Gli album del mese: Pillow Queens, Billie Eilish, Bad Nerves & more

Pillow Queens – Name Your Sorrow
(Royal Mountain Records, 19 aprile 2024)
Emerse dalla scena dublinese nel 2016 con il bellissimo EP Calm Girls, le Pillow Queens non hanno ancora veramente sfondato, pur essendosi guadagnate un discreto seguito all’interno del panorama indie rock e avendo tenuto un ritmo di pubblicazione molto sostenuto, con un disco d’esordio nel 2020, il follow-up nel 2022 e ora questo terzo disco intitolato Name Your Sorrow. I precedenti due dischi ci erano piaciuti parecchio, e il nuovo non fa assolutamente eccezione, e si pone anzi forse in cima alla graduatoria provvisoria. Le Pillow Queens hanno adottato un approccio più soft, con brani più lenti e riflessivi e sonorità più trattenute, ma la qualità dei brani non è diminuita per nulla; anzi, alcuni dei pezzi, come Like a Lesson, Blew Up the World e One Night, sono fra i migliori brani del gruppo. Un disco indie rock / rock alternativo di pregevole fattura, arricchito poi dal forte accento irlandese delle due cantanti che è sempre una gioia per le orecchie da sentire.
Billie Eilish – Hit Me Hard and Soft
(Darkroom/Interscope Records, 17 maggio 2024)
Federico Pucci nella sua newsletter ha fatto questa considerazione su Billie Eilish: “la sua voce è qualcosa di eccezionale: sei ci fai caso, la usa da vera crooner, usando il microfono come strumento per far sembrare gigantesco un sospiro”, che ci sembra un’osservazione molto acuta e molto vera. Questo è un grandissimo punto a favore dell’artista losangelina e del suo nuovo e terzo album Hit Me Hard and Soft. Le linee vocali arrivano infatti a rendere unico e immediatamente riconoscibile lo stile di Billie Eilish, anche quando le sonorità cambiano man mano con i vari album, dal dark pop ricco di bassi dell’esordio When We All Fall Asleep, Where Do We Go?, al più intimo e acustico Happier Than Ever, a questo disco che crea un po’ un misto delle due sonorità. Qui però si fermano le considerazioni positive a nostro modo di vedere, perché quello che prevale in Hit Me Hard and Soft è un sound dimesso, lento e in poche parole soporifero: la maggior parte dei pezzi vivacchia senza mai un’accelerata o un cambio di passo, si mantiene su atmosfere rilassate e vagamente depresse, ma non ci sono canzoni catchy (stiamo parlando di musica pop alla fine, no?) o pezzi che mettono un’istantanea voglia di replay come accadeva sul primo disco. Lunch è l’unico pezzo seriamente ritmato, ma finisce col sembrare solo la versione depotenziata di Bad Guy. Se a questo aggiungiamo che considerazioni simili si potevano fare già per il precedente album Happier Than Ever, restiamo con la riflessione che finora nella propria carriera Billie Eilish ha pubblicato un gran disco e due dischi bruttini o noiosi. La sua dimensione di popstar non è in discussione nell’immediato futuro, ma per quanto potrà ancora andare avanti a pubblicare dischi così tediosi?
Knocked Loose – You Won’t Go Before You’re Supposed To
(Pure Noise Records, 10 maggio 2024)
Questa recensione la scriviamo cortissima perché vogliamo semplicemente dire che non abbiamo idea di come faranno i Knocked Loose a fare qualcosa di più pesante di questo disco, ma sappiamo già che in qualche modo ci riusciranno.
St. Vincent – All Born Screaming
(Total Pleasure Records, 26 aprile 2024)
Per il suo settimo album All Born Screaming, St. Vincent decide di fare tutto da sola autoproducendo il disco: se l’idea può essere stuzzicante perché permette di trasmettere in musica tutte le idee dell’artista senza filtri o condizionamenti dettati da produttori esterni, dobbiamo però dire che il risultato lascia parzialmente delusi. Il disco è dominato da pezzi lenti, poco stimolanti e sostanzialmente noiosi, arrivando solo occasionalmente a lampi di energia (soprattutto con la doppietta Broken Man + Flea che sono forse le due canzoni più rock che l’artista abbia scritto). La direzione è stata quella di fare un disco più improntato all’elettronica e all’EDM rispetto al più classico indie rock dell’artista, ma nel processo crediamo si sia un po’ perso di vista il senso dell’immediatezza e del coinvolgimento di questi brani.
Bad Nerves – Still Nervous
(Suburban Records, 31 maggio 2024)
Billie Joe dei Green Day stravede per loro e li ha definiti la miglior band britannica attualmente in circolazione. Il buon Armstrong ci ha visto lungo? Si direbbe di sì, almeno ascoltando Still Nervous, il secondo disco del gruppo dell’Essex: quello che questi ragazzi fanno è un punk rock veloce e diretto, estremamente orecchiabile, non particolarmente ruvido o sporco come certo punk classico, ma maggiormente influenzato da generi come l’indie rock e l’alternative. Un punk pettinato insomma, fatto per piacere anche (e forse soprattutto) a chi non ascolta il punk, ma un punk ben fatto. Le canzoni istantaneamente catchy si sprecano, da You’ve Got the Nerve a The Kids Will Never Have Their Say a Don’t Stop a Plastic Rebel. L’unico appunto che ci sentiremmo di fare è che ci sarebbe piaciuta una voce meno effettata e più reale (basti sentire Antidote per notare gli effetti piuttosto marcati di questa produzione).
