Gli album di febbraio 2026: Ratboys, Angel Du$t, New Found Glory & more

Ratboys

 

Se a gennaio sono usciti quelli che quasi sicuramente saranno i nostri due dischi top del 2026, febbraio ci ha regalato almeno un album che da più di un mese non riusciamo a smettere di ascoltare, ovvero Singin’ to an Empty Chair dei Ratboys. Qui sotto proviamo a spiegare perché: ecco una piccola panoramica di quello che è uscito a febbraio!

Nell’articolo parliamo dei dischi di Ratboys, Angel Du$t, New Found Glory, Nothing, Dream Nails e Ist Ist. (clicca sul nome dell’artista per andare direttamente al paragrafo relativo).

Ratboys – Singin’ to an Empty Chair

In Italia li abbiamo visti l’ultima volta nel 2022, quando accompagnavano come band d’apertura l’ultimo tour europeo di Julien Baker -come sempre bravissima a scegliere artisti fenomenali per aprire i propri concerti (fra questi ricordiamo una certa Phoebe Bridgers agli albori della sua carriera). I Ratboys sono attivi da una quindicina di anni e hanno già sei dischi all’attivo, ma sembra che la scintilla creativa di Julia Steiner, Dave Sagan (coppia anche nella vita extra-musicale) e compagni non si sia affatto esaurita: Singin’ to an Empty Chair è un profluvio di melodie memorabili, riff di chitarra perfetti e brani che colpiscono subito l’orecchio. Il sound è un po’ un misto fra indie rock e country con una spruzzata di pop punk su alcuni pezzi: a tratti sembrano una versione americana dei neozelandesi The Beths (Anywhere su tutti), a tratti una versione un po’ più pulita degli Wednesday, altre volte Julia Steiner sembra rievocare proprio la Baker nelle melodie e nel modo di cantare (Just Want You to Know the Truth). Un sound americano senz’altro, ma che grazie alla maggior energia delle chitarre rock può risultare piacevole anche alle nostre sensibilità meno avvezze al country “duro e puro”.


Angel Du$t – Cold 2 the Touch

Se l’hardcore è salito alla ribalta mediatica negli ultimi anni, buona parte del merito va attribuita ai Turnstile e alla loro capacità di adattare questo genere spigoloso e ruvido al grande pubblico, ovviamente proponendone una versione fortemente edulcorata, smussando le sonorità più ispide e adattando immagine e produzione ai gusti odierni per la musica pop, al punto che si potrebbe arrivare a dire che la band fa musica hardcore per le persone a cui non piace l’hardcore. Se i Turnstile non si fossero piegati del tutto al mainstream e avessero tentato di mantenere fermi i capisaldi del loro genere di riferimento senza però rinunciare a buona produzione e sonorità pulite, avrebbero probabilmente fatto un disco come Cold 2 the Touch degli Angel Du$t, che del resto condividono un discreto pezzo di storia con la più nota band: il gruppo era stato fondato anche da Daniel Fang, batterista dei Turnstile, e vedeva tra le sue fila Pat McCrory che poi è passato proprio ai Turnstile nel 2016. Entrambe le band sono passate per la major Roadrunner Records: i Turnstile sono ancora sotto contratto, mentre gli Angel Du$t hanno di recente firmato per Run for Cover; inoltre i membri delle due band gestiscono un’etichetta indipendente, Pop Wig Records, che ha pubblicato anche lavori di entrambi i gruppi, e i frontman delle due band suonano insieme nei Trapped Under Ice da quasi vent’anni. Tutto questo per dire che le similarità fra i sound dei due progetti sono quasi naturali, anche se Cold 2 the Touch si focalizza su chitarre, breakdown, cantato aggressivo e poco spazio per ritornelli catchy, stacchetti elettronici o synth vari, che invece spadroneggiano nelle uscite recenti dei Turnstile. Justice Tripp e compagni (alcuni dei quali nuovi, come il chitarrista Jim Carroll e il batterista Nick Lewis) sembrano insomma voler dire che anche se la percezione mainstream dell’hardcore è cambiata, il loro sound vuole rimanere fedele alla storia della band senza stravolgimenti o tentativi di inserirsi in una scia.

