Gli album del mese: Charli XCX, Machine Gun Kelly, Weezer & more

Charli XCX 2021 Crash
Photo by Terrence O'Connor

Charli XCX – Crash

(Asylum Records/Warner, 18 marzo 2022)

Sono passati dieci anni da quando Charli XCX e le Icona Pop facevano ballare gli allora giovani millennials al grido di “you’re from the ‘70s but I’m a ‘90s bitch”. L’artista inglese nel frattempo è diventata una superstar del pop mondiale, e arriva sugli scudi a questo suo quinto album con una scia di singoli da Top 40 come Boom Clap, After the Afterparty e Boys, solo per citarne alcuni. Rispetto al lunghissimo Charli del 2019, Crash è un album più conciso che si ferma a dodici canzoni nella tracklist, peraltro con durate molto brevi -quasi tutte stanno sotto i tre minuti. Il sound è sempre quello molto glitter pop che già avevamo visto su Charli, con occasionali richiami alla musica dance di fine anni 2000 (vedi Beg for You) se non addirittura a quella degli anni ’90, specialmente in Used to Know Me che funziona parecchio anche grazie al campionamento del celeberrimo synth di Show Me Love di Robin S. La prima parte dell’album è nettamente migliore della seconda e contiene tutti i singoli con il maggior potenziale da hit, in particolare New Shapes feat. Christine and The Queens e Caroline Polacheck (con il Perfetto refrain “What you want / I ain’t got it”), Good Ones e Constant Repeat. Leggermente meno brillante la seconda parte, che rallenta anche i ritmi con la ballad pop Every Rule e rasenta il fastidioso con Baby, ma in generale il livello del disco è davvero buono, forse appena sotto quello di Charli, che però era un disco composto “sotto steroidi” con decine di partecipazioni e collaborazioni dei migliori songwriter al mondo, mentre a questo giro sembra che l’album abbia rispecchiato ancor più la visione precisa che l’artista inglese aveva in mente.

Charli XCX sarà in Italia il 4 giugno 2022 al Fabrique di Milano per un’unica data del suo prossimo tour (info e biglietti).


Belmont – Aftermath

(Pure Noise Records, 4 marzo 2022)

Tre anni e mezzo dopo l’esordio sulla lunga distanza con il self-titled, tornano a farsi sentire i Belmont, una delle band più strane uscite dal panorama pop punk/easycore dell’ultimo decennio. La band di Pure Noise Records si è sempre posizionata sul lato più pesante e aggressivo dello spettro pop punk, contaminando il genere con marcate influenze metalcore, ma a questo giro il gruppo ha voluto mandare all’aria tutte le regole e le consuetudini, inserendo praticamente qualsiasi tipo di sound all’interno della tracklist. Se la base di partenza gira sempre dalle parti dell’easycore, passando da una canzone all’altra sentiamo pezzi vicini all’emo trap (anche nel cantato), breakdown cattivi con scream, pezzi pop punk megaorecchiabili e più leggerini e addirittura del country, ovviamente nella traccia intitolata Country Girl che è una rivisitazione ironica del country in chiave easycore ma che alla fine è il pezzo più catchy e meglio riuscito del disco, senz’altro quella col maggior potenziale da hit. Tutti i generi in un solo disco insomma, e infatti non ci si annoia mai per i quaranta minuti di durata di Aftermath. A differenza che in passato, sembra che i Belmont abbiano affinato le proprie capacità di songwriting, riuscendo a scrivere brani più accattivanti e melodici come Bowser’s Castle, la già citata Country Girl e Fully Sent invece che puntare sulla mera energia delle chitarre e dei breakdown, cosa che comunque in parte ancora avviene nei pezzi meno brillanti dell’album. Se non tutta la tracklist è sul livello dei pezzi migliori, è comunque innegabile che questi ragazzi stiano cercando di fare qualcosa di completamente personale e proprio, invece che seguire una presunta onda dettata dal mercato, e anche per questo Aftermath è un disco da non perdere se segui questo genere.


Set It Off – Elsewhere

(Fearless Records, 11 marzo 2022)

