Gli album italiani del mese: All Coasted, Shirime, Deaf Kaki Chumpy & more

All Coasted

 

All Coasted – Time for Disruption

Time for Disruption è il nuovo album della punk band All Coasted, primo pubblicato per Punk Explosion Collect. Attivi ormai da oltre dieci anni, gli All Coasted hanno già pubblicato tre EP e un LP e suonato in tutta Europa, proponendo un punk energico, classico ma ben fatto, capace di recuperare pienamente tutti gli stilemi musicali e concettuali del punk anni ‘70/‘80. Time for Disruption è un album che scorre bene, in cui tracce speed e aggressive sono ben intervallate a momenti più melodici, ma mai smielati. Tracce come la title track, Herbal Teas & Hangovers e Get Off Of Me traghettano direttamente l’ascoltatore nell’energia da pogo da centro sociale (si potrebbe pogare praticamente su tutte, ma queste a parer mio hanno ancora di più quell’aura). In sostanza, un album in tutto e per tutto ben fatto e che fa il suo, adatto soprattutto agli amanti del genere, o a chiunque abbia voglia di scatenarsi per una ventina di minuti. E per gli All Coasted non sono finite le soddisfazioni del 2026: la band infatti salirà sul main stage del leggendario Rebellion Festival di Blackpool (UK). [Riccardo Provasi]

Shirime – Shirime

Sette minuti, tre tracce: questo l’EP d’esordio self-titled degli Shirime, in pieno spirito hardcore già dalla presentazione. La band, da Roma, è formata da membri di Locked In e The Hardest Season (anche il fatto di provenire da ulteriori band hardcore è una cosa molto tipicamente hardcore). Si dice influenzata da gruppi come Angel Du$t, Spaced, Trapped Under Ice, Backtrack e Turnstile, anche se rispetto a molte di queste band propone un hardcore più potente e diretto (oseremmo dire anche “più vero”, soprattutto se pensiamo all’ultimo nome della lista). Aggressivo e ruvido sì, ma nient’affatto grezzo o sporco, a partire dalla produzione a cura di Alex Gavazzi: i tre brani suonano limpidi e cristallini, cosa che permette a tutta la strumentazione di risaltare, e dare anche un’impressione di maggior cura del suono. Il messaggio di questi tre brani è in primis politico, come riassume bene la frase conclusiva della seconda traccia Poison: “My sweetest dream, deepest desire, is to starve the rich and set their money on fire”. Su Spotify non lo trovate (su Qobuz sì), ma potete ascoltarlo e scaricarlo su Bandcamp.

Deaf Kaki Chumpy – Agàpe

Nati come un collettivo aperto, in continua evoluzione, i Deaf Kaki Chumpy hanno sempre fatto della contaminazione la propria cifra stilistica. La loro musica parte da una solida matrice jazz, ma nel tempo ha incorporato rock, funk, soul e canzone d’autore, dando vita a un linguaggio personale in cui improvvisazione e scrittura convivono con naturalezza. Agàpe rappresenta la maturazione di questo percorso: un disco che non si limita a sperimentare sul piano sonoro, ma costruisce una riflessione coerente sul sentimento che, più di ogni altro, tiene insieme le persone. Più che un concept album, Agàpe è una vera e propria enciclopedia dell’amore. Ogni brano ne esplora una sfaccettatura diversa: c’è il desiderio di continuare ad amare fino alla fine del mondo, la rabbia di un sentimento non corrisposto, la fragilità di chi cerca un posto nel mondo e la forza di chi sceglie di restare. Ma quell’amore può essere rivolto anche a un’idea, a una comunità, a un progetto condiviso. In questo senso il disco assume anche una dimensione politica, raccontando la delusione verso ciò in cui si è creduto e la necessità di continuare comunque a prendersi cura degli altri. Il titolo richiama l’agape, l’amore universale e disinteressato, ma i Deaf Kaki Chumpy evitano qualsiasi retorica. Le canzoni mostrano quanto sia difficile mettere in pratica quella forma di amore in un presente dominato dall’individualismo e dalla distanza. Proprio per questo il sentimento diventa una scelta, un gesto quotidiano, un atto di resistenza. Anche musicalmente il disco riflette questa pluralità. La radice jazz emerge nella libertà degli arrangiamenti, nel dialogo costante tra gli strumenti e nella capacità di lasciare respirare i brani, senza rinunciare a melodie accessibili e a una scrittura capace di parlare a un pubblico più ampio. Ogni musicista contribuisce alla costruzione di un suono corale, coerente con la natura stessa del progetto. Agàpe è il ritratto di una band che continua a credere nella forza del collettivo, sia dentro sia fuori dalla musica. È un album che invita a riscoprire l’amore nel suo significato più esteso, come energia capace di muovere il mondo, tenere unite le persone e alimentare il cambiamento. In un’epoca in cui prevalgono divisioni e solitudini, i Deaf Kaki Chumpy ricordano che ogni trasformazione, personale o sociale, nasce prima di tutto dalla capacità di entrare in relazione con gli altri.

