Gli album di gennaio 2026: Poppy, Jenny on Holiday, Greywind & more

Gennaio è solo il primo mese dell’anno, ma sono usciti almeno due dischi-capolavoro che ci fanno pensare a chi mai potrebbe pubblicare qualcosa di più bello nei restanti 11 mesi. Non vogliamo già decretare verdetti perché è giusto dare una chance a tutti gli altri artisti che pubblicheranno lavori nel corso dell’anno, ma Poppy con Empty Hands e Jenny on Holiday con Quicksand Heart hanno fissato l’asticella in un punto talmente elevato che chi vorrà competere dovrà tirar fuori il disco della propria carriera. Ecco comunque una piccola panoramica di quello che è uscito a gennaio!
Nell’articolo parliamo dei dischi di Poppy, Jenny on Holiday, Greywind, Dry Cleaning, Joyce Manor, Guv, Trash Boat e Calling All Captains. (clicca sul nome dell’artista per andare direttamente al paragrafo relativo).
Poppy – Empty Hands
Non sappiamo davvero cos’altro resti da dire su Poppy: da quando si è ributtata con decisione sul metal ha pubblicato due dischi clamorosi, ha vinto un Grammy, è andata in TV negli Stati Uniti… è senza dubbio la più grande rivelazione in ambito metal degli ultimi dieci anni (forse anche più). L’unico dubbio che potessimo avere -stolti noi ovviamente- era sulla possibilità di fare un disco più bello di Negative Spaces, ma quando vivi un momento di grazia del genere e per giunta puoi contare sulla collaborazione totale del più grande produttore heavy del momento (Jordan Fish, ex Bring Me the Horizon) il risultato è praticamente garantito. Empty Hands prende tutto il meglio dell’ultimo biennio di Poppy e lo sublima in un disco perfetto. Suoni e produzione potenti come macigni, ritornelli istantaneamente memorabili, un evidente miglioramento anche nel cantato pulito (si veda Unravel come esempio principe), e poi Poppy e Jordan Fish sanno benissimo cosa ci piace sentire, ovvero Poppy che urla come un ossesso su riff e breakdown malvagi: e allora via con pezzi come Dying to Forget ed Empty Hands che sono infarciti di scream ai limiti del deathcore. Ma è soprattutto la capacità di bilanciare i momenti più cattivi e quelli melodici -sia nella tracklist che all’interno delle singole canzoni- a rendere Empty Hands un album così esaltante (anche perché se tutti i brani fossero come i due appena citati il disco finirebbe per stancare in fretta). 16 giorni dopo l’inizio del 2026, abbiamo già il disco dell’anno, e non vediamo davvero chi possa aspirare a portare via questo titolo a Poppy.
Jenny on Holiday – Quicksand Heart
Mentre le Let’s Eat Grandma sono in pausa, entrambe le componenti del gruppo hanno dato forma a esperienze da soliste. Rosa Walton ha pubblicato un singolo in collaborazione con la natura (c’è una Natura personificata che pubblica brani con scopo di sensibilizzazione ecologica), ma è Jenny Hollingworth ad avere il progetto fin qui più strutturato: si chiama Jenny on Holiday -nome bellissimo- e ha pubblicato il suo primo disco da solista, Quicksand Heart, sulla stessa etichetta della sua band (Transgressive Records). Rispetto al carattere sperimentale del pop delle Let’s Eat Grandma, Quicksand Heart è un disco pop più diretto e semplice: Jenny ha pescato a piene mani dal pop degli anni ’80, di cui l’album sembra riprendere l’uso dei synth zuccherosi e pure lo stile vocale. In più occasioni l’artista inglese strizza l’occhiolino a Kate Bush o a Cyndi Lauper (lei stessa del resto ha dichiarato che i suoi “genitori boomer” [ipsa dixit] l’hanno cresciuta a pane e synthpop anni ’80), ma il disco non si esaurisce in una rievocazione storica, perché specialmente nella seconda parte le atmosfere si fanno più malinconiche e intime, con molti brani alla chitarra acustica che sfiorano la ballad e adottano una sensibilità indie/folk sicuramente molto contemporanea. Il grande highlight dell’album è comunque la terza traccia, Every Ounce of Me, che se fosse uscita negli anni ’80 ora sarebbe considerata come una hit senza tempo.
Greywind – Severed Heart City
I Greywind hanno una storia che comincia a essere piuttosto lunga alle spalle: i fratelli Stephanie e Paul O’Sullivan fanno musica insieme ormai da quasi dieci anni, ma in un certo senso è come se Severed Heart City fosse il loro album d’esordio. Nel 2017 era uscito un disco per Spinefarm Records che aveva sonorità più heavy, ma dopo essere stata lasciata dall’etichetta, la band irlandese ha reinventato il proprio percorso, prima con alcuni singoli e poi con un bellissimo EP (Antidote, uscito nel 2024), dove le sonorità hanno puntato dritto verso un emo/pop punk veloce e catchy, chiaramente ed esplicitamente influenzato dai grandi gruppi degli anni 2000. Anche per il nuovo disco le reference principali sembrano essere dischi come Three Cheers dei My Chemical Romance e Louder Now dei Taking Back Sunday: chitarre veloci, ritmi serrati, tanti feels nel cantato e nei testi, ritornelli fragorosi e istantaneamente memorabili. Alla lunga la formula (strofe più trattenute e ritornelli potenti che subentrano in modo esplosivo) rischia di diventare un po’ prevedibile, ma se puoi contare su una voce come quella di Steph diventa difficile resistere alla tentazione di sfoderare tutta la sua potenza, e poi se i ritornelli sono degli earworm come quelli di questi dieci brani la ripetitività può essere scusata. Notevole in chiusura di disco The Scarecrow, ballad un po’ incantata e un po’ maledetta, dove le origini irlandesi del gruppo sembrano trasparire pienamente -come ha detto Paul in una recente intervista, “we grew up in a beautiful town [Killarney, NdR] surrounded by mountains and lakes so we love to bring that imagery into our lyrics”.
