Gli album di fine 2025: Sigrid, Witch Fever, The Belair Lip Bombs & more

Sigrid singer

 

Con congruo ritardo (ma del resto, i dischi mica scadono, no?), proviamo a fare un breve riepilogo degli album usciti nelle ultime settimane del 2025, con due parole di commento per ciascuno di loro e la canzone che ci è piaciuta di più di ogni disco. Nell’articolo parliamo dei dischi di Sigrid, Witch Fever, The Belair Lip Bombs, Spaced, Set It Off, Armor for Sleep, Taylor Acorn, Ben Quad, Unwell, Creeper, CF98, Action/Adventure, Bearings, Chokecherry, Ace Enders, Spanish Love Songs, Hit the Lights, The Hunna, Second Harbour. (clicca sul nome dell’artista per andare direttamente al paragrafo relativo).

Sigrid – There’s Always More That I Could Say

Sigrid ci aveva incantati con il suo album d’esordio Sucker Punch nel 2019, un disco pop traboccante di vitalità e di brani istantaneamente memorabili, proponendosi subito come grandissima erede della sempre feconda scuola pop scandinava. Il follow-up, How to Let Go (2022), aveva invece parecchie ballad e un piglio molto più serio; forse troppo, come ammesso dalla stessa artista norvegese all’Independent pochi mesi fa. Il terzo disco di Sigrid rimette senz’altro le cose a posto, tornando a proporre brani catchy e più leggeri che sembrano adattarsi perfettamente alla voce della cantante, che su There’s Always More That I Could Say sfodera probabilmente la miglior interpretazione della sua carriera proprio evitando di ricercare la perfezione e lasciandosi andare a un cantato più istintivo, magari meno preciso tecnicamente ma capace di esprimere al meglio le emozioni dei brani. Arrangiamenti e produzione stessi non sono sempre perfetti; si ha anzi a volte la sensazione che musicalmente certi brani suonino un po’ piatti o quantomeno minimali e “spogli”, a differenza della produzione sbarluccicante, ad esempio, del primo disco. Ma anche questa scelta dopo qualche ascolto finisce per dare un carattere più marcato ai brani, che in molti casi sembrano richiamare le sonorità degli anni ’90, come l’EDM di Hush Baby Hurry Slowly o lo scandipop di Eternal Sunshine. Il nostro consiglio è di avere un po’ di pazienza con questo disco, sia perché i brani di gran lunga migliori sono gli ultimi cinque, sia perché è un pop meno “commerciale” e più da assorbire gradualmente.

Witch Fever – Fevereaten

Tre anni dopo l’esordio con Congregation, gli Witch Fever tornano con un disco che non poteva che uscire giusto giusto il giorno di Halloween. La band inglese su Fevereaten ripropone il proprio doom/hardcore metallizzato, ma a questo giro punta ancora di più sulla componente metal, con chitarre cupe e pesanti, giri di basso ipnotici e ovviamente le atmosfere stregate che del resto sono richiamate anche nel nome del gruppo. Forse si punta un po’ troppo sulla formula vocale dove la cantante Amy alterna strofe più intime e ritornelli gridati, presente in praticamente tutte e dodici le tracce.

Gli Witch Fever saranno in Italia al Bloom di Mezzago (MB) il 24 aprile per un’unica data.

The Belair Lip Bombs – Again

Uno dei migliori dischi indie rock di questa fine dell’anno è indubbiamente quello dei The Belair Lip Bombs, australiani, al secondo lavoro, sotto contratto con Third Man Records. Again ci mette un po’ di sonorità garage, qualche chitarra appena più aggressiva e qualche influenza da country rock americano, il tutto guidato dalla voce di Maisie Everett, magari non estremamente particolare ma fresca ed efficace per queste sonorità.

Spaced – No Escape

Gli Spaced, da poco sotto Pure Noise, buttano fuori un EP di cinque tracce per dieci minuti totali di musica, in pieno spirito hardcore. La copertina è cattivissima e fa pensare a una band metal piena di testosterone, in realtà il gruppo è capitanato dalla leader Lexi Reyngoudt che sembra l’erede perfetta della grande tradizione hc della East Coast americana, specialmente in questi anni in cui l’hardcore sta smettendo di essere monopolizzato da maschi bianchi quarantacinquenni.

