Klimt 1918, Stain, Katana Koala Kiwi: le recensioni dei singoli italiani

Klimt 1918 – Dream Core
Il 12 giugno uscirà Àmor, il nuovo disco dei Klimt 1918, a ben dieci anni di distanza dal precedente Sentimentale Jugend, e a noi stuzzicano sempre le band che lasciano passare tutti questi anni fra un disco e l’altro, in un mondo in cui gli artisti sono spinti a buttar fuori roba tutti gli anni per sfamare gli insaziabili algoritmi. I Klimt 1918 poi fanno un genere che si presta particolarmente a pause e attese, come dimostra il singolo di lancio Dream Core, un pezzo di sei minuti e trenta che spazia tra post-rock e shoegaze, dall’incedere progressivo e maestoso pensato per un ascolto lento e assorto, magari anche da meditare nel corso dei mesi e degli anni.
Katana Koala Kiwi – Di vele e naufragi
Dopo Truccare la realtà non potendo cambiare il mondo e Formaldeide, i Katana Koala Kiwi pubblicano Di vele e naufragi, il terzo singolo dal loro album full-length d’esordio che ora ha un titolo e una data: si chiamerà Il territorio delle meduse e uscirà il 10 aprile per Dumba Dischi. Di vele e naufragi è una canzone alternative rock con un’evidente influenza del sound dei dischi recenti dei Fontaines D.C.. La band ne ha parlato come di “una canzone che guarda al mare come si guarda qualcosa di tramandato in famiglia: con reverenza e timore” -ricordiamo che il gruppo viene dalla marittima Trieste.
Mr&Mrs – Lasciami andare
Loro si chiamano Mr&Mrs, sono lo spagnolo El Ruben e l’ucraina Giuliette Kris, ma li accogliamo in questo spazio dedicato alla musica italiana intanto perché sono di base a Rimini, e poi perché cantano (anche) in italiano, come dimostra il nuovo singolo Lasciami andare -che vede anche una strofa in francese cantata da El Ruben. Le sonorità del brano sono quelle di una ballad elettronica dal carattere riflessivo (il testo affronta le problematiche di una coppia in crisi ma incapace di lasciarsi), ma il cantato dei due artisti -più pop quello di Giuliette, più vicino all’hip hop quello di Ruben- aiuta a dare una spinta orecchiabile e istantanea alla canzone.
Noiré – Desire
Con Desire, le Noiré costruiscono un brano sospeso, tutto giocato sulla tensione tra ciò che si prova e ciò che non si ha il coraggio di dire. È una canzone che vive nei silenzi più che nelle parole, raccontando quel momento fragile in cui un sentimento è evidente ma resta bloccato, trattenuto dalla paura di esporsi. La produzione segue questa linea con coerenza: atmosfere avvolgenti, delicate, che crescono lentamente senza mai esplodere davvero. È un crescendo emotivo controllato, che accompagna l’ascoltatore dentro una dimensione intima e quasi immobile, dove tutto potrebbe accadere ma resta in sospeso. La forza del brano sta proprio in questa tensione trattenuta. Le Noiré riescono a dare voce a quei non detti che spesso definiscono le relazioni più delle dichiarazioni esplicite, costruendo una narrazione universale fatta di possibilità, esitazioni e desideri rimandati. Desire non cerca il picco, ma l’attesa. Non esplode, ma vibra. E in quella vibrazione, trova la sua identità più autentica.
Puramentesamuel – Puramente tu
Con Puramente tu, PuramenteSamuel torna con una ballad pop intima e misurata, che scava nelle crepe delle relazioni senza mai cedere alla retorica. Il brano si muove in quello spazio delicato in cui l’amore smette di essere semplice e diventa confronto, dubbio, bisogno di capirsi davvero. La produzione accompagna questo percorso con discrezione: parte trattenuta, quasi fragile, e si apre progressivamente senza mai esplodere del tutto. È una crescita emotiva controllata, coerente con il tono del pezzo, che punta più sulla profondità che sull’impatto immediato. La scrittura resta il punto centrale. PuramenteSamuel sceglie un linguaggio diretto, accessibile, ma capace di evitare i cliché, costruendo immagini riconoscibili e sincere. Il titolo stesso riflette la tensione del brano: essere “puramente” qualcosa per qualcuno, senza perdere se stessi. È una canzone che non cerca il colpo di scena, ma la permanenza. Non travolge, ma si insinua. E alla fine, resta.
Stain – Aquiloni
Aquiloni è un tassello centrale nel percorso della band pugliese, che consolida una direzione sempre più consapevole e precisa, tanto nella scrittura – ora in italiano – quanto nel suono. Il brano parla dell’infanzia senza indulgere nella nostalgia, ma guardandola con la lucidità di chi ha smesso di idealizzarla. Al centro c’è il passaggio all’età adulta, con la paura di crescere, di perdere i ricordi, di non riconoscersi più – per gli altri e per sé stessi. I versi raccontano questo scarto emotivo con immagini nitide e concrete, dalle estati alle bocche sporche di gelato: momenti che sembravano eterni e che invece, silenziosamente, sono finiti.
D’Iuorno – La ragazza mia
Dopo Cosa vuol dire amore, D’Iuorno torna con un brano intitolato La ragazza mia, in cui racconta lo spiacevole episodio di cui è stato protagonista, quando la polizia gli ha ritirato la patente avendolo trovato al volante col tasso alcolemico troppo elevato -e la lunga trafila che segue al ritiro della patente per poterla riottenere. Le sonorità sono rock con influenze cantautorali, vagamente americaneggianti, per un brano sicuramente energico e coinvolgente che riflette anche sulle dipendenze (la “ragazza mia” citata nel titolo e nel ritornello non è una donna, ma l’alcol).
Filippo De Paoli – Amaze You
Amaze You è il nuovo singolo di Filippo De Paoli, già noto al pubblico come leader dei Plan de Fuga. La canzone si muove su sonorità elettroniche dal piglio riflessivo e dall’incedere maestoso. Il testo parte dall’osservazione -esplicitata già nelle prime righe del testo- che “se il tempo può comprare denaro, il denaro non potrà mai ricomprare il tempo”. Testo che è peraltro composto di poche ma significative parole, lasciando principalmente spazio alla musica.
Greatwaterpressure – Aria
Un nuovo brano che si muove sulla scia di “plastica”, facendoci vivere un’altra notte in un club con i vetri appannati, le luci che si frammentano sul dancefloor ed i corpi che ballano senza badare agli sguardi altrui, mentre fuori la città pulsa con il suo andamento irregolare. In questa dimensione, “aria” diventa un respiro libero, un invito semplice e ossessivo – “muoviti, ma dai, non lo vedi che tutti ballano” – che trasforma il club in un flusso vivo di energia, corpi e luce, dove l’aria stessa sembra danzare.
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