C’è stato un momento in cui i Set It Off erano considerati un po’ come i Backstreet Boys della scena alternativa (ma con gli strumenti veri), grazie al loro sound pop tendente al mainstream, alle loro facce da boy band e alla giovane età. Poi con gli anni il treno è passato e i Set It Off non sono davvero riusciti a fare il salto di qualità, sia in termini di fama che in termini di contenuti musicali: la band ha creato qualcosa di buono con l’esordio Cinematics (2012) e specialmente con il follow-up Duality (2014), andandosi poi lentamente a perdere in dischi tutti simili, anche di discreta fattura ma senza veri acuti. A tre anni di distanza da Midnight, li ritroviamo con questo Elsewhere che è un bestione di sedici tracce: una lunghezza piuttosto inusuale per un disco, anche nell’epoca dello streaming in cui non ci sono limiti alla propria prolissità dovuti ai supporti fisici. Così come per i dischi precedenti, anche nel caso di Elsewhere ci troviamo di fronte a un album infarcito di canzoni pop rock molto semplici da ascoltare e parecchio orecchiabili, e la voglia sottotraccia di emulare i Backstreet Boys sembra non essere in effetti mai passata alla band -vedansi canzoni come Skeleton o Loose Cannon. Certo, dopo una mezz’oretta di ascolto uno comincia a chiedersi quando mai finirà il disco visto che non ci sono particolari cambi di passo, canzoni che staccano dal solito ritmo e dal solito sound (se non la dolce ballad Better Than This, ma è la traccia di chiusura) o invenzioni che aiutino a mantenere la concentrazione. La sensazione è che la band abbia infilato nel disco tutto quello che aveva pronto, sperando di cacciar fuori almeno uno o due singoli di buon successo per la legge dei grandi numeri. Potenzialmente valida come strategia per le playlist di Spotify, un po’ meno forse per chi vuole ascoltarsi l’intero disco. In ogni caso, anche a questo giro i Set It Off ci regalano un album accessibile e spensierato, buono un po’ per tutte le occasioni, ma che molto difficilmente lascerà il segno.

I Set It Off potrebbero essere in concerto in Italia il 25 ottobre 2022 al Legend Club di Milano insieme a Weathers e Cemetery Sun, per il recupero della data prevista nel 2019, poi spostata ben cinque volte. Non ci metteremmo la mano sul fuoco che quella di ottobre sia la volta buona.


Oso Oso – Sore Thumb

(Triple Crown Records, 18 marzo 2022)

Oso Oso è un nome relativamente di nicchia, ma negli ultimi anni -specialmente con l’uscita del disco Basking in the Glow (2019)- ha cominciato a mettere fuori la testa dalla sua nicchia emo e trovare riscontri anche presso un pubblico di generi diversi (ma non troppo) come l’alternative rock e l’indie. In effetti il progetto di Jade Lilitri ha tanto in comune con l’emo (specialmente quello “fifth wave”) quanto voglia di allontanarsi da una definizione che pur non ripudiando evidentemente gli va stretta. E così Sore Thumb, il suo quarto disco, mette in mostra un sound che prende spunto dal disagio esistenziale, dalla necessità di mettere in musica e in parole l’ansia e quel mal di vivere che accomuna tante produzioni emo underground dell’ultimo decennio, ma che poi si espande andando spesso a pescare addirittura dal Britpop, sia nello strumentale sia -e soprattutto- nei vocals, assolutamente adeguati per un disco degli Oasis del periodo d’oro. I brani passano dall’essere semiacustici allo scatenarsi della scarica di emozioni tipica dell’emo, ma a questo giro sono i tanti ritornelli convincenti a fare la differenza, laddove Basking in the Glow si fermava appena prima di risultare memorabile. Menzione speciale per la canzone Because I Want To, dove non possiamo fare a meno di notare come Jade pronunci il “because” nello stesso identico modo di Matteo Renzi nel suo ormai storico meme dello shock.


Weezer – SZNZ: Spring

(Crush/Atlantic, 20 marzo 2022)

Avevamo, già in partenza, la forte impressione che il nuovo progetto un po’ matto degli Weezer (quattro mini-album dedicati alle quattro stagioni dell’album, in uscita in corrispondenza di equinozi e solstizi, e quindi giustamente intitolato Sznz) fosse qualcosa di cui potevamo tranquillamente fare a meno e che Rivers Cuomo e soci potessero gentilmente risparmiarci. Qualche ascolto di SZNZ: Spring, la prima proposta di questa serie, conferma tranquillamente le nostre sensazioni iniziali. Sorvolando sul cringe pazzesco della traccia d’apertura Opening Night che è cantata sulla celeberrima melodia della Primavera di Vivaldi (del resto, gli Weezer negli anni ci hanno abituato a un discreto mix di capolavori e di cringe), l’intero disco è costituito da canzonette senza infamia e senza lode, tutte molto orecchiabili e piacevoli -perché sappiamo che Rivers è maestro nel creare melodie appiccicose che entrano subito in testa- ma prive di mordente e forse anche di uno scopo. Quando uscirà l’ultimo capitolo di questa saga, a fine 2022, gli Weezer avranno pubblicato sei album in due anni; forse la band farebbe meglio a prendersi del tempo e concentrare il proprio sforzo creativo in modo da mettere insieme un solo disco ma che possa riprendere i fasti anche solo del White Album (che non è poi tanto lontano, visto che è uscito nel 2016) invece che seppellirci di nuovi dischi, ma è anche vero che dopo quasi trent’anni di una carriera stellare, possiamo permettere a Rivers di divertirsi e fare un po’ quello che gli pare.

Gli Weezer saranno in Italia nel 2022 per accompagnare i Green Day nei loro due concerti a Milano il 15 giugno (info e biglietti) e al Firenze Rocks il 16 giugno (info e biglietti).