Set It Off – Set It Off

I Set It Off sono senza contratto con case discografiche per la prima volta in quasi quindici anni, e la libertà sembra aver giovato parecchio alla band. Se da più di un decennio a questa parte Cody Carson e compagni sembravano un po’ la copia underground dei Backstreet Boys, sul nuovo album self-titled la band cambia radicalmente direzione, proponendo dodici tracce post-hardcore che rischiano spesso di sfociare direttamente nel metalcore. Chitarre pesanti, breakdown, qualche scream, anche se i ritornelli e il cantato restano molto molto pop e orecchiabili. Tutte le tracce funzionano, in quello che potrebbe addirittura essere il miglior disco dei Set It Off uscito finora.

Qui sotto una nuova versione molto più cattiva di Wolf in Sheep’s Clothing, originariamente presente sul secondo disco della band, Duality (2014).

Armor for Sleep – There Is No Memory

Gli Armor for Sleep avevano pubblicato un disco nel 2022 (The Rain Museum) dopo un silenzio durato ben quindici anni. Sul nuovo album There Is No Memory c’era inevitabilmente meno interesse, ma stiamo pur sempre parlando di una delle migliori band emo “meno conosciute” del decennio d’oro, per cui un po’ di curiosità è comunque lecita. Ben Jorgensen e soci sembrano tranquillamente a proprio agio a immergersi in pieno nel revival dei 2000s: il disco è sostanzialmente un album di quegli anni ma con una produzione aggiornata che lo fa suonare molto bene e che forse maschera un pochino qualche canzone poco memorabile di troppo.

Taylor Acorn – Poster Child

Taylor Acorn è da poco entrata in Fearless Records, segno che la discografia ha finalmente deciso di puntare su di lei dopo un bel po’ di anni passati da indipendente -e anche ormai un discreto storico di pubblicazioni e tour alle spalle. Poster Child è il suo terzo album in tre anni, il genere è un rock alternativo molto tendente al pop rock ma comunque suonato e prodotto per piacere alle persone che frequentano la scena emo/pop punk, in cui Taylor ha trovato negli ultimi anni il principale riscontro di pubblico. Se spesso in questo genere le band che hanno voce femminile vengono (pigramente) paragonate ai Paramore proprio per la voce, qui invece il paragone con i Paramore -quelli di Brand New Eyes in primis- sembra molto più calzante a livello musicale e un po’ meno per il cantato. Ad ogni modo i dodici brani mantengono sempre molto alta la qualità, anche nella parte finale del disco: ritornelli molto catchy, melodie che lasciano il segno (Hangman è una hit clamorosa; se stai leggendo queste righe devi assolutamente premere play qui sotto), strumentale pop e leggero sì ma pur sempre con le chitarre distorte a dare l’impressione che si stia facendo casino. Se hai meno di 25 anni, questo disco potrebbe benissimo anche cambiarti la vita; se ne hai di più, probabilmente non rientri esattamente nel target dell’album, ma l’ascolto può risultare comunque godibile (posto che la stessa Taylor Acorn è ampiamente una millennial, ma si sa, gli artisti tendono a fare musica per la generazione appena successiva a quella cui appartengono loro).

Taylor Acorn è stata annunciata di recente come opener del concerto di All Time Low, Mayday Parade e Four Year Strong alla ChorusLife Arena di Bergamo del 13 febbraio.

Ben Quad – Wisher

I Ben Quad sono molto quotati fra le nuovissime leve del panorama emo, ma la cosa ci sembra preoccupante più che positiva visto che è il sintomo che non ci sono molte band migliori di loro nel genere. Il gruppo dell’Oklahoma è al secondo disco, ma sembra avere ancora le idee molto confuse sul proprio sound. Wisher è un mischione di influenze e sonorità: tolta l’intro, il disco parte con un brano, Painless, che è praticamente una cover di Ohio Is for Lovers in salsa Tiny Moving Parts, ma il resto del disco comincia a vagare fra canzoni infarcite di scream (poche) e brani emo tranquilli dallo scarso mordente (molti), tanto che lo skit ironico all’inizio del quarto brano, con l’ospite Sam Canty dei Treaty Oak Revival che “sgrida” la band perché continua a cambiare sonorità a ogni uscita, ci sembra in realtà una descrizione della realtà più che uno scherzo. Il risultato è un disco confuso, sballottato tra un sound e l’altro senza un’apparente direzione, e purtroppo privo dei pezzoni memorabili che potrebbero salvare la situazione.

