Gli album del mese: The Story So Far, The Dangerous Summer, The Early November & more

The Story So Far I Want to Disappear copertina

The Story So Far – I Want to Disappear

(Pure Noise Records, 21 giugno 2024)

Indubbiamente considerati nel gotha delle due o tre band pop punk più importanti del decennio 2010, i The Story So Far continuano a vivere della popolarità guadagnata con le prime uscite anche se gli ultimi anni hanno visto pochi dischi e pure molto brutti (vedi Proper Dose, ma pure il self-titled). Il quinto album della band californiana vede un ritorno a un sound più pop punk che era stato abbandonato sui due precedenti lavori, ma se nelle intenzioni I Want to Disappear è un album che cerca un ritorno alle origini, nella pratica questo non si traduce affatto in un lavoro capace di ricreare quella miscela speciale udita su dischi come What You Don’t See e Under Soil and Dirt. I pezzi di quest’album sono infatti abbastanza veloci, ma quasi mai sanno anche essere accattivanti, e soprattutto pagano il prezzo di una produzione fiacchissima, che toglie ogni energia a pezzi che quindi suonano flaccidi e spenti. Immaginiamo che dal vivo molte di queste canzoni rendano parecchio di più e abbiano la capacità di far scatenare le persone, ma su disco il risultato è veramente deludente.


The Dangerous Summer – Gravity

(Rude Records, 21 giugno 2024)

Da quando sono tornati dallo scioglimento, i The Dangerous Summer hanno tenuto ritmi di pubblicazione davvero forsennati: in sette anni sono usciti ben quattro dischi più un EP, tutti con pezzi originali. I primi due dischi di questa serie (il self-titled del 2019 e Mother Nature del 2019) erano dei veri capolavori; l’ultimo (Coming Home del 2022) ci era piaciuto ma solo fino a un certo punto. Ora il gruppo del Maryland propone un nuovo full length, sempre sotto l’ala dell’italiana Rude Records. Musicalmente Gravity non si discosta granché dal sound che abbiamo imparato a conoscere e aspettarci dalla band: un alternative rock con chiare influenze emo impostato su un mood contemplativo e malinconico ma che sa dare sferzate di energia con le chitarre, e ritornelli che provano più che volentieri a suonare grandi e orecchiabili. Quando i The Dangerous Summer riescono pienamente nel proprio intento sono capaci di regalarci pezzi davvero memorabili: è il caso, su questo disco, di I Feel More Like Myself When I’m Losing It o di What’s an Hour Really Worth, diremmo anche Clouds in My Eyes e Pacific Ocean. Altre volte i brani suonano meno convinti e sicuramente non altrettanto memorabili, tanto da sembrare quasi del filler per arrivare alle dodici tracce finali di questo disco. La nostra impressione è che i The Dangerous Summer stiano tenendo un ritmo di pubblicazioni così intenso anche per alimentare il famelico bisogno degli algoritmi delle piattaforme di streaming, ma questo purtroppo a scapito di un po’ di qualità. A noi piacerebbe che la band si prendesse un po’ più di tempo e scrivesse un disco pazzesco dalla prima all’ultima traccia come ha fatto quasi sempre in passato.


The Early November – The Early November

(Pure Noise Records, 14 giugno 2024)

In giro da più di vent’anni, parte importante (anche se forse mai centrale) della scena emo anni 2000, i The Early November non sono mai stati particolarmente prolifici, tant’è che questo disco incomprensibilmente self-titled è solo il settimo della loro carriera. Se i dischi sono stati relativamente pochi, la costanza della band in termini di qualità del prodotto finale è sempre stata alta, e anche il nuovo lavoro conferma la bontà dell’operato di Ace Enders e soci. A dispetto del titolo (ricordiamo che generalmente i dischi self-titled che non siano d’esordio sono dischi blandi e poco ispirati), The Early November è un buon disco che spazia tra l’emo e il pop punk, con più di qualche canzone particolarmente catchy e in generale belle vibe. Il sound della band sembra sempre sospeso in un momento senza tempo: un disco come questo sarebbe potuto uscire anche cinque, dieci o venti anni fa e nessuno l’avrebbe trovato futuristico o antiquato. Ci sono svariati momenti che riecheggiano altri gruppi: lo strumentale di The Empress ricorda molto da vicino la canzone Southern Air degli Yellowcard; What We Earn suona parecchio come un pezzo medio degli Underoath post-reunion; e The Fool è il nostro pezzo preferito con il suo ritornello melodico alla Hawthorne Heights. Non sarà il disco che cambierà la carriera dei The Early November, ma per i fan questa è un’altra preziosa e gradita uscita.


Been Stellar – Scream from New York, NY

(Dirty Hit, 21 giugno 2024)

Pochi di noi hanno avuto l’occasione di vederli dal vivo prima del concerto dei The 1975 al Forum di Assago a marzo, perché quando hanno iniziato a suonare c’erano ancora file immense fuori dai cancelli. Non sappiamo quindi come suonino live i Been Stellar, ma sappiamo che c’è del movimento attorno al gruppo newyorkese, tant’è vero che la lungimirante Dirty Hit ha messo gli occhi su di loro e li ha portati sotto la propria ala. Scream from New York, NY è il loro album d’esordio e presenta un sound indie rock / alternative rock abbastanza tirato e intenso: non immaginatevi i The Strokes quindi, ma più un misto fra i Fontaines D.C. e l’emo alla Basement e Citizen. I Been Stellar dimostrano senz’altro che una ragione dietro all’hype c’è (basti sentire pezzi molto promettenti come la title track, Passing Judgment o I Have the Answer), ma dimostrano anche di non aver ancora raggiunto un sound pieno e sviluppato: le canzoni sono vigorose, ma spesso poco memorabili; strumentalmente il disco è solido e coeso ma manca quello sprizzo di energia in più che renderebbe davvero coinvolgenti i brani. Un disco d’esordio insomma in cui la band dà a vedere di avere del potenziale che però va affinato, e questo è più che comprensibile.


