Gli album di febbraio 2025: Winona Fighter, Ada Oda, Silverstein & more

Winona Fighter – My Apologies to the Chef
Li abbiamo aspettati a lungo, adesso finalmente siamo uniti (cit.). Il primo disco degli Winona Fighter era atteso ormai da anni, almeno da quando nel 2022 la band è venuta fuori pressappoco dal nulla con un EP spaziale (Father Figure). Tre delle canzoni contenute in quell’EP fanno ora parte di My Apologies to the Chef, l’album d’esordio del trio guidato da Coco Kinnon, insieme a una serie di brani usciti come singoli nel corso dell’ultimo anno e mezzo. Quasi una compilation più che un disco di inediti insomma, ma è così che molti artisti lavorano nel mondo di oggi dove tiranneggia lo streaming. Questo non toglie che l’album sia un capolavoro del punk moderno: ballando sempre sulla sottilissima linea che divide il punk rock dal pop punk, gli Winona Fighter fanno a meno di elettronica, synth o effetti vocali superflui, puntando tutto sulla cosa in teoria più essenziale, ovvero 14 brani che spaccano e che nemmeno una produzione a tratti fin troppo compressa riesce a sabotare. Il trio di Nashville dimostra che si può fare del sano vecchio punk anche nel 2025 e risultare freschi e accattivanti, e piazza un serissimo pretendente per i vertici delle classifiche di fine anno già a febbraio.
Ada Oda – Pelle d’oca
Scriviamo queste righe con un sapore dolceamaro in bocca, perché aspettavamo con trepidazione il nuovo album degli Ada Oda ma la band ha purtroppo annunciato il proprio scioglimento a pochissime settimane dall’uscita, ufficialmente a causa di divisioni interne al gruppo fra la cantante Victoria e gli altri componenti. Un peccato gravissimo, perché gli Ada Oda avevano una carica che poche altre band nel recente passato hanno avuto, specialmente live (il loro concerto in Santeria nel 2023 resta probabilmente lo show più divertente cui abbiamo assistito post-covid). Il gruppo di Bruxelles è diventato noto -nel suo piccolo- perché fa una sorta di indie rock/new wave/post-punk ma cantando in italiano, con l’accento esotico della cantante Victoria (che è di origini italiane da parte di padre, un cantautore belga molto conosciuto in patria) a rendere tutto ancora più affascinante. Il nuovo disco non rivoluziona il sound degli Ada Oda, anche se ci sono alcune piccole sperimentazioni in più, come una chitarra simil-country in Sotto la conchiglia, un cantato più acuto e chaotic da parte di Victoria, anche una maggior cura dei testi. Alcune tracce (in particolare In piazza e Ho amato tutto) smettono il cantato e diventano sostanzialmente parlate, un po’ come se gli Ada Oda si trasformassero a tratti nei Dry Cleaning belgi ma in italiano, anche se in realtà Ho amato tutto ci fa pensare parecchio a Objects in Space dei La Dispute, anch’essa traccia finale recitata di un disco e celebrazione dei ricordi di un amore finito. Tempo un paio di ascolti, e Pelle d’oca si trasforma in una compilation di canzoni mega-accattivanti che è impossibile non ritrovarsi a canticchiare nei momenti più impensabili. Possiamo solo mangiarci le mani al pensiero di quanto sarebbero state divertenti queste canzoni dal vivo.
Silverstein – Antibloom
I Silverstein ormai da tempo avrebbero potuto fare come molte altre band emo di successo degli anni 2000, cavalcando la scia della nostalgia e del revival di quegli anni con tour celebrativi su tour celebrativi, magari anche nuova musica ma sempre molto reminiscente del periodo d’oro dell’emo, riedizioni in vinile dei dischi di successo e così via. Invece la band di Toronto ha da sempre guardato dritto in avanti. Certo, non è mancato un tour per i dieci anni di Discovering the Waterfront nel 2015, o un tour pubblicizzato come “del venticinquennale” proprio quest’anno, ma le ricorrenze sono sempre state solo una piccola parte del progetto Silverstein, quasi un’interruzione accidentale di un percorso sempre teso al futuro. Lo dimostra la musica che i Silverstein hanno prodotto in questi anni: da This Is How the Wind Shifts (2013) in poi, la band ha piano piano appesantito le proprie sonorità, abbandonando quasi del tutto la componente emo in favore dapprima di un post-hardcore molto energico, e poi direttamente di un metalcore che sugli ultimi due dischi è sostanzialmente sdoganato. Il nuovo album Antibloom non fa eccezione, e se a tratti fanno capolino brani più melodici (Don’t Let Me Get Too Low), buona parte del disco è fatta di breakdown, scream e assalti frontali sonori. Il disco è di sole otto canzoni perché si tratta della prima parte di un doppio album in uscita nel corso del 2025, quindi aspettiamoci presto altri brani.
