“Calling Home”: gli Ehilà Collective tra energia e vulnerabilità

 

Con il nuovo singolo “Calling Home”, gli Ehilà Collective trasformano un tema delicato come la richiesta di aiuto e la lotta contro le proprie spirali autodistruttive in un’esplosione sonora potente e coinvolgente. Tra strofe rap, chitarre ruggenti e ritornelli corali liberatori, il collettivo pavese porta sul palco storie autentiche, emotività condivisa e un messaggio universale: ammettere le proprie fragilità può diventare un atto di forza. In questa intervista, la band racconta il dietro le quinte del brano e l’evoluzione della loro identità musicale.

 

  1. “Calling Home” racconta un momento molto preciso: quello in cui si decide di interrompere una spirale autodistruttiva e chiedere aiuto. Come è nata l’idea di affrontare un tema così delicato dentro un brano così energico e diretto?

Il brano racconta di una storia vissuta in prima persona. Quello delle dipendenze è un tema su cui al contempo siamo super sensibilizzati e, allo stesso tempo, spesso non curanti finché non ci riguarda da vicino. Riconoscere il problema è il primo passo, seguito dalla richiesta di aiuto, senz’altro lo step più difficile da compiere, poiché richiede l’accettazione dell’essere vulnerabili e la volontà di crescere. È questo che trasforma una fragilità in un atto di forza. Musicalmente, il sound forte e diretto esprime proprio questa intenzione, mentre il ritornello vuole trasmettere il sollievo e la connessione che si prova nel “chiamare casa”, ovvero mettersi al primo posto e ritrovare supporto da chi ci vuole bene.

  1. Nel pezzo convivono strofe rap, chitarre ruggenti e un ritornello corale quasi liberatorio. Come avete lavorato sugli arrangiamenti per trasformare questa storia – che parte dalle notti nei bar – in qualcosa di così esplosivo dal punto di vista sonoro?

Il lavoro è stato svolto insieme al musicista e produttore Alessandro Biavaschi (@sonobiava), che ha saputo dare forma e forza alle idee di Giulio. A differenza di Buoni Amici, qui il sound e l’arrangiamento si sono costruiti in studio attraverso il continuo confronto tra noi e Biava, che ha compreso con sensibilità ciò che stavamo cercando di comunicare.

  1. Il ritornello “I’m calling home” suona come una frase semplice ma molto potente. Per voi cosa rappresenta davvero quel “tornare a casa”?

Tornare a casa può voler dire tante cose: banalmente, la sensazione di voler raggiungere casa a fine serata, al culmine del disagio. Ma assume contorni diversi per ognuno di noi: rappresenta la necessità di rispondere alle difficoltà trovando un buon posto in cui fermarsi, ritrovare il centro, capire come si sta davvero. Può essere un luogo fisico, la solitudine, o delle relazioni che ci accolgono e sostengono.

  1. Nei vostri brani spesso emerge una dimensione molto collettiva, sia nelle voci sia nell’energia della band. Quanto è stato importante, anche a livello simbolico, che proprio un brano sulla richiesta di aiuto culminasse in un ritornello cantato insieme?

È stato fondamentale. Cantare tutti insieme il ritornello trasmette che chiedere aiuto può provenire da chiunque e può essere accolto, restituendo fiducia e coraggio. Il coro diventa così simbolo di sostegno collettivo.

  1. Nei vostri pezzi convivono generi diversi, lingue differenti e influenze da mondi musicali lontani tra loro. Nasce spontaneamente dalla vostra identità o è una scelta consapevole?

L’equilibrio sonoro sorge spontaneamente, come sintesi di linguaggi e ascolti integrati nel nostro background musicale. Ognuno di noi porta la propria formazione e personalità nel processo creativo. Il risultato finale è ibrido e personale, riflettendo la varietà di esperienze e gusti di ciascun membro del collettivo.

  1. Il brano arriva a poca distanza da “Buoni Amici”, che raccontava invece le ambiguità di una relazione. Volete vederli come capitoli diversi dello stesso percorso emotivo?

Sono due brani con mood e sonorità diverse, ma entrambi rappresentano aspetti del nostro modo di fare musica. Tematicamente comunicano la necessità di prendersi cura di sé, rinunciando a comportamenti o relazioni che sottraggono energia. Buoni Amici con ironia, Calling Home con crudo realismo: due linguaggi diversi per lo stesso messaggio di crescita e riconoscimento personale.

  1. Siete una band che ha costruito gran parte della propria identità dal vivo. Come cambia “Calling Home” quando lo portate davanti al pubblico?

È un brano che ci carica tantissimo, sia in prova che sul palco. Vedere il nostro entusiasmo riflesso nel pubblico crea un’amplificazione magica e adrenalinica. Testare i brani dal vivo ci permette di percepire la risposta diretta della gente: ballare e cantare insieme il ritornello è una sensazione eccitante e soddisfacente. In scaletta, lo mettiamo verso la fine per dare tutta l’energia possibile.

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