Gli album del mese: Nation of Language, Hawthorne Heights, Deeper & more

Nation of Language Strange Disciple copertina

Nation of Language – Strange Disciple

(Play It Again Sam, 15 settembre 2023)

I Nation of Language sono una band relativamente giovane: si sono formati nel 2016 e con questo disco hanno all’attivo appena tre album, ma hanno già fatto parecchio parlare di sé, sia tra il pubblico sia tra la critica che li apprezza moltissimo. E a ragione, perché il trio newyorkese ha un sound tutto particolare e a prima vista quasi controintuitivo: invece di proporre un synthpop iperprodotto, ricco e coinvolgente, la band riduce all’osso quasi qualsiasi elemento, suonando musica minimale, a volte quasi trattenuta sia come strumentazione che come cantato. Il risultato è che il loro sound, anche su questo nuovo album, abbia contemporaneamente quelle caratteristiche da “musica artistica” che la critica adora e la facilità di ascolto che invece è cruciale per trovare riscontri presso il grande pubblico. Strange Disciple (che si pronuncia “disàipol”, e questo -ammettiamo la nostra ignoranza- l’abbiamo scoperto ascoltando l’album) è un disco cool, cioè uno di quei dischi che puoi vantarti con i tuoi amici di ascoltare, e anche se verso il finale il minimalismo sonoro fa sì che un paio di brani sembrino un po’ simili ad altri, il risultato è di ottima qualità.


Hawthorne Heights – Lost Lights

(Pure Noise Records, 8 settembre 2023)

A un paio d’anni da The Rain Just Follows Me, gli Hawthorne Heights scelgono di pubblicare un EP, non certo il primo della propria carriera -anzi, è proprio un EP come Hurt (2015) che secondo noi è il miglior lavoro in assoluto del gruppo. Lost Lights vede cinque tracce, suonate e cantate in pieno nello stile ormai tipico della band che abbiamo sentito in tutti i lavori degli ultimi dieci anni. Se dopo vent’anni di carriera, e a quasi cinquant’anni di età, non possiamo probabilmente aspettarci radicali cambiamenti di sound da parte del gruppo, è anche vero che le canzoni cominciano a sembrare un pochino stantie, e soprattutto ampiamente già sentite. Prese singolarmente e senza considerare la discografia precedente, tutte e cinque le tracce sono buone, abbastanza accattivanti ed energiche; inserite nel contesto degli scorsi dischi suonano come l’ennesima riproposizione di questo sound, senza la minima variazione.


Deeper – Careful!

(Sub Pop Records, 8 settembre 2023)

Terzo album per i Deeper, che sono da poco stati accolti sotto la storica ala di Sub Pop. Il gruppo di Chicago su Careful! propone un sound che si divincola fra post-punk, indie rock e alternative rock, insomma mettendo insieme generi e influenze che negli ultimi anni hanno avuto parecchio successo di pubblico e critica. I ritmi non sono quasi mai forsennati, c’è un tocco di sperimentazione (Devil-loc su tutte, ma varie tracce offrono spunti curiosi), e il cantato ricorda a tratti quello di Robert Smith dei The Cure per timbro e intonazione. Quello che ha di buono quest’album è che può potenzialmente piacere a tutte le persone che ascoltano anche solo uno dei generi elencati poco sopra; quello che ci piace un po’ meno è che quasi nessuna canzone ha l’aria di essere davvero memorabile, scorrendo piuttosto via in un susseguirsi di brani gradevoli ma poco incisivi: non ci sono ritornelli di facile presa, non ci sono riff di chitarra trascinanti, le vibe restano bene o male fisse e costanti per tutto il disco. La sensazione è in sostanza che Careful! sia un disco perfetto per creare un’atmosfera e fare una dichiarazione di intenti (musicali), ma un po’ meno per fare breccia.


