Finley – Pogo Mixtape Vol. 1 / La recensione

Finley Pogo Mixtape vol. 1 copertina

 

“Tutto è possibile” cantavano i Finley quasi vent’anni fa e il nuovo album Pogo Mixtape Vol. 1 dà loro ragione: tutto è possibile, anche tornare alla ribalta nel 2024 grazie al pop punk. Dopotutto, a salire sul carro del revival, mancavano quasi solo loro e nel mischione sono quelli che più ne avevano diritto.

L’album esce – a sette anni dall’ultimo disco di inediti Armstrong – dopo il ritorno dei blink, dopo la rivoluzione Naska e dopo La Sad a Sanremo: il pop punk è tornato nuovamente nel mainstream ed è inevitabile che il Pogo Mixtape si nutra di questo terreno (d’altronde rifiorito anche proprio grazie all’effetto nostalgia dei tempi in cui Fumo e cenere girava su TRL: insomma, in un certo senso vivono indirettamente della propria stessa rendita). I Finley cercano di sfruttare l’onda in una maniera tanto inaspettata quanto intelligente: nell’epoca dei rapper prestati a fare pop punk sono loro a fare una mossa da rapper con un disco composto interamente da featuring. E con il rap ci giocano anche, a partire dalla prima traccia, ma a dire il vero si interfacciano con un po’ tutti i generi.

Se nel 2009 potevamo sentire la versione pop punk di Dentro alla scatola di Mondo Marcio, non stupiamoci di vedere i Finley celebrare i Goonies insieme a J-Ax, rap-rocker vero fin dai tempi di Domani smetto. La band di Legnano spara subito una delle sue cartucce migliori e lascia intendere la direzione che prenderà una parte dell’album. A rimanere nei dintorni della scena urban ci pensa con Killer la prezzemolina Rose Villain, ormai entrata per motivi imperscrutabili nel giro della musica alternativa – l’abbiamo infatti già trovata in Odio La Sad (così come Ax/Articolo 31, che a loro volta hanno ricambiato il featuring in Protomaranza). Comunque, nonostante le influenze hip hop degli ospiti, questi due brani sono straight pop punk.

E i risultati migliori, infatti, li ottengono con il pop punk. Porno con Naska l’abbiamo avuta in loop per mesi quando uscì come singolo e regge bene la prova anche ora. (Il merito, va detto, sembra essere più del cantante marchigiano e del sound che ha messo a punto in La mia stanza). Il vero salto nel passato lo fanno insieme agli iconici dAri, che negli ultimi anni hanno goduto del ritorno del genere sempre in maniera superficiale (come il remix di Wale con La Sad o il featuring con i Lost) ma ancora non si sono decisi a regalarci qualche inedito decente. Perdonaci è, come queste prime canzoni, prodotta molto bene e funziona alla grande; ma è il classico inno da eterni Peter Pan mai cresciuti, con un testo che – succede spesso in questo album – stride in maniera imbarazzante.

Ci sono poi i gruppi storici della scena. Blockbuster vede la collaborazione con le redivive – e più vive che mai! – Bambole di Pezza, storica formazione pop punk tutta al femminile. Il brano è molto bello (notevole lo scream finale di Cleo), ma anche qua giocano a fare i ragazzini e il testo scade tra nostalgici amarcord (“Ancora noi due rimasti agli anni 2000, all’ultimo disco dei blink”) e dimostrazioni di essere giovani dentro. Sconfinano in un territorio più marcatamente punk con i Punkreas, che fanno le stesse canzoni da vent’anni e lo fanno sentire anche in I miei amici. La loro impronta simil-ska (ma senza trombe) si riflette pesantemente e negativamente su questa canzone che sostanzialmente racconta dell’amicizia tra i due gruppi: è una delle (tante) tracce di autoreferenzialità seminate in questo disco dai Finley.