Dry Cleaning – Secret Love
Non è facile innovare ed evolvere il tuo sound a ogni disco se la cosa principale per cui sei conosciuto è che la tua cantante parla invece di cantare. Certo, potrebbe iniziare a cantare invece che parlare (e in effetti a piccole dosi Florence Shaw già lo ha fatto sia in questo disco [si vedano Secret Love o Joy] che nel precedente), ma sarebbe più un modo di snaturare il sound che di innovarlo. I Dry Cleaning provano comunque a introdurre qualche novità anche su questo disco, principalmente nella parte musicale: i brani suonano più sperimentali che in passato, abbandonando quasi completamente il post-punk delle origini e svariando su sonorità ampie, dall’avant-pop di Let Me Grow and You’ll See the Fruit e I Need You ai riff di chitarra heavy metal di Evil Evil Idiot e di Rocks; accanto a pezzi più simili al loro sound tradizionale come Cruise Ship Designer (che resta comunque la nostra preferita) e My Soul / Half Pint.
Joyce Manor – I Used to Go to This Bar
Settimo disco per i Joyce Manor, band preferita da tutti gli emo alternativi (cioè la parte alternativa borderline indie degli emo, che già di per sé sono alternativi) degli anni 2010. I Used to Go to This Bar è prodotto dal grande capo di Epitaph Records -nonché chitarrista dei Bad Religion- Brett Gurewitz, e suona in parte come un disco dei Joyce Manor con il suo incrocio fra indie rock e punk rock dalle venature emo (I Know Where Mark Chen Lives o anche la title track), ma in parte si avventura in territori inesplorati, come nella ballad semi-country All My Friends Are So Depressed (più catchy del previsto) o nel brano vagamente gothic in stile The Cure, After All You Put Me Through. Il tutto si chiude comunque in 19 minuti -questo sicuramente in pieno stile Joyce Manor- con pezzi concisissimi e dritti al punto che raramente superano il secondo ritornello.
Guv – Warmer Than Gold
Già visto al timone di gruppi come No Warning e Fucked Up, Ben Cook ha da qualche tempo anche un altro progetto parallelo (solista, per così dire) chiamato in questo momento semplicemente Guv, dopo essere passato per le fasi Young Governor e Young Guv -lui stesso spiega che il cambio deriva sia dal non essere più tanto “young”, sia dal fatto che si è stufato di essere scambiato per un rapper. In effetti di rap qui non c’è nemmeno l’ombra: Warmer Than Gold è un disco che sembra rivisitare il Britpop e la new wave inglesi alla luce delle radici punk e hardcore dell’artista. Ritornelli movimentati e accattivanti, chitarre quasi sempre ben presenti, ma tutto rivestito da una patina dorata da tramonto californiano (a scanso di equivoci, Guv è anglo-canadese).
Trash Boat – Even If I Never Get There
Dopo dieci anni e quattro dischi sotto Hopeless Records, i Trash Boat sono al momento liberi da vincoli contrattuali, e ne approfittano per pubblicare un EP che, per dichiarazione stessa della band, ha un po’ il compito di tirare le somme della carriera del gruppo inglese fin qui. Se il sound della band è spesso mutato con ogni uscita (a volte decisamente hardcore, altre volte più alternative o pop punk), Even If I Never Get There sembra sancire che il sound principale del gruppo di St. Albans è molto vicino al melodic hardcore, seppur ovviamente influenzato da generi un filo più leggeri e ariosi di stampo emo/pop punk. L’energia sembra esserci ancora, nonostante una carriera che comincia a essere lunga e un successo che non è mai veramente arrivato.
Calling All Captains – The Things That I’ve Lost
Quattro anni e mezzo dopo il loro album d’esordio Slowly Getting Better (2021), i Calling All Captains tornano con un nuovo EP per l’etichetta New Damage Records, canadese come loro. Il sound di questi sette brani è una commistione fra pop punk (nella sua versione 2010, quindi più energica e focalizzata sulla presa bene che sulle melodie catchy in sé e per sé), easycore e hardcore, con un numero non irrilevante di scream piazzati nelle canzoni. È un EP che offre comunque una certa varietà anche fra traccia e traccia, con brani più leggeri e orecchiabili e altri di pura aggressione; non ci sono forse pezzoni istantaneamente memorabili, ma l’energia è tanta e sicuramente nei live sarà scatenata in tutta la sua forza.
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