Narratore Urbano – CTRL / La recensione

Copertina di CTRL di Narratore Urbano

CTRL è il primo vero album di Narratore Urbano. Il disco, prodotto da Claudio Russo degli Atlante, presenta due vistose novità rispetto al precedente lavoro, la raccolta 2ANNI pubblicata nel 2022: innanzitutto il progetto torinese a firma Alekos Zonca pubblica per la prima volta da indipendente; e poi da singolo passa ad essere collettivo con l’ingresso di Luca Abbrancati al basso, Giorgia Capatti alla batteria e Giovanni Bersani alle tastiere. In breve, per chi non lo conoscesse, Narratore Urbano parla della società e del mondo contemporanei in maniera giusto un filo polemica.

Il retroterra rap alternativo che lo contraddistingue, infatti, è messo in atto nella sua versione conscious o “impegnata” (i punti di aggancio sono soprattutto il conterraneo Willie Peyote e Caparezza). Da qui le riflessioni sempre valide sull’ipocrisia della civiltà occidentale – come greenwashing e Black Friday – e i riferimenti alla iper-contemporaneità: la guerra in Donbass, la morte di Berlusconi, la cronaca sempre più quotidiana (“La provincia anche oggi si è suicidata, / sembrava un’altra giovane universitaria”). Ad essere attaccati sono il sistema dell’informazione e il giornalismo, i meccanismi economici, l’industria dell’intrattenimento (“Le lotte degli oppressi ora su Netflix”), la stessa industria musicale (“Le hit date al mercato in pasto”, “Il rapperino che gioca a far Re Mida”)…

Anziché restare nel qualunquismo da bar, Narratore Urbano dà coordinate precise sui centri di potere che ci governano: “L’elettorato vota la duce in fondo al tunnel”; “Odio il leghista, quello un po’ fascista”; “L’italiano medio è un undicenne neanche troppo sveglio / potrebbe aspirare a un posto tra i 5 stelle”. Il solito sinistroide radical chic? No, tranquilli, ne ha per tutti: “Odio la finta sinistra un po’ perbenista, finta progressista, finta ecologista / Che invece di stare dalla parte degli scalzi e mesti sta con Scanzi e Renzi”. Provocazioni che non sono rivolte solo ai “grandi”, ma anche alla stessa generazione sua, anestetizzata dai social e dall’illusione del successo (“Se vuoi sta sera usciamo / e lo facciamo un atto rivoluzionario: magari un po’ ci conosciamo). L’Italia ritratta è alienata ed oscura, vissuta dal punto di vista di un giovane che pensa al suo futuro nero: ad emergere sono la paura e la rabbia – ma per rendere giustizia all’efficacia espressiva dei suoi sfoghi si dovrebbe citare l’intero libretto di lyrics.

CTRL si apre con Little Boy, una sorta di manifesto delle battaglie che troveranno spazio nel disco. Bisognini, ad esempio, esplora la dimensione di mercificazione della società odierna (già il poeta Nelo Risi, più di cinquant’anni fa, notava come «Siamo noi gli ambigui pacchi di imballaggio / confezionati nell’era dei consumi»). Qua come altrove lo sfogo è debitore dello spoken word (anche in questo caso di ascendenza impegnata: pensiamo agli Offlaga Disco Pax) e viene sostenuto da un apparato rock potenziato dalla nuova dimensione di band. Mentre La roba di classe, denuncia del classismo imperante nell’istituzionalità del liceo classico, impiega l’elettronica come già nella intro.

Segue il pezzo più violento ed eversivo di CTRL, che con il titolo programmatico di Narrazioni Urbane rappresenta la quintessenza di ciò che il progetto vuole comunicare. Alla miscela dinamitarda del brano fa eco anche Prato Fiorito, che vede l’azzeccata collaborazione della rapper Ellie Cottino; mentre con Anakin Skywalker si entra in una dimensione più di amarezza che ostilità.

Ad entrare in scena in Champs Élysée è un inedito tu (modalità più frequente nelle vecchie canzoni che qua non aveva ancora fatto capolino), ma nemmeno la storia quasi d’amore che viene raccontata è immune dal disastro che le sta attorno: il privato non riesce ad essere rifugio dalle atrocità del sociale. Simile sorte subisce la barista di Verdena, brano che recupera pienamente – il titolo è inequivocabile – quel rock che finora è rimasto più o meno in sottofondo. Un barlume di speranza si ritrova in Aurora Futura, chiusa che funziona non da consolazione o spinta utopistica, ma come motore di una lotta da abbracciare fuori dal disco: “È il mio futuro, sì, io lo rivendico”.

Di CTRL si possono dire tante cose e usare molte definizioni preconfezionate: è un album rap, è rock, è elettronico, è spoken word; è impegnato, è incazzato, è amaro, è cupo. Eppure, sarà un luogo comune, Narratore Urbano pretende davvero di andare oltre le etichette. Al posto di inquadrare questo lavoro all’interno del mercato discografico nel quale è costretto ad operare, va piuttosto sottolineato come – pecora nera in mezzo a un branco di pecoroni che seguono la massa (vedi la copertina) – riesca a dare voce a una generazione ancora snobbata da boomer e potenti: quella della crisi climatica e dell’eco-ansia, di chi non se la sente di fare figli, di chi denuncia in massa il patriarcato.

La carne messa al fuoco in effetti è tanta, ma tale miscuglio di questioni non deve esser fatto risalire alla caoticità sconclusionata di certo rap: sussiste invece proprio perché sono interdipendenti tra loro; c’è anzi, anche se forse non percepibile a livello superficiale, una coerenza e un flow quasi da concept album. Che non si ferma qua: CTRL infatti è il primo capitolo di una trilogia che vedrà la luce nei prossimi anni con gli album ALT e CANC. E se oggi la tentazione di fare CTRL+ALT+CANC è alta, cerchiamo invece di fare CTRL+C/CTRL+V di questo disco.

Ascolta qui sotto Narratore Urbano – CTRL!


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