Gli album del mese: Beabadoobee, Fontaines D.C., Falling in Reverse & more

Beabadoobee
Foto di Jacob Erland

Beabadoobee – This Is How Tomorrow Moves

(Dirty Hit, 9 agosto 2024)

Due anni dopo il suo secondo e un po’ deludente disco Beatopia, Beabadoobee torna con un nuovo lavoro registrato insieme a niente meno che la leggenda che è Rick Rubin. This Is How Tomorrow Moves è un disco che prende indubbiamente spunto da quanto fatto dall’artista inglese sull’album precedente: il sound prevalente è quello infatti di un pop acustico e leggero, con molte ballad intime e personali interrotte di quando in quando dall’occasionale brano rock dal sapore anni ’90. Se proprio questo era l’aspetto che trascinava in basso Beatopia, sembra che Bea e Rick abbiano tentato in parte di correggere il tiro: proprio i brani più “rock” come California o Beaches sono infatti le canzoni che comunicano più energia ed entusiasmo e riescono ad alzare i giri del disco, permettendo anche alle tante ballad di suonare più convincenti. Qua e là si sentono richiami più che accennati ad artisti come Phoebe Bridgers (si veda Ever Seen, e soprattutto This Is How It Went che è praticamente un brano delle Boygenius, testo compreso con annessi riferimenti a Elliott Smith) o ai The 1975 con cui Bea condivide l’etichetta e fino a poco tempo fa anche il team di produzione, ma This Is How Tomorrow Moves è un disco che Beabadoobee può dire proprio fino in fondo.


Fontaines D.C. – Romance

(XL Recordings, 23 agosto 2024)

Sul nuovo disco dei Fontaines D.C. si è già detto praticamente di tutto, con paragoni mirabolanti alle più grandi band della scena rock mondiale dagli anni ’80 a oggi e giudizi perlopiù estatici. È chiaro che i ragazzi di Dublino hanno -meritatamente, per quanto fatto finora- trovato il fortunato modo per diventare una grande band rock, cosa che nel 2024 è dannatamente difficile. A ottobre suoneranno a Milano in un Alcatraz sold out da mesi, ma immaginiamo che a breve li vedremo suonare nei palazzetti anche qui da noi: quando travalichi il confine di una rock band conosciuta per diventare un fenomeno mediatico è normale che sia così. Il nuovo disco Romance giustifica però tutto questo entusiasmo? Secondo noi fino a un certo punto. È un bel disco, questo lo diciamo subito. Produzione perfetta, qualche hit vera (soprattutto i brani pubblicati come singoli prima dell’album, quali Favourite, Here’s the Thing e Starbuster), gran performance vocale e sonorità che sono assolutamente mainstream ma che mantengono abilmente la propria veste underground, almeno in apparenza. La nostra sensazione è che ci sia qualche pezzo lento di troppo: vada per l’intro Romance, In the Modern World è una gran ballad, ma tutti questi pezzi introspettivi e malinconici uno dietro l’altro uccidono un po’ il flow dell’album e l’energia che pezzi come Here’s the Things e Starbuster avevano creato. Per noi insomma i Fontaines D.C. danno il meglio quando alzano i giri del motore e propongono pezzi più rock e più affini a quanto fatto finora, sebbene ovviamente il post-punk degli esordi sia soltanto un lontano ricordo, già dai tempi di Skinty Fia. Promossi sicuramente, ma ci permettiamo di dire che il treno dell’hype è stato forse esagerato.