Anxious – Bambi
Sul secondo disco degli Anxious c’erano davvero tante aspettative, specialmente dopo l’ottimo riscontro dell’esordio Little Green House (2022) e i singoli che avevano anticipato la nuova uscita. Bambi è un album che mantiene e forse anzi supera tutte le promesse: siamo di fronte a un disco emo in stile anni 2010 (band come Basement, Citizen, Title Fight…) ma aggiornato in modo che possa risultare credibile anche nel 2025. L’energia nello strumentale e nella produzione non viene mai a mancare, ma gli Anxious su Bambi riescono a infilare anche parecchi ritornelli accattivanti e memorabili, cosa che in questo genere viene spesso trascurata. Sulla carta, Bambi ha tutto il potenziale per essere considerato, fra qualche anno, al pari di album fondanti dell’emo come i primi dei Title Fight o dei Balance and Composure -contesto permettendo, visto che sono passati quasi quindici anni.
Squid – Cowards
Se all’inizio della carriera gli Squid venivano inseriti nel calderone del post-punk (più per la provenienza e per il contesto storico che altro, a dir la verità), la band di Brighton ha fatto di tutto per allontanarsi da quest’etichetta negli ultimi anni. Già lo scorso disco O Monolith (2023) esplorava territori sperimentali, ma sul nuovo lavoro il quintetto porta all’estremo questa tendenza, realizzando un disco anti-mainstream, anti-orecchiabile, che invita quasi l’ascoltatore a starne alla larga. Tra brani di otto minuti, ritornelli inesistenti, sonorità acide e iper-sperimentali, gli Squid fanno di tutto per evitare di piacere, e proprio per questo sono probabilmente acclamati dalla critica come gruppo di qualità contro la banalità del rock radiofonico.
Lacuna Coil – Sleepless Empire
Tecnicamente italiani, ma ormai da due decenni i Lacuna Coil hanno assunto una dimensione leggendaria nel panorama metal internazionale, dove sono fuor d’ogni dubbio la band italiana più quotata e capace di tenere alta la bandiera tricolore che ben pochi altri gruppi nostrani purtroppo riescono a trasportare fuori dai confini. Sleepless Empire è addirittura il loro dodicesimo disco, ma arriva a ben sei anni dall’ultima uscita, Black Anima. La formula è ormai collaudata, con i vocals puliti di Cristina Scabbia (fresca di autobiografia che potete trovare in bella mostra in tutte le librerie) che si alternano agli scream di Andrea Ferro sostenuti da un potentissimo apparato musicale che fa suonare questo disco veramente grosso. Dopo trent’anni e dodici album, quello che sorprende forse maggiormente di questo disco è come la band sappia ancora suonare fresca ed energica.
The Lumineers – Automatic
Sembra un po’ strano pensare che i The Lumineers nella loro ormai ventennale carriera abbiano pubblicato solo cinque dischi, ma la band di Wesley Schultz e Jeremiah Fraites si è sempre presa tutto il tempo necessario fra un album e l’altro (mediamente uno ogni tre anni), proprio come secondo noi dovrebbe fare qualsiasi artista che tenesse alla qualità della propria musica. Il nuovo disco si chiama Automatic e parte con un piccolo inganno: la traccia d’apertura nonché primo singolo, Same Old Song, sembra far presagire il classico folk per cui la band è conosciuta, con melodie pop e tanto stomping. Invece il disco si dipana presto in canzoni molto più intime e raccolte, in gran parte ballad alla chitarra o anche al piano, creando un’atmosfera quasi soffusa ma sempre soffice.
The Murder Capital – Blindness
Alfieri della rinascita post-punk, i The Murder Capital hanno deciso di seguire una strada differente rispetto a molte altre band arrivate al successo sul finire degli anni 2010: se gruppi come Idles, Squid e Shame hanno via via abbandonato il post-punk in favore di un rock elaborato, sperimentale e artistico, il gruppo di Dublino ha addolcito le proprie sonorità iniziali declinando verso un sound maggiormente alternative rock, sicuramente più vicino al mainstream e inevitabilmente ai gusti pop, ma senza scadere nello scontato. Un destino per certi versi affine a quello dei conterranei Fontaines D.C., e che per ora sembra pagare.