Microwave – Let’s Start Degeneracy
(Pure Noise Records, 26 aprile 2024)
Il nuovo album dei Microwave è veramente brutto. La band, nota per il suo alternative rock / emo / indie rock piuttosto energico e vivace, mette insieme dieci canzoni mollissime, assurdamente noiose, lente e senza alcun motivo di esistere. Sembra che la band abbia fatto apposta a scrivere la musica meno ispirata e più blanda che potesse uscire dalla sua penna per fare un dispetto ai fan, o all’etichetta, o a non sappiamo chi. Canzone dopo canzone, ci si aspetta sempre che a un certo punto i Microwave dicessero “okay, stavamo scherzando, ecco il disco vero e proprio”, e invece è tutto un susseguirsi di canzonette poco ritmate, dal sound poppettino vagamente malinconico, senza alcuna variazione. Non sapremmo proprio immaginare cosa volesse fare la band con quest’album, né se sia un disco da prendere davvero sul serio, perché se lo è, è semplicemente un album troppo ignobile per essere creduto.
One Step Closer – All You Embrace
(Run for Cover Records, 17 maggio 2024)
Gli One Step Closer sono fra le nuove leve di Run for Cover Records, etichetta che ha portato al successo gruppi come Title Fight, Basement, Fiddlehead e Seahaven, e la band sembra inserirsi perfettamente in questa grande tradizione. Il sound che propone sul suo secondo album, All You Embrace, si posiziona in quell’intersezione fra emo e hardcore che ha reso celebri i gruppi menzionati prima, e gli One Step Closer la suonano davvero bene. C’è tutta l’energia e la rabbia dell’hardcore, ma ci sono i passaggi spaziosi e malinconici e le belle chitarre dell’emo. Il genere deve piacere, non è un ascolto per tutti, ma gli amanti di queste sonorità hanno un pasto davvero succulento a propria disposizione.
Oakman – Violent Oblivion
Un paio d’anni fa questi tre francesi ci avevano conquistati a mani basse con l’EP SCP, che presentava sei canzoni synth pop allegre e catchy tra i Chvrches e i Paramore di After Laughter. Non eravamo sicuri che l’atteso (almeno da noi) disco d’esordio sarebbe stato all’altezza, un po’ perché parliamo di una piccola band priva dei grandi mezzi a disposizione di altri gruppi d’Oltreoceano o d’Oltremanica, un po’ perché il genere un pochino frivolo rischia sempre di dare origine a musica di poca sostanza e quindi dallo scarso impatto. E invece gli Oakman con questo Violent Oblivion ci hanno sorpresi in positivo, piazzando un disco davvero figo che riprende benissimo quanto fatto su SCP mantenendo sempre alto il livello dei brani. Tutti i pezzi, o quasi, sono facili da ascoltare ma estremamente catchy e memorabili; la voce di Marine ci piace davvero tanto con la sua leggerezza (e le possiamo quindi perdonare l’accento abbastanza marcato con cui canta in inglese); il disco è perfetto per la tarda primavera-inizio estate in cui esce. L’unico passaggio complicato di Violent Oblivion è quando arrivano due pezzi lenti consecutivi, rischiando di rallentare davvero tanto il ritmo, ma è anche questo un difetto su cui possiamo soprassedere vista l’abbondanza di belle canzoni nel resto della tracklist.
Softcult – Heaven
(Easy Life Records, 24 maggio 2024)
Ancora un EP per le Softcult, che abbiamo avuto il piacere di osservare in azione lo scorso anno in Germania in apertura ai Movements, ai quali -va detto- non hanno rubato la scena perché la band di Pat Miranda ha una presenza sul palco davvero formidabile. Il duo composto da Phoenix e Mercedes Arn-Horn, già anime dei Courage My Love, è già al quarto EP senza alcun disco full length, ma di questi tempi si sa che conta più la frequenza delle uscite che la loro corposità. Quella che propongono le Softcult è una versione alleggerita dello shoegaze, quasi un pop shoegaze: ci sono le atmosfere rarefatte, un po’ oscure e sognanti e le distorsioni e gli echi tipici dello shoegaze, ma l’approccio vocale è molto più light, così come manca quella sensazione da aspirapolvere acceso che spesso contraddistingue questo genere. Ciononostante, crediamo che i brani siano più bravi a creare un’atmosfera che a restare davvero impressi nella mente e nelle orecchie, e secondo noi quello su cui dovrebbero lavorare le Softcult, in vista magari anche di un disco intero, è proprio la scrittura di canzoni che abbiano il potenziale di essere hit -in Heaven le uniche due che ci si avvicinano sono One of the Pack e Shortest Fuse.
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