Unwell – Allegoria

Un’altra band che sembra avere le idee piuttosto confuse sono gli Unwell, al debutto con Pure Noise Records con il loro secondo album, Allegoria. La band parte proponendo un easycore accattivante ed energico, ma dalla metà del disco le sonorità virano prima su un emo in stile anni 2000 (diciamo Funeral for a Friend) per poi terminare con un’infornata di heaviness su binari post-hardcore. Nel mezzo c’è anche una traccia (Craven) che è letteralmente una canzone degli A Day to Remember.

Creeper – Sanguivore II: Mistress of Death

Come se non fosse bastato il brutto e noioso Sanguivore, i Creeper hanno sentito il bisogno di regalarci un Sanguivore II (sottotitolo: Mistress of Death), una nuova opera horror dalle tinte fosche e dalle sonorità symphonic metal, punk, industrial, rock alternativo, svariati passaggi “cinematici”, a volte anche all’interno di uno stesso brano (si veda la seconda traccia, Mistress of Death). Il problema è che questo pastone suona spesso piatto, con riff tutti uguali e standard e un cantato dark e misterioso “da vampiro” che non fa nulla per risultare davvero interessante (semmai a volte risulta comicamente sforzato come in Black Magick) e fa anzi rimpiangere la gran bella voce che Will Ghould metteva in mostra sui primi lavori della band (si ascolti il brano Astral Projection del 2016 per un confronto).

CF98 – Stupid Punk

I CF98 vengono dalla Polonia e li abbiamo conosciuti grazie all’imbeccata degli amici di Friday in Punk, scassatissimo programma in onda sulle frequenze di Gargano FM (ma li trovate anche su Spotify se non abitate in provincia di Foggia). Fanno quel misto fra pop punk e punk rock che garantisce energia e divertimento, vocals femminili e più di un accenno ai Sum 41, sia nella musica che nei testi, anche se il sound è in generale avvicinabile a quello di gruppi come New Found Glory, Neck Deep e We Are the In Crowd.

Action/Adventure – Ever After

L’easycore non è mai rinato dopo il primo boom di fine anni 2000, ma non è mai nemmeno morto. Gli Action/Adventure sembrano i più promettenti fra le nuove leve del genere. Ever After è il loro terzo album per Pure Noise Records e mette in fila tredici brani aggressivi ma divertenti, catchy ma senza essere troppo pop. Ci sono i doppi vocals che si alternano (un cantante con la voce più leggera e acuta e uno con la voce più profonda e trascinante) secondo uno schema tipico dell’easycore -del quale i nostrani 4th ‘n Goal sono maestri.

Bearings – Comfort Company

Se cercate del sano, buon vecchio “generic pop punk”, il quarto disco dei Bearings fa verosimilmente al caso vostro. Ritornelli mediamente catchy, riff mediamente accattivanti, vocals mediamente presi bene, i dieci brani sembrano scritti seguendo alla lettera il manuale d’istruzioni per fare musica come i Neck Deep del 2014. C’è anche un inevitabile feat. con Derek DiScanio degli State Champs che rende il tutto ancora più generic. Se questo è un bene o un male sta probabilmente all’ascoltatore decidere.

