Il pop punk “alla Machine Gun Kelly” è già finito?

Machine Gun Kelly e Travis Barker

 

Nella sua relativamente breve storia, il pop punk fin qui ha sempre vissuto di fasi. C’è stata la grande esplosione nel mainstream a fine anni ’90 grazie in primis al successo di Enema of the State dei blink-182, seguito da gruppi come Sum 41, Simple Plan, New Found Glory e Yellowcard. C’è stata la fase neon che a fine anni 2000 andava forte sui blog e sui primi social network, e ha portato alla fama band come All Time Low e Boys Like Girls. E poi ancora verso la metà degli anni 2010 una nuova ondata trainata da band della nuova leva come Neck Deep, State Champs e The Story So Far, che puntavano più sulla componente “punk” che su quella prettamente “pop”.

Per alcuni anni il pop punk è passato sottotraccia, senza che ci fossero grandi elementi per pensare a una sua rifioritura. Poi alla fine del 2020, abbastanza di punto in bianco, Machine Gun Kelly ha deciso di rispolverare il proprio passato da affiliato alla scena Warped Tour, e ha tirato fuori l’ormai celeberrimo Tickets to My Downfall, il disco con cui il rapper americano voleva dichiaratamente riportare di moda il pop punk, con l’aiuto di Travis Barker (batterista dei blink-182 e produttore particolarmente eclettico) che ha scritto, suonato e prodotto con lui buona parte dell’album.

Tickets è stato un successone: improvvisamente, grazie soprattutto alla fama ottenuta precedentemente come rapper da MGK nel mainstream, tutte le testate stavano nuovamente parlando della musica pop punk, le radio passavano le sue canzoni, i ragazzi le ascoltavano e scoprivano che si poteva ancora essere “cool” usando le chitarre in questo modo. In breve tempo una serie di artisti cominciavano a imitare lo stile di Tickets to My Downfall per cercare di essere fra i primi ad accodarsi a uno stile tornato di moda: KennyHoopla, Mod Sun, Jxdn fra i principali negli States; mentre in Italia abbiamo avuto La Sad e un tentativo di GionnyScandal.

Ma come suona il pop punk “alla Machine Gun Kelly”? Di base è un ibrido fra le caratteristiche classiche del pop punk e quelle della trap. Ci sono le chitarre ovviamente e il sound è tipicamente full band (anche se è proposto perlopiù da artisti singoli e raramente da vere band!), con ritornelli iper-melodici e orecchiabili e riff travolgenti; ma ci sono anche tantissimi beat computerizzati, il ricorso all’autotune e nei testi più di qualche barra mutuata dall’hip hop, che effettuano quindi un’opera di contaminazione fra i generi. Di fatto qualcosa che nel mondo del pop punk non si era ancora sentito in maniera stabile se non per estemporanee collaborazioni su singole tracce.

Queste caratteristiche hanno indubbiamente aiutato Machine Gun Kelly a proporre il pop punk nel mainstream, dominato ormai da anni dall’hip hop e dalla trap, e sono state infatti ricalcate in maniera parecchio fedele da tutti gli emuli che hanno cercato di accostarsi a queste sonorità. Emuli che peraltro in molti casi erano prodotti e sponsorizzati dallo stesso Travis Barker, tanto che si è cominciato a parlare anche di “Barker-core” in relazione a quest’ondata del pop punk.

Questo commento su Reddit mi sembra sintetizzare perfettamente la differenza tra le “vecchie” band pop punk e gli artisti dell’ondata post-MGK.

Ma a distanza di cinque anni dall’uscita di Tickets to My Downfall, cos’è rimasto del pop punk alla Machine Gun Kelly? La domanda mi sorge spontanea osservando cosa stanno facendo negli ultimi mesi i protagonisti di quella cavalcata magari un po’ estemporanea, ma anche il resto delle band pop punk.