Ne abbiamo un altro esempio in F.A.Q., che vede il sostegno di Divi, frontman dei Ministri, un’accoppiata inaspettata considerando background e fanbase del gruppo milanese. Le frequently asked questions del titolo – che chiaramente evoca altro – interroga la band sulla loro sorte (“Ma che fine ha fatto Ste?” “Ma tu credi ancora che tutto è possibile?”); lo stile vira su certo rock che riprende lavori come Fuoco e fiamme e convince meno del pop punk iniziale. Rimanendo sul panorama rock alternativo un featuring forse più prevedibile – visti gli ultimi successi mainstream della band perugina, con tanto di feat. con Ligabue – è quella con i Fast Animals and Slow Kids in Bud Spencer, che funziona decisamente meglio.

Walls è il primo nome che vediamo comparire senza sapere chi sia: viene fuori che si tratta di un artista spagnolo e già vediamo incombere il terrore reggaeton (non infondato, come si vedrà più avanti). Effettivamente il suo contributo vocale in Fuori di testa rimanda a spiagge e discoteche, ma i ritmi restano quelli pop punk di sempre. Al contrario A me piace il punk rock con Ludwig è tutto fuorché una canzone punk. Il rapper – grazie, Google – comincia il brano con un testo orribile e becero e movenze da hit estiva. Okay, a un certo punto il punk arriva, ma quasi forzatamente, per contrasto con questa partenza pop, e ci crede poco. Non nascondiamo il nostro imbarazzo nel sentire che a Pedro, oltre il punk rock, piacciono “le tipe con il chiodo che spingono nel pogo” e altri cliché mainstream punk propri del Diegone nazionale.

Ancora Spagna, ancora sconosciuti (ma in patria pare siano famosi): i La La Love You reinventano in salsa madrileña Diventerai una star. L’iconica canzone, diventata un must anche nelle discoteche e nei vari Teenage Party in giro per la penisola, mette a frutto il suo potenziale power pop con un esperimento interessante, un fan service simpatico che però non supera l’originale. Stendiamo un velo pietoso su Politically correct con Benji, altra hit estiva pop costruita per ovviare alla crisi di mezza età imminente, che abbiamo già avuto modo di detestare quando era uscita come singolo. La coda finale, totalmente skippabile, gode dell’apporto di due cantautori/rapper (classe, rispettivamente, 1997 e 1996): Elettroshock con Sethu, uscito dalle scuderie di Sanremo Giovani nel 2022, per un brano pop rock che non è nelle nostre corde, e il finale moscio di Hai paura del buio? con Fasma, che conduce il quartetto di Legnano su tonalità più pop (già sfiorate in passato, vedi Sempre solo noi).

E pensare che, finito il loro periodo d’oro, avevano preferito allontanarsi dal pop punk per ricercare un sound più personale e genuino autopubblicandosi nell’etichetta-famiglia Gruppo Randa. Insomma, aveva fatto loro onore non essersi ridotti a copie di loro stessi e non martellare su quelle sonorità per compiacere a MTV e ai vari Cecchetto (per quanto poco di quanto hanno poi fatto è rimasto, parlando di qualità).

Ora invece il ritorno in major (Warner) e la corsa al mainstream gli impongono di spremere quanto più possibile (a precedere il Pogo Mixtape ricordiamo controvoglia anche l’ospitata nostalgica in Rifarei tutto quanto di DJ Matrix e il “rmx” di Dove e quando di Benji e Fede). Strategia o meno, da questo punto di vista l’idea dei featuring funziona alla grande: in ottica di recupero e allargamento della fanbase pesca un po’ di qua e un po’ di là, strizzando l’occhio agli adolescenti di un tempo e tendendo la mano a quelli di ora in un ammasso indistinto di pluralità come dentro al più classico dei poghi. Quasi sempre i Finley sono bravi ad adattarsi allo stile dei loro interlocutori ma senza snaturare il proprio, anzi aggiungendoci la loro impronta rivista e corretta per il concetto di pop punk nel 2024 – che, va detto, è stato prodotto in maniera ottima.

Non sappiamo se “Vol. 1” lasci intendere un seguito di questo esperimento; ci chiediamo piuttosto se il pop punk – o meglio, questa idea di pop punk – sopravvivrà fino al Vol. 2. Noi intanto ce li godremo al Forum d’Assago (MI) il 16 ottobre 2024.

Ascolta qui sotto Finley – Pogo Mixtape Vol. 1!

https://open.spotify.com/album/6XmCk9ofF63wwmhE0b3PIS

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