Chokecherry – Ripe Fruit Rots and Falls

Attive dal 2023, provenienti da San Francisco, le Chokecherry sono entrate nell’orbita di Fearless Records, con cui pubblicano il loro album d’esordio Ripe Fruit Rots and Falls, che nel titolo esprime il concept di base del disco (“cosa significa essere un essere senziente in questo mondo crudele”) e richiama anche il nome stesso del gruppo -il “chokecherry” è il prugnolo, quella pianta che fa quei frutti rosso scuro simili ai ribes. Il sound del duo svaria fra molteplici influenze, ma si può sostanzialmente descrivere come un rock alternativo che riprende gli anni 2000, con influssi mutuati dallo shoegaze così come dall’emo/punk (Basement, Title Fight e similari).

Ace Enders – Posture Syndrome

Ace Enders ha fatto tantissime grandi cose per la musica emo e alternativa, in primis con i The Early November, ma anche con il side project I Can Make a Mess. Non le fa di certo con il suo nuovo album da solista, che è un disco essenzialmente country folk come ormai da qualche anno il mercato americano richiede, con l’aggravante di assomigliare un po’ troppo da vicino a un disco medio dei Mumford and Sons in parecchie delle tantissime tracce (ben quindici, per quasi un’ora di ascolto).

Spanish Love Songs – A Brief Intermission in the Flattening of Time

Breve EP per gli Spanish Love Songs, che sembrano voler fare un piccolo esperimento come “intermezzo” fra l’ultimo album (No Joy, 2023) e il prossimo -del resto, lo stesso titolo dell’EP è A Brief Intermission in the Flattening of Time. Le quattro canzoni vedono tutte un ospite: Dan Campbell dei The Wonder Years (ovviamente il featuring più riuscito), Kevin Devine, Illuminati Hotties e i Tigers Jaw. Le sonorità sono leggere, trattenute, un indie rock / rock alternativo dal ritmo lento e meditabondo, una sorta di riflessione quasi smarrita sul tempo che scorre e sul tempo in cui si ritrovano a vivere gli americani -e di riflesso tutti gli abitanti della terra.

Hit the Lights – Tomorrow’s Gonna Hurt

Dopo un silenzio-stampa di ben dieci anni (l’ultimo album, Summer Bones, era uscito nel 2015, seguito giusto da un paio di pezzi a sé stanti pubblicati nei successivi anni), gli Hit the Lights fanno un graditissimo ritorno con questo agile EP di quattro pezzi. La band è un filo più easycore di quanto ce la ricordassimo, ma è un’influenza che si fa sentire principalmente nei primi due pezzi e va scemando man mano che l’EP avanza, e non risulta poi nemmeno sgradita perché Get Your Ass to Mars è in effetti un pezzone. Sulla terza traccia Bleach Away compare anche un featuring con Colin Ross, il cantante originale della band, che aveva già duettato con Nick Thompson sulla traccia conclusiva di Summer Bones. Una band che ritroviamo senz’altro in forma e che speriamo di vedere presto all’opera, magari anche in Europa.

The Hunna – Blue Transitions

Dopo quattro dischi, i The Hunna pubblicano un EP che è forse una sorta di “nuovo inizio” della carriera, visto che l’ultimo album risale al 2022 e la band ha da poco firmato un contratto con una nuova etichetta, Frontiers Label Group. Le cinque canzoni di Blue Transitions (anche il nome sembra far pensare a un periodo di ripartenza) propongono un alternative rock dal sapore decisamente britannico, che sembra rinverdire la lunga tradizione d’Oltremanica portata avanti negli anni da band come You Me at Six, Biffy Clyro, Deaf Havana e Don Broco, oltre che dai The Hunna stessi.

Second Harbour – Coalesce

Da buoni elder emos, non possiamo che esaltarci ascoltando l’EP dei Second Harbour, band canadese nuova di zecca recentemente messa sotto contratto da Sharptone. I pezzi sono appena quattro, ma costituiscono un bellissimo biglietto da visita per il trio, e soprattutto un appetitoso aperitivo per quanto la band ha sicuramente in serbo per noi per il futuro. Il sound è una commistione fra emo, post-hardcore e indie rock, le prime due tracce sono più intense e anche un pochino urlate, tra Movements, Funeral for a Friend e Moose Blood; le ultime due più tranquille un po’ alla Tigers Jaw, Hawthorne Heights e Citizen; tutte quante comunque con grandi vibe nostalgiche degli anni 2000.


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