Roam e Stand Atlantic a Milano: il live report retrospettivo del 2 dicembre 2017

Roam Milano Legend Club 2017

Foto di Jessica Bertolina

Riviviamo il concerto dei Roam e degli Stand Atlantic al Legend Club di Milano del 2017!


Esattamente sei anni fa – era il 2 dicembre 2017 – al Legend Club di Milano andava in scena uno dei concerti più iconici per la scena pop punk di metà decennio. Partiamo dall’inizio. Quando gli inglesi Roam, nuove promesse della scena, annunciano la data con gli australiani Stand Atlantic sorge un problema: quel giorno nella venue meneghina sono già in programma i Knuckle Puck insieme a Tiny Moving Parts e Movements; qualcuno allora si inventa una specie di super show misto per mettere insieme tutte le band. Se non fosse che qualche mese dopo KP e compagni annullano l’intero tour, lasciando lo scettro della serata nelle mani dei soli Roam e Stand Atlantic; i posti vacanti sono presto rimpiazzati dai paladini nostrani Why Everyone Left e The Last Confidence e l’iniziale sconforto lascia il posto a un timido entusiasmo.

Quella sera faceva freddo, ve lo posso assicurare. E ve lo possono confermare anche gli altri cinque stronzi arrivati ore prima dell’apertura (sarà stata la foga adolescenziale?), con i quali ho condiviso uno dei pre-concerti più belli mentre tentavamo di scaldarci le mani davanti alle stufette del locale – lo stesso che nove mesi prima aveva ospitato lo show più sudato dell’anno con State Champs, As It Is e Northbound. Allora, prima che lo ristrutturassero, ancora si poteva salire sul palco per fare stage diving direttamente dalle scalette laterali. Cosa che quella sera era riservata ai temerari che andavano incontro a una bassa probabilità di essere afferrati: al concerto infatti era venuta davvero poca gente e la calca sottopalco non superava le quattro file. Comunque poco male: front row assicurata, insieme all’onere e l’onore di mettere in salvo gli acrobati di turno.

A portare un po’ di calore nella fredda serata dicembrina ci hanno pensato i The Last Confidence, che giusto pochi giorni fa hanno festeggiato i dieci anni di attività con l’album 10 Years; allora suonavano le cose dei primi dischi, che erano tutte in inglese a parte Violenza carnale, e portavano in giro quel gioiellino di EP che è This Mess Is a Place. A seguire la sala si è riscaldata a suon di pogo con i Why Everyone Left (che già chiamavamo WEL, ma ancora non erano WEL) e il loro repertorio storico: i classiconi dall’EP Been Home Enough, anche loro ancora nella lingua d’Oltremanica, le solite cover e le fresche d’uscita Ten Thousand Times e Still Golden.

Gli Stand Atlantic, allora, non li conosceva ancora nessuno. Eppure più di una persona si era degnata di ascoltarsi in anticipo qualche pezzo dall’EP di esordio Sidewinder (tra l’altro pubblicato dalla milanesissima, per quanto internazionale, Rude Records, per cui giocavano in casa): puro pop punk carico e diretto che a oggi rimane ancora il lavoro migliore della band. Bonnie e compagni – l’hanno detto e si vedeva – hanno apprezzato, perché non si aspettavano che qualcuno conoscesse davvero le canzoni di quei quattro scappati di casa provenienti dall’altra parte del mondo. Tra l’altro quella sera la cantante festeggiava il suo compleanno con tanto di torta sul palco, bevuta dalla scarpa – una tradizione australiana, pare – e i classici cappellini conici: uno è attualmente custodito tra i memorabilia musicali di casa mia, insieme a un plettro allungatomi direttamente da Potter.

Stand Atlantic

A fare da cornice al set dei Roam sono bastati dei semplici palloncini rossi, a richiamare la copertina dell’album da poco pubblicato, Great Heights & Nosedives, secondo lavoro del gruppo. Il disco era stato molto apprezzato; forse non regge il confronto con Backbone, ma sicuramente è un capolavoro rispetto all’obbrobrio che sarebbe stato Smile Wide. Oltre alle tracce appena pubblicate, i Roam hanno suonato anche un po’ di brani dell’album di esordio – tra cui la ballad Tracks che ha commosso chiunque nel locale avesse un cuore – e offerto, ciliegine sulla torta, Head Rush e Warning Sign, senza ombra di dubbio i migliori pezzi della loro discografia e che live trovavano la loro collocazione più adatta. Alle prime file, poi – quando non eravamo impegnati ad acchiappare gli acrobati di cui sopra –, spesso e volentieri Alex Costello cedeva il microfono; e allora via a urlare tutti insieme If I told you what it meant, would it make any difference? , come in un rito di catarsi collettiva.

Poi, si sa, gli anni passano, le cose cambiano e certi concerti rimangono solo nella memoria. I Roam si sono sciolti l’anno scorso e questo rivangare nei ricordi vuole essere anche un ringraziamento alla band britannica per averci tenuto compagnia in quell’epoca d’oro; mentre gli Stand Atlantic vengono spesso a visitarci (l’ultima volta neanche un mese fa, insieme agli Waterparks), si sono evoluti e da loro ci aspettiamo ancora tanta musica. Ma quella sera di dicembre rimarrà sempre nei nostri cuori come un ricordo vivido e indelebile.

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