Delaire the Liar – Self Defence

(Rude Records, 1 settembre 2023)

Ancora un EP, il terzo finora, per i Delaire the Liar, che per il momento non sembrano ancora decisi a pubblicare il proprio disco d’esordio full length. I cambi di lineup che si sono succeduti negli anni hanno probabilmente avuto un peso nella mancanza sin qui di un album, ma con Self Defence la speranza è che la band inglese possa consolidare la propria formazione e di conseguenza anche il proprio sound. Dopo aver avuto un po’ di notorietà nel nostro Paese grazie ai molti passaggi su Radiofreccia del brano Furnace (dall’ultimo EP Eat Your Own, del 2021), il gruppo sembra voler provare su questo lavoro ad ammorbidire le proprie sonorità, smussare gli spigoli presenti nei due EP precedenti per tentare di raggiungere un pubblico potenzialmente più vasto. Ci sembra una scelta comprensibile: i Delaire the Liar hanno sempre spaccato, ma il loro sound molto tecnico, ricco di cambi di ritmo e di tempi inusuali e povero di ritornelli catchy era necessariamente rivolto a una nicchia decisamente ristretta. Con i quattro brani di Self Defence il gruppo potrà probabilmente ambire a conquistare le orecchie di una platea più vasta, appassionata delle sfumature del rock un po’ più heavy e tirate. Non che ci siano brani immediatamente memorabili nemmeno su questo EP, ma i suoni sono un pochino più abbordabili, per quanto senza tradire lo spirito della band, e ci sono almeno un paio di buoni ritornelli, in primis quello di Bite Trap.


Sydney Sprague – Somebody in Hell Loves You

(Rude Records, 15 settembre 2023)

https://open.spotify.com/album/73L8Gv41xHG3RYdhXoFggn?si=Ht2U6RSsRAGC8La4AJCALA

Due anni fa l’album di debutto di Sydney Sprague, Maybe I Will See You at the End of the World, ci era piuttosto piaciuto, presentandoci una cantautrice dalle sonorità indie pop/indie rock con uno stile vocale simile a quello di Julien Baker ma un gusto decisamente più pop e meno voglia di sferrare colpi letali al cuore. Il secondo disco vede Sydney alle prese con un piccolo scarto di sonorità: la cantautrice di Phoenix abbandona quasi del tutto la componente più indie pop e ballad-osa, in favore di un approccio più indie rock, con chitarre più decise e allegre, anche se i testi non sempre (anzi, praticamente mai) seguono lo stesso spirito giocondo. Il sound si addice a Sydney e i pezzi sono tutti generalmente divertenti da ascoltare; il neo? Non ci sembra che l’artista abbia fatto un reale salto di qualità su questo Somebody in Hell Loves You rispetto al disco d’esordio. Si tratta nel complesso di un bel disco, che ascolteremo ancora volentieri, ma che rimane pressappoco sullo stesso livello (buono, per intenderci) del suo predecessore. Il tempo per migliorare Sydney ce l’ha tutto, e noi la aspettiamo comunque molto volentieri.


With Honor – Boundless

(Pure Noise Records, 8 settembre 2023)

Ad addirittura 18 anni dall’ultimo disco, si riforma la storica formazione hardcore del Connecticut, anche se a giudicare dall’età delle facce che si vedono nelle foto promo ci verrebbe da dire che solo pochissimi dei membri originali fanno parte di questa reunion. La band ha comunque firmato con Pure Noise Records, e ci regala questo comeback album per il quale il tempo sembra essersi fermato da qualche parte a metà del primo decennio di questo secolo. Se i compagni di etichetta Koyo hanno voluto fondare una band per ricreare artificialmente le sonorità tipiche dell’emo/hardcore di Long Island dei primi ’00, gli With Honor quelle sonorità le prendono direttamente dal proprio passato senza modificarle di una virgola. Ci sta? Per noi sì, perché i pezzi sono forti, belli urlati ma anche parecchio melodici, e sembrano tutti quanti usciti dalla colonna sonora di Burnout 3: Takedown, il miglior gioco per PlayStation che sia mai stato creato. È un disco che ovviamente punta tutto sul fattore nostalgia, dato che il suo sound porta scritto “2005” in ogni nota, però non è una nostalgia evocata di fretta e in modo posticcio, ma un sound che la band sente evidentemente come proprio e che teneva a riproporre.