Machine Gun Kelly ha provato a bissare il successo pubblicando nel 2022 Mainstream Sellout, che manteneva sonorità simili ma che non conteneva alcun materiale vagamente decente e infatti ha floppato: di lì a poco è tornato a bazzicare la scena hip hop, e di recente ha annunciato l’uscita di un album intitolato Lost Americana (svolta country pop in arrivo?). Il suo ritrovato interesse per il pop punk sembra essere durato giusto il tempo di un tour mondiale.

Travis Barker, produttore del disco, ha poi applicato i concetti fordiani della catena di montaggio ai suoi successivi impegni discografici, sfornando a manetta dischi simili a quello di MGK dove lui produceva e suonava la batteria per una serie di giovani promesse. Molti di questi artisti hanno fatto buoni numeri su Spotify, pochi (leggi “nessuno”) hanno davvero lasciato un segno tangibile o portato tanta gente ai concerti. Lo stesso album nuovo dei blink suona iper-prodotto, compresso e computerizzato proprio come le recenti produzioni di Travis nel “suo” Barker-core. Ma nell’ultimissimo periodo anche Travis Barker sembra aver perso interesse nei confronti della scena che lui stesso ha (ri)creato: forse ha intuito che l’ondata è finita, forse si è semplicemente stancato, fatto sta che di recente lo si è visto in studio con artisti ben differenti da quelli del Barker-core, ad esempio gli Yellowcard (nuovo album prodotto da Barker in arrivo dopo l’estate), o gli Alkaline Trio per i quali pare abbia prodotto il prossimo disco.

Travis Barker in studio con Ryan Key degli Yellowcard

Cos’hanno fatto invece le altre band pop punk? Quelle storiche (diciamo Yellowcard, New Found Glory, Simple Plan, All Time Low…) negli ultimi anni hanno passato più tempo a cercare di riproporre il proprio sound classico cavalcando la wave della nostalgia, ma nessuna si è spinta così in là da imitare MGK (grazie a Dio, mi verrebbe da dire -anche solo per una questione anagrafica).

Ma anche le band ormai storiche degli anni 2010 hanno continuato per la propria strada come se MGK non fosse mai avvenuto: basta ascoltare i dischi post-2020 di Neck Deep e State Champs, che hanno anzi abbandonato le proprie velleità più pop emerse a fine anni 2010 per ributtarsi a capofitto sul sound che li aveva resi celebri dieci anni prima. Pure i The Story So Far nel 2024 hanno fatto il disco più pop punk da una decina di anni a questa parte, anche se la produzione fiacca azzoppava le buone intenzioni della band. Per la scena pop punk tradizionale insomma è come se Machine Gun Kelly sia stato un corpo estraneo, che è entrato e uscito senza alterare di molto il fluire della musica.

Verrebbe anzi da dire che persino le band più recenti che stanno emergendo in ambito pop punk sembrano più intenzionate a rievocare i fasti degli anni 2000 e 2010 che a prendere ispirazione dal Barker-core: se ascoltiamo il nuovo album degli Stateside abbiamo di fronte un disco punk con ritornelli pop, tanta energia e riff di chitarre per fare crowdsurfing, proprio come ai tempi delle prime uscite di Neck Deep e State Champs. Un’altra band, gli Arm’s Length, ha buttato fuori un potenziale disco generazionale con There’s a Whole World Out There, mischiando il pop punk all’intensità viscerale dell’emo: anche qui, zero tracce di synth, autotune o barre trap.

Il pop punk alla MGK insomma è esploso dal nulla, e altrettanto velocemente sembra essersi volatilizzato (alla fine era davvero “solo una fase”, come dice il meme). Nel frattempo il resto della scena è andato avanti senza quasi accorgersene. Quello che resta è un bel po’ di musica plasticosa, ma anche -lo ammetto- qualche pezzo davvero forte specialmente su Tickets, che magari fra una decina di anni sarà considerato come un grande classico del suo genere.


Quest’articolo è inizialmente stato inviato come parte di Sick Transit, la newsletter di Booklet Magazine dedicata al mondo dell’emo/pop punk. Ricevila gratuitamente cliccando a questo link!

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *