di questo progetto è lo voglia di fare casino, tanto su disco quanto (e forse anche più) sul palco. Continuiamo a pensare che il loro sia uno dei nomi più brutti fra tutte le band della scena punk contemporanea.
Black Country, New Road – Forever Howlong
Dopo lo shock dell’uscita dalla band del cantante Isaac Wood a quattro giorni dalla pubblicazione del disco Ants from Up There (2022), i Black Country, New Road hanno deciso di proseguire senza ulteriori cambi di formazione e di affidare tutti i vocals alle componenti femminili del gruppo. La novità più sostanziale riguardante la band è però il radicale cambio di sound che si può notare sul nuovo disco Forever Howlong: il disco punta sulla semplicità estrema di arrangiamenti e sonorità, bandendo sperimentazioni, cambi di ritmo, barocchismi e tutto quello che la band aveva proposto in precedenza. Le atmosfere sono quasi da filastrocca, sicuramente beatlesiane; la lunghezza non banale del disco (più di 50 minuti) rischia di far perdere un po’ il filo del discorso dopo un certo tempo.
Superheaven – Superheaven
I Superheaven non pubblicavano un disco dal 2016, e anche per questo nel frattempo si sono costruiti una fama di band di culto della scena emo/shoegaze. Il quartetto torna ora con un album che decreta ufficialmente la fine del periodo di pausa della band. Il sound pesca dallo shoegaze, dall’emo e dal grunge senza fissarsi mai in maniera decisiva su nessuno di questi generi. Un sound che sicuramente si troverebbe bene in casa Run for Cover Records (etichetta con cui non per nulla la band è stata sotto contratto agli inizi della carriera), facendo a tratti pensare a una band come i Basement ma anche alle esperienze più recenti degli Angel Du$t.
Gallus – Cool to Drive
Due anni dopo l’album d’esordio We Don’t Like the People We’ve Become, i Gallus tornano con un EP che ha solo cinque canzoni ma che dà fondo a qualsiasi energia il gruppo scozzese avesse. Cool to Drive offre sostanzialmente del sano vecchio rock’n’roll, un punk rock con influenze garage basato su ritornelli accattivanti, riff travolgenti e testi ironici (“I crashed the car, I robbed the Spar / My friend for life? I fucked his wife”). Insomma un EP in cui i Gallus puntano tutto sul divertimento, e fanno bene, perché questi cinque pezzi sono bellissimi da ascoltare in qualsiasi situazione: in cuffia mentre spolveri per casa, in macchina, in bici, in palestra. Se il mondo funzionasse come deve, fra cinque anni dovremmo vedere questi ragazzi al posto che attualmente occupano i The Hives.
Mould – Almost Feels Like Purpose
I Mould sono appena al secondo EP, e forse è anche per questo che riescono a suonare così freschi e pieni di energia come solo le giovanissime band sanno fare. Il trio viene dalla musicalmente feconda Bristol, e propone un indie rock parecchio spinto e distorto, che sconfina più che volentieri nel punk e nel garage, ma con una produzione molto cristallina che esalta la potenza sonora dello strumentale. Highlight dell’EP sono probabilmente le tracce più incazzate come Frances e Snails, ma la sensazione di essere di fronte all’ennesima band iper-promettente dal Regno Unito è forte.
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