Machine Gun Kelly – Mainstream Sellout

(Bad Boy/Interscope, 25 marzo 2022)

L’artefice, insieme a Travis Barker, della rinascita del pop punk nel mainstream torna con il suo nuovo disco dopo la sbornia di Tickets to My Downfall, uscito a fine 2020. Se allora Machine Gun Kelly aveva colto tutti alla sprovvista, a questo giro sappiamo invece già cosa aspettarci da Mainstream Sellout, che in effetti non regala alcuna sorpresa. Il sound è lo stesso del precedente album, muovendosi tra un emo/pop punk di stampo molto pop e parecchi beat e momenti prelevati dal mondo hip hop. Tickets to My Downfall aveva funzionato perché era pieno di canzoni di facile presa con ritornelli trascinanti; su Mainstream Sellout invece non c’è nemmeno l’ombra di un ritornello vagamente memorabile, la voce di Machine Gun Kelly è sempre uguale e monotona, ripetendo allo sfinimento le solite linee vocali (molte delle quali già sentite peraltro in Tickets), e in generale sembra un disco fatto solo perché andava fatto, in cui nessuna delle persone coinvolte crede minimamente. La canzone di lancio Emo Girl è probabilmente uno dei singoli più brutti che l’intera industria musicale abbia partorito negli ultimi dieci anni, e qualche feat. di alto livello (da Lil Wayne a Oli Sykes passando per Blackbear e Iann Dior) non alza a sufficienza l’asticella di un disco poco ispirato e parecchio deludente.

Machine Gun Kelly sarà in Italia nel 2022 per un’unica data al Mediolanum Forum di Assago/Milano il 27 settembre, in compagnia di Iann Dior e 44Phantom (info e biglietti).


Camilla Fascina – Life

(LaPOP, 24 marzo 2022)

Un po’ come per la pasta all’uovo, sono unicamente due gli ingredienti di Life, il nuovo EP di Camilla Fascina: la voce dell’artista e una chitarra acustica. Scritto in collaborazione con il chitarrista Emanuele Berlaffa in arte Luglio, Life è un’opera di quattro canzoni rette dalla voce delicata e melodiosa di Camilla, interamente cantato in inglese con un ottimo accento (del resto lei è docente all’Università di Mantova e ha anche pubblicato alcuni dischi utili a imparare l’inglese cantando). Non è facile fare un disco tutto chitarra e voce; Chris Carrabba ci riusciva piuttosto bene (eufemismo), ma in generale il rischio di annoiare è davvero alto. Camilla Fascina non annoia, perché le sue canzoni sono delicate e concise, prive di parti prolisse o inutili orpelli; ovviamente è anche aiutata dal fatto che il suo EP sia composto di “sole” quattro tracce: su una lunga distanza la formula potrebbe aver bisogno di essere rivisitata, ma per l’intanto ci godiamo questi quattro pezzi semplici ma efficaci nella loro essenzialità.


Zanna – Ogni possibile imperfezione

(self-released, 25 marzo 2022)

Zanna è il nome di battaglia di Cosimo Zannelli, chitarrista con un lunghissimo curriculum dal vivo al fianco di alcuni dei più grandi nomi della musica italiana come Piero Pelù, Gianni Morandi e Patty Pravo. Ogni possibile imperfezione è il suo secondo album da solista, dopo Strade secondarie del 2019; un disco incentrato sul “tempo che passa, e che andrebbe accettato con maggiore serenità, sulla bellezza, sull’anima”. Un disco vario nel proprio sound, in cui Zanna mette a frutto la propria trentennale esperienza di musicista presentando un album scafato e sgamato, ma anche capace di suonare molto attuale (si veda La vita così, che è un pezzo molto vicino all’attuale indie pop italiano che gira nelle radio generaliste mainstream) e soprattutto rappresentare il compimento di musicale di un artista vero. Le sonorità fanno la spola fra l’elettronica dei synth, presenti in quasi tutte le tracce del disco spesso anche con parti da attore protagonista, e le chitarre che sono lo strumento storico di Zanna; ne vien fuori un disco tra il rock e il pop rock con l’elettronica come fedele scudiera, ma cantato con un’impostazione vocale e testuale figlia del cantautorato italiano -viene in mente in particolare Bennato per i vocals. Non è peraltro l’unica commistione di generi e influenze differenti e apparentemente lontane fra loro: in Dove ricomincia tutto, il pezzo probabilmente più elettronico e ricco di bassi dell’album, fa la sua comparsa un inconsueto violino; Il presidente è il brano più upbeat e ritmato della tracklist, quasi ideale da ascoltare su una spiaggia davanti al mare verso il tramonto, ma scopriamo che il testo è ambientato nel periodo natalizio; il pop rock di Transitorietà potrebbe addirittura non risultare fuori luogo in un disco dei Twenty One Pilots. Zanna ci fa fare diversi viaggi e diverse riflessioni in Ogni possibile imperfezione, con leggiadria ma anche molta consapevolezza musicale, creando un’opera che potrà senz’altro piacere agli amanti del rock e delle chitarre ma che ha tutte le potenzialità per farsi apprezzare anche da un pubblico più variegato e attento alle canzoni d’autore di qualità


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