MonAmour – Come un soffio di vento

Ci sono dischi che cercano di impressionare e dischi che cercano di raccontare. Come un soffio di vento, EP d’esordio di MonAmour, appartiene con decisione alla seconda categoria. E proprio per questo riesce a lasciare un segno più profondo di molti lavori tecnicamente più ambiziosi. Attraverso cinque brani, Iuri Lodovichi costruisce un percorso emotivo che ha il coraggio della semplicità: non rincorre metafore oscure né si nasconde dietro produzioni ridondanti, ma sceglie di esporsi, mettendo al centro fragilità, memoria e perdita. La cifra distintiva del progetto è proprio questa: la vulnerabilità come linguaggio. MonAmour arriva da un lungo percorso artistico che lo ha portato a confrontarsi con mondi musicali molto diversi, ma qui sembra aver deciso di spogliarsi di tutto ciò che è superfluo per lasciare spazio alle canzoni e alle emozioni che le hanno generate. È un disco che nasce da esperienze vissute, da viaggi, relazioni, assenze e tentativi di comprensione di sé. E questa autenticità emerge in ogni passaggio. L’aspetto più riuscito di Come un soffio di vento è la sua coerenza narrativa. Le canzoni sembrano dialogare tra loro come capitoli di uno stesso diario. Cenere affronta il senso di inadeguatezza e la fatica di riconoscersi; Scivoli Via trasforma la nostalgia in un paesaggio quasi cosmico; Il Cuore dell’Astronauta rappresenta invece il momento in cui, nonostante tutto, si sceglie ancora di credere nella possibilità di un legame. Non ci sono svolte improvvise o facili catarsi: il disco procede come una lenta elaborazione emotiva, rispettando i tempi dell’animo umano. Il vertice dell’EP è probabilmente Perpendicolare, l’inedito che ne costituisce il cuore pulsante. Qui MonAmour racconta quella distanza insanabile tra ciò che sappiamo e ciò che sentiamo, tra la razionalità che invita a lasciar andare e il cuore che continua ad aggrapparsi a ciò che è stato. È una canzone che evita il melodramma e proprio per questo colpisce: parla di una ferita comune senza cercare di trasformarla in spettacolo. Musicalmente il lavoro si muove in territori cantautorali indie-pop essenziali, dove gli arrangiamenti non cercano mai di rubare la scena ai testi. È una scelta che potrebbe apparire prudente, ma che si rivela coerente con l’identità del progetto: qui tutto è al servizio della narrazione e dell’emozione. La voce di Lodovichi non pretende di impressionare per virtuosismo, ma convince per credibilità. Si ha spesso la sensazione che stia raccontando qualcosa prima ancora che cantandolo. In un momento storico in cui molta musica sembra progettata per consumarsi rapidamente, Come un soffio di ventosceglie una strada diversa: quella dell’ascolto lento. Non è un disco che urla per attirare attenzione, ma uno di quelli che si avvicinano in silenzio e restano. La sua forza non sta nell’originalità assoluta della formula, ma nella sincerità con cui viene portata avanti. MonAmour firma un esordio delicato, imperfetto nel senso più umano del termine, e proprio per questo autentico. Un piccolo viaggio dentro le crepe che ci rendono persone, raccontato da chi sembra aver capito che la fragilità non è qualcosa da nascondere, ma il luogo da cui possono nascere le canzoni migliori.

D’Iuorno – Verità

È uscito Verità, ultimo sforzo discografico del cantautore toscano D’Iuorno. Le dieci tracce dell’album presentano tutte una sonorità tipicamente classic rock piuttosto cantabile, composta da chitarre acustiche, elettriche e basso molto rotondo (apprezzata l’incursione “circense” nella coda di Stringimi forte). Oltre a questa piccola nota di colore, D’Iuorno con Verità propone un sound forse un po’ troppo cliché, connotato da poche scelte sorprendenti, ma che per certi versi può anche legarsi bene all’atmosfera intima e nostalgica dei testi capaci di trasmettere l’insofferenza dell’autore per la realtà contemporanea. [Riccardo Provasi]

