Gli album di maggio 2025: Arm’s Length, Pup, House of Protection & more

Arm’s Length – There’s a Whole World Out There
Nel panorama emo/pop punk, There’s a Whole World Out There degli Arm’s Length è sicuramente l’album più chiacchierato degli ultimi mesi (tranne sul subreddit r/emo, dove i moderatori hanno censurato ogni discussione sulla band per svariate settimane per motivi tuttora ignoti). E ce n’è ampiamente ragione: la band canadese ha scritto uno di quei dischi che potrebbero finire dritti dritti nel novero degli album manifesto di questa fase del genere. Un po’ come The Greatest Generation che aveva incarnato l’essenza dell’emo/pop punk negli anni 2010.
Il sound degli Arm’s Length, a scanso di equivoci, è molto più emo che pop punk pur pescando sicuramente da entrambi i generi: i testi più vicini all’emo che al pop punk, trattando principalmente temi di salute mentale, vulnerabilità, depressione e suicidio, e anche il cantato è molto più passionale rispetto a quello anthemico e sù di giri tipico del pop punk; non mancano però pezzi che fanno dell’energia e della capacità di sobillare i fan sottopalco la propria caratteristica (a partire dalla hit You Ominously End, uno dei brani in cui peraltro compare un curioso ma non fuori luogo banjo). Il sound non è sostanzialmente diverso da quello dei grandi gruppi della scena degli ultimi vent’anni, dai Mayday Parade ai The Wonder Years passando per i Funeral for a Friend e i Real Friends; gli Arm’s Length però sanno riproporlo in una maniera fresca e credibile sia per gli emo kids di oggi, sia per quelli di ieri (gli elder emo insomma).
E le canzoni sono davvero memorabili: ognuno dei brani di There’s a Whole World Out There poteva essere scelto come singolo, tranne magari Morning Person che però ha il merito di chiudere l’album in maniera epicheggiante (come I Just Want to Sell Out My Funeral?). Insomma, se di solito l’ardua sentenza sulla vera gloria è demandata ai posteri, qui ci sentiamo di dire che l’album è già un classico da inserire nel canone.
Pup – Who Will Look After the Dogs?
Passata la fase in cui erano la band più in hype della scena punk, i Pup sembrano essersi attestati nella loro posizione di band rispettata e con una buona fanbase da cui attingere per la propria sostenibilità. Gli ultimi due dischi, probabilmente non i capolavori assoluti del gruppo (quantomeno non paragonabili a The Dream Is Over) ma comunque solidi e divertenti, hanno contribuito a mantenere intatto l’affetto delle persone per il gruppo canadese, che con questo Who Will Look After the Dogs? giunge al quinto lavoro sulla lunga distanza. Il sound del disco è il solito sound molto caotico alla Pup, con una produzione esuberante e grattata che da sempre dà alla band un sapore di underground. Ci sono i gang vocals, ci sono anche parecchi ottimi ritornelli, forse più che in tutti gli album precedenti del gruppo. Se questo disco fosse uscito dopo The Dream Is Over, magari avrebbe fatto fare un ulteriore salto di qualità alla band… o forse no: le dinamiche della fama funzionano in modi misteriosi.
House of Protection – Outrun You All
Dopo essere usciti nel 2022 dai Fever 333, Stephen Harrison (ex The Chariot) e Aric Improta (anche batterista dei Night Verses) hanno lanciato il loro nuovo progetto, che si chiama House of Protection e fa un genere che assomiglia parecchio a quello della band di Jason Aalon Butler. Outrun You All è il nuovo lavoro, con sei brani più un’intro, che fa seguito all’EP Galore uscito nel 2024. Sul disco, gli House of Protection sviluppano una commistione fra hardcore ed elettronica che dà luogo a momenti di pura energia e adrenalina con chitarre potenti e poderosi breakdown ma anche a passaggi da dancefloor con un’elettronica che pesta ricordando un po’ gli Enter Shikari. La grande differenza rispetto ai Fever 333 è che gli House of Protection non hanno testi pseudo-politici pieni zeppi di vuoti e banalissimi slogan da seconda liceo, per cui questo progetto ci sembra in tutto e per tutto migliorativo rispetto a quello che Harrison e Improta hanno abbandonato tre anni fa.
Gli House of Protection saranno sul palco del Low-L Fest a Piacenza il 22 giugno 2025, suonando appena prima dei Trophy Eyes nella giornata clou del festival estivo più atteso dell’anno. Biglietti e pass (l’intero festival costa 35€ in tutto per i tre giorni) sono ancora disponibili su Dice.