Inhaler – Open Wide
Quest’anno gli Inhaler compiono dieci anni di carriera, e li festeggiano pubblicando il proprio terzo album sotto Universal. La band è l’ormai ennesimo prodotto del floridissimo vivaio irlandese, ma gli Inhaler hanno una spinta in più, se non altro perché il cantante, Elijah Hewson, è il figlio di un certo Bono degli U2. Rispetto al rock più classico della band del padre, Elijah e soci si buttano su un pop rock molto radiofonico ed estremamente orecchiabile, perfetto per le rotazioni o per le playlist generaliste. Il disco è lunghetto con i suoi 48 minuti suddivisi in 13 brani, ma le canzoni si ascoltano tutte con molto piacere e fanno passare la lunghezza del disco in maniera molto veloce.
Gli Inhaler suoneranno il 26 aprile al Fabrique di Milano insieme ai Blossoms, per un’unica data italiana del loro prossimo tour europeo (qui l’evento ufficiale).
Bleeding Through – Nine
Non dimostrano un eccesso di fantasia i Bleeding Through nella scelta del titolo del loro nuovo album: Nine è infatti il nono disco della carriera del gruppo di Orange County, che arriva a ben sette anni di distanza dal precedente Love Will Kill All. Entrambi i chitarristi sono nel frattempo cambiati, ma la band sembra sempre particolarmente energica nonostante il passare degli anni: Nine propone un metalcore molto heavy, quasi sull’orlo del death, quasi tutto in scream con pochissime concessioni alla melodia. L’elemento che porta un tocco caratteristico all’album sono gli arrangiamenti orchestrali e cinematici ricorrenti in quasi tutti i brani, un po’ come se fossero i Nightwish ma al posto di Tarja Turunen c’è un palestrato che urla come un ossesso.
One OK Rock – Detox
Da sempre molto prolifici, gli One OK Rock arrivano all’undicesimo album in diciotto anni, anche se Detox stavolta esce a tre anni di distanza dal predecessore Luxury Disease. La band collabora ancora con Fueled by Ramen per gli Stati Uniti, e per la seconda volta chiama il leggendario Rob Cavallo alla produzione. Il risultato è un disco decisamente “all’americana”, che unisce le tendenze un po’ più heavy della band (a tratti vicine al post-hardcore con qualche breakdown e accenni di scream) con quelle più pop alla All Time Low, per così dire.
Horsegirl – Phonetics On and On
Giovane gruppo di Chicago già finito sotto l’ala protettrice di Matador Records, le Horsegirl arrivano al difficile passo del secondo album, a tre anni dall’esordio con Versions of Modern Performance. Quello delle Horsegirl è un sound abbacinante, caratterizzato da sonorità portate all’estremizzazione della semplicità: una voce tranquilla e argentina, un giro di chitarra e una batteria a tenere il tempo quasi in sottofondo. Un sound sicuramente debitore degli anni ’60 (vengono in mente i brani più sereni e mattutini dei Beatles ma anche il modo in cui suonavano le chitarre e la batteria dei Velvet Underground), che fa uso di molti (forse fin troppi?) vocalizzi e la-di-da vari e che esercita un fascino tutto proprio.
Avalanche Party – Der Traum Uber Alles
A ben cinque anni dall’album d’esordio 24 Carat Diamond Trephine, gli Avalanche Party tornano con questo disco per AMK, la sussidiaria di Kartel Music Group dedicata alla musica alternativa. Il titolo dell’album è in tedesco, ma la band è inglesissima, dello Yorkshire per la precisione, anche se le registrazioni sono avvenute allo studio Rancho de la Luna in California. Il sound è quello di un post-punk che a tratti perde il post e rimane punk, specialmente nella furoreggiante prima parte del disco (anche se loro preferiscono definirlo garage punk), mentre il “lato B” abbassa un pochino toni e ritmi e si apre a maggiori sperimentazioni.
Oversize – Vital Signs
Se negli ultimi anni lo shoegaze è stato prerogativa degli Stati Uniti, anche dall’Inghilterra qualcuno prova a infondere sempre nuova linfa in questo genere ormai senza tempo. Gli Oversize sono da poco nel roster di Sharptone Records e Vital Signs è il loro album d’esordio. Lo shoegaze che propongono è una versione molto più heavy della media, con chitarre e sezione ritmica che spesso sembra rifarsi più al post-hardcore o al metal che allo shoegaze vero e proprio: ci pensano però i vocals riverberati e l’effetto aspirapolvere sulle chitarre a ricordarci che tipo di musica stiamo ascoltando. Resta comunque il disco shoegaze più cattivo che verosimilmente possiate sentire.
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