Falling in Reverse – Popular Monster

(Epitaph Records, 16 agosto 2024)

Più che di un nuovo disco, per i Falling in Reverse si può parlare di una collezione di canzoni, molte delle quali uscite nel corso degli ultimi cinque anni (la più vecchia, Popular Monster, risale addirittura al 2019). Ronnie Radke ci ha buttato dentro un po’ di tutto, più ancora che sui dischi precedenti: i brani spaziano tra il rap e il death metal, spesso anche all’interno della stessa canzone e nel giro di pochi secondi. Alcuni brani funzionano parecchio bene e intrattengono, altri sembrano un po’ filler (No Fear, Trigger Warning), ma in generale l’idea è che Popular Monster sia un disco spassoso e divertente, se non esattamente eccelso in termini di qualità musicale. E del resto proprio come entertainer Ronnie sa dare il meglio di sé, come testimoniano i suoi concerti sempre sold out in palazzetti giganti negli Stati Uniti. Qui da noi arriveranno il 14 novembre per un’unica data al Fabrique di Milano, andata anche questa immediatamente sold out.


The Used – Medz

(Big Noise, 21 giugno 2024)

Da parecchio tempo I The Used sembrano aver perso lo smalto che li caratterizzava almeno fino all’inizio dello scorsio decennio, e neanche il ritorno alla collaborazione con il fido produttore John Feldmann era stato in grado di dare particolari frutti. L’uscita di un disco di B-side scartati dalle sessioni di un album già bruttino come Toxic Positivity (2023) aveva quindi tutte le premesse per risultare un grosso buco nell’acqua. E invece la band del Colorado ci sorprende in positivo: i dieci pezzi che compongono questo Medz hanno davvero poco da spartire con l’album originale da cui sono nati: gli eccessi di produzione, forse anche per la natura di B-side di questi brani, sono accantonati, e l’approccio più semplice, diretto e immediato dà subito un’energia e una pulizia ben gradite alle canzoni. E poi molti ritornelli funzionano davvero: la title track Medz ha poco da invidiare ai migliori brani dei The Used, People Are Vomit è trascinante fin dal primo ascolto, ma quasi tutti i pezzi hanno un bel tiro e un’immediatezza che colpiscono (pensiamo su tutti a Before I Leave). Questa raccolta di scarti finisce così per essere probabilmente il miglior lavoro dei The Used da almeno un decennio a questa parte.


Four Year Strong – Analysis Paralysis

(Pure Noise Records, 9 agosto 2024)

Non è semplice decidere di cambiare quando hai una lunga e fortunata carriera alle spalle come paladino dell’easycore. I Four Year Strong però hanno pensato che fosse ora di scombinare un po’ le carte in tavola, e con il loro nuovo disco Analysis Paralysis si buttano direttamente sull’hardcore. I ritornelli catchy e immediati ci sono ancora, le chitarre però sono più distorte, i breakdown più pesanti, la batteria più pestata: i Four Year Strong fanno davvero i cattivi su quest’album, e la trasformazione riesce in modo impeccabile. I brani che esaltano di più sono proprio quelli che pigiano maggiormente il pedale dell’hc, come Bad Habit, Uncooked o Aftermath/Afterthought. Dopo ventitré anni di carriera, la band del Massachusetts potrebbe proprio aver tirato fuori il miglior lavoro della propria discografia.


Yours Truly – Toxic

(UNFD, 16 agosto 2024)

Su Facebook il loro handle è ancora @yourstrulypoppunk, perché quello è il genere che la band australiana suonava agli esordi, ma i ragazzi di Sydney hanno cambiato lentamente ma marcatamente il proprio sound anno dopo anno. Se già l’EP Is This What I Look Like? (2022) aveva segnato un approccio più heavy, il nuovo disco Toxic segna un passaggio definitivo a sonorità post-hardcore, da cui gli Yours Truly sembrano aver tratto un grande beneficio. Il disco d’esordio Self Care era in effetti un buon lavoro ma che mancava un po’ di personalità e di unicità; su Toxic invece la band pare aver trovato il bilanciamento perfetto fra energia e cattiveria sonora da un lato e melodia e orecchiabilità dall’altro. Il salto di qualità musicale va di pari passo con quello vocale compiuto da Mikaila Delgado, che suona pienamente padrona della propria voce sfoderando una prestazione migliorata in modo evidente rispetto a quanto si sentiva sul timido esordio. Ottimo il featuring tutto in scream con i Bloom sul brano Sinking, a tratti rivedibili alcune scelte di produzione come le variazioni improvvise di volume nei brani, ma il disco è godibilissimo.