Gli Angel Du$t saranno di scena in Italia il 15 maggio al Q-Hub di Milano e il 16 maggio al Venezia Hardcore Fest. Per tutte le informazioni potete consultare direttamente il sito di Hellfire Booking.


New Found Glory – Listen Up!

Per il loro undicesimo album -e primo su Pure Noise Records nonché primo in sei anni- i New Found Glory non cambiano di una virgola il sound che hanno sviluppato negli ultimi venticinque anni. Un po’ perché non ce n’era bisogno: la band ormai non deve certo dimostrare più nulla a nessuno e può fare canzoni che suonano come più le piace, tanto più che i fan continuano ad apprezzare; un po’ perché quando hanno cambiato non è andata esattamente bene (Coming Home a posteriori era un gran disco, ma nel 2006 non era piaciuto a nessuno e aveva frenato non poco il gruppo). Listen Up! mette in fila dieci pezzi pop punk che potrebbero trovare tranquillamente posto in qualsiasi disco della band, da Sticks and Stones a Resurrection; occasionalmente si sente qualche variazione, come il breakdown easycore in Beer and Blood Stains (comunque non una stranezza per la band, i cui membri anni fa avevano anche un side project chiamato International Superheroes of Hardcore), oppure il testo di Frankenstein’s Monster che parla delle recenti battaglie di Chad Gilbert con il cancro, segnando una differenza rispetto ai consueti temi leggeri trattati dai testi della band.


Nothing – A Short History of Decay

Come i New Found Glory citati poco sopra, anche i Nothing non pubblicavano un disco dal 2020, quando era uscito The Great Dismal. Per il loro quinto album, i ragazzi di Philadelphia cambiano etichetta, passando da Relapse Records che aveva pubblicato tutti i loro album fin qui a Run for Cover. Il cambio di casa discografica porta con sé anche un cambio di sonorità: A Short History of Decay è un disco che alterna in maniera quasi paritetica ballate malinconiche in stile Radiohead (Purple Strings è praticamente una cover non dichiarata) a pezzi industrial focalizzati sull’elettronica dark con le sole chitarre fuzzy a ricordare che siamo in presenza di una delle band shoegaze più importanti degli ultimi quindici anni.

I Nothing saranno di ritorno in Italia il 19 giugno al Low-L Fest di Piacenza (tutte le informazioni sulla lineup pazzesca sulla pagina del festival).


Dream Nails – You Wish

You Wish è il terzo disco delle Dream Nails, e il loro secondo per Marshall Records. A ogni album la band londinese ha cambiato formazione: questa volta le ritroviamo in trio, con la fondatrice Anya Pearson alla chitarra, Lucy Katz (con la band dal 2016) alla batteria, e Mimi Jasson che oltre al basso prende anche il ruolo di cantante principale. L’instabilità non sembra comunque aver inficiato molto il processo di scrittura della band: You Wish è un disco di grande energia, che si muove fra indie rock e punk con qualche spruzzata di post-punk e di garage e a tratti regala momenti esilaranti, come in Move Like an Animal che inscena il dialogo fra Mimi e un cavallo su un beat quasi psichedelico.


Ist Ist – Dagger

Nei primi sei anni di vita gli Ist Ist hanno pubblicato solo EP e un disco dal vivo; dal 2020 a oggi invece sono già cinque gli album all’attivo per il gruppo mancuniano, l’ultimo dei quali è questo Dagger che esce per Kind Violence Records. La band ha come evidente fonte d’ispirazione gli anni ’80 nelle loro componenti post-punk e industrial: se nell’ultimo decennio il post-punk di successo ha avuto perlopiù sonorità aggressive e scatenate, gli Ist Ist rallentano i ritmi e introducono atmosfere al neon verdognolo da club underground un po’ fumoso. Un disco che per suoni e intenzioni sembra affine al recente Altar dei NewDad (uno dei nostri dischi preferiti del 2025), anch’essi grandi estimatori degli Eighties.


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