Super American – Gangster of Love

(Wax Bodega, 31 maggio 2024)

I Super American erano stati per noi una delle rivelazioni del 2021 con il loro album Sup, un disco pieno di veloci canzoni pop punk al fulmicotone, catchy e autoironiche al punto giusto. Sul nuovo album Gangster of Love la band sconfessa tutto quanto fatto in precedenza: le sonorità pop punk vengono quasi totalmente abbandonate in favore di un rock tranquillo, quasi un indie rock, dove a prevalere sono le ballad semiacustiche e lente. L’ironia dei testi è sempre presente, ma la musica rallenta di due o tre marce, e questo toglie buona parte dell’energia al disco. Qualche lampo la band riesce a sprigionarlo, come nella vivace Mental Karate o nelle orecchiabili Hopefully Pitchfork Doesn’t Hear This e Ugly Cryin’ with My Dog, ma lo stato d’animo prevalente è purtroppo quelllo della noia, e diventa anzi difficile restare concentrati sul disco dopo la settima od ottava traccia, quando i pezzi lenti cominciano a susseguirsi. Non ci piace criticare le band che vogliono cambiare le proprie sonorità, ma qui secondo noi si è persa di vista l’energia che le canzoni dovrebbero emanare.


Lolo – Falling for Robots & Wishing I Was One

(Hopeless Records, 7 giugno 2024)

Ora che abbiamo smaltito la delusione per il fatto che Lolo non fa canzoni rock/pop punk come invece poteva far intendere il suo singolo di presentazione Debbie Downer, possiamo avvicinarci più serenamente al suo album d’esordio Falling for Robots & Wishing I Was One, fuori per Hopeless Records di cui è una delle nuove firme più promettenti (almeno nei piani dell’etichetta). Quello che fa Lolo è un pop rock (spesso molto pop) leggero e orecchiabile, diremmo anche innocuo. Sulle piattaforme di streaming sembra funzionare, almeno a giudicare dai numeri di molti dei brani che superano le sei cifre, e in parte possiamo capirlo: Lolo fa brani perfetti per TikTok, con gli stacchi nei punti giusti e i testi perfetti per bucare lo schermo in breve tempo, e questo si ripercuote indubbiamente anche su Spotify, aiutato magari dalla spinta dell’etichetta per finire nelle playlist giuste. I testi di Lolo sono effettivamente molto pop, sicuramente relatable e spesso autoironici; parlano quasi tutti di relazioni e di sesso e non dubitiamo che i “giovani d’oggi” ci si possano rispecchiare entusiasticamente. A livello prettamente musicale Falling for Robots è un disco che non ci esalta troppo, anche se ammettiamo che il cantato è gradevole e la maggior parte dei brani piuttosto catchy. Ci piacerebbe magari un approccio un po’ più energico e “punk”.


Canale – L’ultimo fiore del mondo

(self-released, 21 giugno 2024)

Primo EP per i Canale, che però avevano già pubblicato un album full length nel 2023, intitolato Felice. Il nuovo lavoro invece si chiama L’ultimo fiore del mondo, proprio come la traccia d’apertura, e smonta leggermente il concetto con il quale la band di Cortona si era presentata, ovvero quello di fare “emo punk felice”. Sul nuovo EP infatti i ragazzi sviluppano un sound più urlato, più intenso, più emo e meno punk, o forse semplicemente più hardcore con tracce di screamo, sulla scia di quanto fatto alla grande da gruppi nostrani come Radura, Marcovaldo, Votto, Stegosauro e davvero tanti altri. I brani sono dunque spinti e brulicanti di energia, anche se secondo noi questo rende i Canale un pochino meno originali e maggiormente simili a un sound collaudato e che in questo momento ha successo, seppur di nicchia.


Massimo Palmiro – Sabbia

(self-released, 15 giugno 2024)

Dopo una lunga gavetta come batterista in band quali Underwell e OverTheTrees, Massimo Palmiro inaugura anche la propria carriera solista con un EP di cinque brani, come si faceva una volta. L’EP si intitola Sabbia, che volendo è un titolo estivo, ma i brani hanno un sapore che non è prettamente riferibile alla stagione calda; o meglio -e questo crediamo sia un punto a favore- si tratta di canzoni che stanno bene indifferentemente d’estate come d’inverno, da ascoltare con i piedi su una sdraia sotto l’ombrellone oppure con sù il cappotto e i guanti. Quello di Sabbia è un pop rock non troppo catchy ma raffinato, con vibe vagamente retro e di classe, arrangiamenti non ordinari, e un cantato che non si dà a iper-tecnicismi ma mantiene uno stile casual e molto adatto alle sonorità dei brani. A fasi alterne la voce ci ricorda un po’ quella di Tiziano Ferro, poi di Daniele Silvestri o addirittura de Le Vibrazioni; il sound è semplice ma particolare, e il risultato è un EP che magari non è radiofonico nel senso odierno del termine ma che può regalare più di qualche soddisfazione a chi cerca musica pop non mainstream.


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