TP Dream – La strada del rimpianto

La strada del rimpianto è il nuovo EP di TP Dream, nome d’arte del cantautore ferrarese Tiziano Panzera. Le cinque tracce dell’album presentano una più che buona qualità nella registrazione, capace di rendere l’aspetto musicale molto godibile, anche grazie ai commenti strumentali, affidati alla chitarra elettrica, caratterizzati da un piacevole timbro caldo e secco, e da linee melodiche e assoli ben riusciti. D’altra parte, gli arrangiamenti tendono a ripetersi un po’, e le linee vocali – che strizzano l’occhio alle atmosfere rarefatte di Battiato – incerte e a tratti confuse. Tra i brani, spicca Silenzio tutto intorno, brano in cui si esprimono al meglio gli aspetti positivi dell’EP. Infine, sebbene la traccia in sé non sia tra le migliori, l’assolo di Formule sbagliate merita di essere menzionato come uno dei momenti più convincenti. [Riccardo Provasi]

RiveRs & Federico Cacciatori – Via Qualunque

Anticipato dai singoli Fingerò e Resta a cena da me, è uscito Via Qualunque, il nuovo disco nato dalla collaborazione tra il cantautore RiveRs e il produttore Federico Cacciatori. L’album si compone di tredici tracce autoprodotte, integralmente suonate con strumenti reali, in cui i due musicisti spaziano tra tutti i generi connessi al concetto di  “sonorità pop – rock” (si sfiora persino il “country” in Quello che). In generale, i brani di Via Qualunque scorrono, anche se sembra sempre mancare qualcosa perché le canzoni decollino del tutto e raggiungano una propria dimensione caratteristica, un proprio sound perfettamente riconoscibile. [Riccardo Provasi]

Noirè – Strati di noi

Negli ultimi anni le band tutte al femminile stanno conquistando uno spazio sempre più rilevante all’interno della scena indipendente italiana. Un percorso favorito anche dalla crescente visibilità di realtà come Le Bambole di Pezza, che hanno contribuito a dimostrare come talento, personalità e credibilità artistica non abbiano genere. In questo contesto si inseriscono le Noirè, quartetto che con Strati di noi firma un debutto maturo e sorprendentemente consapevole, capace di trasformare emozioni e fragilità in materia sonora. Fin dal titolo, l’album suggerisce una riflessione sull’identità e sui rapporti umani come costruzioni complesse, fatte di sovrapposizioni, ferite, ricordi e cambiamenti. Le Noirè affrontano questi temi senza mai cadere nella retorica, scegliendo invece una scrittura sincera e diretta che trova la sua forza proprio nella capacità di raccontare le sfumature. Musicalmente Strati di noi si muove tra indie pop, alternative ed elettronica, costruendo un equilibrio convincente tra immediatezza e ricerca. Le melodie non rincorrono necessariamente il ritornello ad effetto, ma preferiscono svilupparsi gradualmente all’interno di arrangiamenti curati, dove ogni elemento contribuisce alla creazione di un’atmosfera precisa. È un disco che punta molto sulla suggestione, sulla capacità di evocare immagini e stati d’animo piuttosto che offrire risposte definitive. Uno degli aspetti più riusciti del lavoro è la sua coerenza complessiva. I brani dialogano tra loro e contribuiscono alla costruzione di un racconto unitario, quasi come fossero capitoli di uno stesso percorso emotivo. Le Noirè sembrano avere ben chiara la direzione artistica da seguire e questa consapevolezza emerge in modo evidente lungo tutta la tracklist. Naturalmente qualche episodio risulta meno incisivo rispetto ai momenti migliori del disco e, a tratti, la scelta di mantenere un tono costantemente introspettivo rischia di appiattire leggermente la dinamica dell’ascolto. Ma si tratta di limiti marginali all’interno di un’opera che trova proprio nella sua compattezza una delle qualità principali. Ciò che colpisce maggiormente è la capacità della band di evitare scorciatoie emotive. Strati di noi parla di vulnerabilità, relazioni e crescita personale senza mai risultare artificiale o costruito. Ogni brano sembra nascere da un’esigenza espressiva autentica, e questo rende l’ascolto credibile e coinvolgente. Con questo debutto le Noirè dimostrano di possedere non solo una solida identità musicale, ma anche una visione artistica che lascia intravedere margini di crescita molto interessanti. Strati di noi è un album che non urla per attirare l’attenzione: preferisce entrare lentamente nell’ascoltatore, stratificarsi nel tempo e rivelare poco alla volta tutte le sue sfumature. Ed è proprio questa la sua qualità più preziosa.


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