Charly Bliss – Forever

(Lucky Number, 16 agosto 2024)

Terzo disco per i Charly Bliss, che non pubblicavano un full length dal lontano 2019 quando era uscito Young Enough. Quello che la band newyorkese mette in mostra su Forever è un pop rock sbarluccicante, guidato dalla voce zuccherosa di Eva Hendricks. I riferimenti sono quelli di band come Chvrches, Paramore, Tegan and Sara e Muna, musica leggera (non nel senso italiano del termine) e spensierata che sa essere estremamente catchy, come dimostrano brani quali Calling You Out, Waiting for You o Here Comes the Darkness. Occasionalmente si fanno maggiormente sentire le chitarre, altrove ci sono un paio di ballad strategiche, ma la cifra stilistica è quella di una musica da presa bene, con testi magari non eccessivamente profondi ma molto relatable. Per noi il ritorno dei Charly Bliss è senz’altro approvato.


Northbound – Juniper

(Smartpunk Records, 12 luglio 2024)

Chi c’era al Legend Club nel lontano 2017 a vedere gli State Champs ed As It Is si ricorderà dei Northbound in apertura, ovvero il progetto solista di Jonathon (no, non Jonathan) Fraser. Allora (basta riascoltare l’album Death of a Slug del 2015 per rendersene conto) le influenze emo erano prevalenti. Qualche anno dopo con il disco numero quattro, Juniper, sembra che abbia deciso di risalire controcorrente l’onda del pop punk fino a recuperare le vibes alla TSSF e Bearings, immergendosi insomma nel revival di metà decennio. E lo fa benissimo, risultando per nulla anacronistico e senza dare l’impressione del già sentito. [Simone De Lorenzi]


iNTeRNeT FReNDz – It’s a Secret

(self-released, 26 giugno 2024)

Lasciando stare la grafia del loro nome, che tradisce le coordinate da TikTok band dentro le quali sono inquadrati, gli iNTeRNeT FreNDz (d’altronde il duo si chiama in questo modo proprio perché i componenti del gruppo si sono conosciuti sui social) hanno fatto un lavoro molto bello sul loro EP di debutto. It’s a Secret contiene solo quattro tracce, ma tanto basta a mostrare in maniera chiara l’efficacia del loro sound: ovvero quel pop punk da gen Z che ora va tanto (si vedano new entry come Girlfriends e 408), melodico e pop, al quale affianca il pop punk dei primi Duemila, recuperandone la carica più energica e un certo effetto nostalgia per band come Simple Plan, Good Charlotte e compagnia bella. Non per nulla il disco è prodotto da Matt Squire, che potreste aver visto comparire nei credits di dischi come Nothing Personal, Boys Like Girls, Can’t Stop Won’t Stop (tanto per dire). Ah, e se acquistate il CD dallo shop di Spotify ve lo regalano, dovete solo coprire i costi di spedizione. Insomma, speriamo che It’s a Secret non resti un segreto di pochi. [Simone De Lorenzi]


And So Your Life Is Ruined – Da dove ci eravamo lasciati

(self-released, 13 giugno 2024)

Dove ci eravamo lasciati? A Rivincite. Correva l’anno 2016 e gli And So Your Life is Ruined ci regalavano il loro disco d’esordio, una perla dell’emo/post-rock destinata a rimanere nel tempo. Cosa troviamo dentro questo nuovo EP, a distanza di otto anni, ce lo suggerisce il nuovo sticker della band riminese – disponibile al banchetto del merch, ché i quattro romagnoli meritano di essere visti dal vivo –, che sintetizza il contenuto di Da dove ci eravamo lasciati in “Presa male & arpeggini”. Avendolo ascoltato confermiamo che effettivamente la presa male c’è e gli arpeggini pure. Ma c’è anche molto altro: i testi evocativi, le atmosfere riflessive, un senso di pace che trascende l’oscurità circostante, sferzata di tanto in tanto anche da soprassalti più combattivi. Gli And So Your Life is Ruined celebrano l’epica degli sconfitti che hanno ancora qualcosa da dire tenendo il profilo basso, senza preziosismi eccessivamente math (e comunque mai fini a sé stessi), né sfuriate aggressive post-HC; ma raggiungendo efficacemente il cuore emotivo della questione. Il viaggio riprende da dove ci eravamo lasciati, sperando di non lasciarci mai. [Simone De Lorenzi]