Lechuck – Matematica

(Dotto, 7 settembre 2023)

A scuola ero scarso in matematica, ma per fortuna la mia avversione verso la materia non è stata tale da farmi fuggire davanti al titolo di questo album. Matematica è un disco composto da una sola traccia che dura 36 minuti e 17 secondi. Già solo questo rende notevoli i Lechuck, quartetto torinese che se ne infischia delle strategie per compiacere l’algoritmo e punta a farsi pochi amici fedeli piuttosto che guadagnare follower distratti. Lo stile della band batte le strade del post-rock in una sequenza di sonorità che gravitano attorno al fecondo sottobosco emo (nonostante il titolo, lo sfoggio di preziosismi math rock resta comunque contenuto). La traccia sviluppa diverse canzoni che vengono amalgamate in un percorso unitario, che risulta omogeneo anche dal punto di vista concettuale e ricorda gruppi come i Gazebo Penguins. La mezz’ora passa senza tentazioni di fare skip e scivola via molto più serenamente di quanto facevano le lezioni alle superiori. [Simone De Lorenzi]


Alis Vibe – Reborn

(self-released, 22 settembre 2023)

Alis Vibe si sente rinata, ma per noi ascoltatori è semplicemente nata, perché Reborn è il suo primissimo EP, quello che ce la dovrebbe far conoscere e presentare per come l’artista è adesso -anche se in realtà abbiamo già avuto modo di ascoltare un paio dei singoli di questo lavoro negli scorsi mesi, e apprezzarne le sonorità pop internazionali. I 5+1 brani che compongono quest’EP (1 è l’introduzione, che però racchiude nel parlato tutti gli elementi che formano la musica di Alis e quindi potremmo quasi considerarlo come la traccia-chiave del disco) ricordano il pop di stelle angloamericane come Lady Gaga (I Want It All l’abbiamo dovuta cercare su Google per accertarci che non fosse una cover, e ancora adesso non ne siamo convinti al 100%) e Sia ma anche Caroline Polacheck. Non sorprende quindi che l’artista sia da qualche tempo andata a vivere a Nashville, come gli artisti che contano davvero, tipo Hayley Williams. Su Reborn si sente un pop che non è bubblegum ma più posato, a volte quasi minimale, ma sempre con una produzione cristallina e potente, anche in termini di bassi. Nel mondo del pop italiano che negli ultimi anni si è sostanzialmente sovrapposto all’(ex) indie, quelle di Alis Vibe sono sonorità che sono sempre mancate e che invece farebbe molto bene (anche solo per la varietà della musica cui saremmo esposti) esplorare più a fondo.


Chiara Effe – Via Giardini

(Etnagigante, 21 settembre 2023)

Chiara Effe non è la sorella di Tony Effe, e i due non sono accomunati nemmeno dal genere di musica che propongono. Via Giardini, il secondo album dell’artista cagliaritana, che arriva addirittura a nove anni di distanza da quello d’esordio, è infatti un disco pienamente cantautorale e delicato, tanto in termini di arrangiamenti quanto di cantato e di testi. Le immagini e le frasi ricercate che Chiara mette insieme sembrano appartenere a un’altra era musicale, soprattutto se apriamo una playlist editoriale a caso o accendiamo una qualsiasi radio mainstream. Il contorno sonoro fa da sfondo, con chitarre o violini o contrabbassi a seconda del brano ma sempre con la modestia di uno strumento che sa di dover lasciare libero sfogo alla voce dell’artista e a quello che ha da dire. Non si tratta però di un disco monocorde, anzi, i brani sanno svariare tra pezzi lenti, brani frizzantini quasi pop e cavalcate di archi. Nel panorama musicale contemporaneo ci sembra un disco che potrebbe riscuotere grandi consensi di critica, anche a importanti premi e concorsi nazionali, ma faticare un po’ a fare davvero breccia presso il pubblico. Ci auguriamo per Chiara che la nostra sensazione venga ribaltata.


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