Sleep Theory – Afterglow
Da non confondere con gli Sleep Token (so che l’avete fatto). Anche perché gli Sleep Theory usano le chitarre. La band del Tennessee è al primissimo album della carriera, ma le sonorità sembrano già quelle di una band navigata. Afterglow è un disco che pesca dal metal(core) e dal post-hardcore, senza andarci giù esageratamente pesante ma capace comunque di mettere in fila breakdown energici, ritornelli piuttosto accattivanti e passaggi con un ottimo scream. La formula insomma non è super innovativa ma è applicata bene.
Adult Mom – Natural Causes
Il nuovo disco degli Adult Mom arriva a quattro anni di distanza dal precedente Driver, ma la distanza è più che giustificata per tutto quello che c’è stato in mezzo per Stevie Knipe: non solo la pandemia ovviamente, ma anche la diagnosi di un cancro al seno, che ha inevitabilmente avuto un impatto sul progetto e di riflesso anche sulle canzoni del nuovo disco Natural Causes (basti leggere il testo di How About Now). Lungi dall’essere un album triste o riflessivo, Natural Causes è un album indie rock che trabocca di vita e di vitalità, con una leggerezza sonora che viene solo in parte appesantita dai temi trattati in alcuni brani. I riferimenti musicali possono essere quelli di gruppi come Tegan and Sara (per il sound) o Candy Hearts/Best Ex (per il cantato), o di artisti più piccoli ma che ci ricordano molto il sound di questo disco come John-Allison Weiss e Sammi Lanzetta. È un indie rock che sembra pescare un po’ anche dal rock alternativo classico anni ’90 (certi passaggi fanno un po’ Weezer, specialmente nelle chitarre) e inevitabilmente dall’approccio easy e DIY del bedroom pop al quale gli Adult Mom sono stati spesso accostati.
Kadavar – I Just Want to Be a Sound
Con un nome come Kadavar, ti aspetteresti una band cattivissima che fa grindcore o death metal tutto in scream e con mille blast beat o qualcosa del genere. Invece poi fai partire I Just Want to Be a Sound e scopri che questi tre burloni tedeschi suonano un rock movimentato sì, energico indubbiamente, ma che ha molto a che vedere con il psych, con lo stoner e con l’alternative e assolutamente nulla con il metal, men che meno estremo. Tolta di mezzo questa possibile incomprensione iniziale, I Just Want to Be a Sound è un disco che sa farsi apprezzare parecchio, intanto perché offre una vasta gamma di sonorità e di influenze (ci sono brani leggerini e radiofonici così come pezzi ad altissima energia che possono benissimo far partire qualche circle pit), e poi perché la band dimostra una visione artistica capace di osare e sperimentare: qualcuno ci ha sentito anche influenze prog, per dire, ma l’elettronica usata nel disco non gioca un ruolo affatto secondario.
Charmer – Downpour
A ben cinque anni dall’uscita del secondo album Ivy, i Charmer tornano a farsi sentire con questo disco, Downpour, per Counter Intuitive Records che conferma le sonorità emo 2010s della band. Le undici tracce hanno sonorità e atmosfere (e anche una copertina!) che sembrano scritte apposta per il periodo autunnale dei primi freddi, nonostante escano alle porte dell’estate -ma del resto i Charmer vengono dal Michigan, dove queste sonorità sono praticamente incorporate nelle persone e valgono in ogni stagione. I riferimenti sembrano essere quelli dei grandi gruppi emo “alla Run for Cover”, a partire dai Basement che sembrano quasi esplicitamente richiamati in pezzi come Blue Jay, ma ci sono anche riff in stile emo revival (vedi Watercolor) a dare varietà al disco.
Wilder – Better Days
Californiani, un EP all’attivo datato 2021, gli Wilder compiono il grande passo pubblicando il proprio album d’esordio intitolato Better Days. Quello che il duo propone è un alternative rock/emo non dissimile dallo stile di altri artisti recenti di Rude Records come The Dangerous Summer e Have Mercy. I ritmi non sono mai forsennati ma gli Wilder evitano la “trappola della ballad”, mettendo insieme dieci canzoni con chitarre distorte il giusto e ritornelli ariosi anche se non sempre immediatamente orecchiabili; c’è comunque tempo per affinare anche questa tecnica.
Menzioni speciali
Con The Host, mini-album o maxi-EP, gli Acres dimostrano di essersi lasciati alle spalle la fase del “post-hardcore monotono” che caratterizzava i primi lavori (come abbiamo definito quel genere molto inglese suonato da band come loro, i Parting Gift e i Casey), proponendo un disco molto più sul versante metalcore con parecchia energia e intensità in più. I 100%wet invece vengono dalla Danimarca e fanno quello che potremmo definire la versione hyperpop della musica rock: il loro disco d’esordio è self-titled e può mandarti un po’ in pappa il cervello.
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