Joy Giver – Joy Giver

(self-released, 5 giugno 2024)

Arriverà, prima o poi, il momento in cui ci stancheremo delle sonorità da revival pop punk del decennio scorso, ma per ora questo giorno non è ancora giunto. A irrobustire le nostre certezze ci pensa un disco come questo EP d’esordio – squisitamente self-titled – dei Joy Giver, band venuta alla luce nei primi mesi del 2024. Le sei tracce composte dal gruppo veronese attingono infatti a piene mani dal generic pop punk nel suo momento apicale (Neck Deep, WSTR, Like Pacific, ROAM): dirette, catchy e grezze il giusto, a ricordarci com’era il mondo prima di MGK. E lo fanno senza tradire la loro provenienza italiana: li avessimo scovati nel 2013, all’interno di uno di quei CD sampler di No Sleep Records, non li avremmo trovati fuori posto. Manca solo il debutto dal vivo, presto in arrivo. [Simone De Lorenzi]


Yna – Agrodolce

(Piuma Dischi, 19 luglio 2024)

Già passata su queste pagine con i suoi primi singoli, Yna arriva al primo grande passo con l’uscita del suo primo lavoro in studio, un EP di sette canzoni intitolato Agrodolce per Piuma Dischi. L’artista di Matera naviga in maniera piuttosto tumultuosa fra l’urban, il pop e l’R&B, proponendo canzoni ritmate e spesso ricche di bassi ma capaci sempre di mantenere alto il livello della catchiness, permettendosi anche qualche testo molto confidenziale e/o ironico -si veda la rima “follow – accollo” o il “Anche Geppetto da un tronco ha tirato fuori un bambino / A te invece purtroppo non farei neanche un po… hey”. La voce ricorda a tratti quella di Giorgia (la cantante, eh), specialmente nei brani più cantati e meno urban. Di questo EP ci piacciono la carica che hanno i brani e la capacità di Yna di risultare sempre “vicina” all’ascoltatore.


Daniele D’Elia – Uno dei tanti

(self-released, 25 agosto 2024)

La sua carriera da solista è cominciata piuttosto tardi rispetto alla media, ma in compenso Daniele D’Elia si sta dimostrando prolificissimo. L’artista cagliaritano classe 1974 ha pubblicato un disco all’anno dal 2021 a oggi, e anche nel 2024 non perde il proprio appuntamento, regalandoci e regalandosi questo Uno dei tanti, che è un titolo magari un po’ strano da dare a un album (in fondo, non si vorrebbe mai che il proprio disco fosse “uno dei tanti”) ma che in realtà ha ampiamente un senso perché si tratta del nome della seconda traccia, un brano dedicato alla complessa realtà dei fenomeni migratori. Breve intro a parte, i brani del disco sono undici, e giocano sul cantautorato pop rock un po’ come si era già visto sul precedente Un po’ di te. Rispetto a quel lavoro, Uno dei tanti ha arrangiamenti un po’ più essenziali (fino a un certo punto, visto che parliamo di un disco che fa uso fra le altre cose dell’arpa e del piano), ma mette in mostra un evidente affinamento della capacità di scrittura da parte di Daniele. I testi restano semplici usando similitudini e immagini quotidiane in cui tutti possono rispecchiarsi, ma raccontano storie in maniera più coinvolgente e riescono a non far pesare le rime baciate come invece avveniva su Un po’ di te. Un piccolo passo avanti per Daniele, a dimostrare anche che non si finisce davvero mai di migliorare e affinarsi.


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