“Calling Home”: gli Ehilà Collective tra energia e vulnerabilità

Con il nuovo singolo “Calling Home”, gli Ehilà Collective trasformano un tema delicato come la richiesta di aiuto e la lotta contro le proprie spirali autodistruttive in un’esplosione sonora potente e coinvolgente. Tra strofe rap, chitarre ruggenti e ritornelli corali liberatori, il collettivo pavese porta sul palco storie autentiche, emotività condivisa e un messaggio universale: ammettere le proprie fragilità può diventare un atto di forza. In questa intervista, la band racconta il dietro le quinte del brano e l’evoluzione della loro identità musicale.
- “Calling Home” racconta un momento molto preciso: quello in cui si decide di interrompere una spirale autodistruttiva e chiedere aiuto. Come è nata l’idea di affrontare un tema così delicato dentro un brano così energico e diretto?
Il brano racconta di una storia vissuta in prima persona. Quello delle dipendenze è un tema su cui al contempo siamo super sensibilizzati e, allo stesso tempo, spesso non curanti finché non ci riguarda da vicino. Riconoscere il problema è il primo passo, seguito dalla richiesta di aiuto, senz’altro lo step più difficile da compiere, poiché richiede l’accettazione dell’essere vulnerabili e la volontà di crescere. È questo che trasforma una fragilità in un atto di forza. Musicalmente, il sound forte e diretto esprime proprio questa intenzione, mentre il ritornello vuole trasmettere il sollievo e la connessione che si prova nel “chiamare casa”, ovvero mettersi al primo posto e ritrovare supporto da chi ci vuole bene.
- Nel pezzo convivono strofe rap, chitarre ruggenti e un ritornello corale quasi liberatorio. Come avete lavorato sugli arrangiamenti per trasformare questa storia – che parte dalle notti nei bar – in qualcosa di così esplosivo dal punto di vista sonoro?
Il lavoro è stato svolto insieme al musicista e produttore Alessandro Biavaschi (@sonobiava), che ha saputo dare forma e forza alle idee di Giulio. A differenza di Buoni Amici, qui il sound e l’arrangiamento si sono costruiti in studio attraverso il continuo confronto tra noi e Biava, che ha compreso con sensibilità ciò che stavamo cercando di comunicare.
- Il ritornello “I’m calling home” suona come una frase semplice ma molto potente. Per voi cosa rappresenta davvero quel “tornare a casa”?
Tornare a casa può voler dire tante cose: banalmente, la sensazione di voler raggiungere casa a fine serata, al culmine del disagio. Ma assume contorni diversi per ognuno di noi: rappresenta la necessità di rispondere alle difficoltà trovando un buon posto in cui fermarsi, ritrovare il centro, capire come si sta davvero. Può essere un luogo fisico, la solitudine, o delle relazioni che ci accolgono e sostengono.
- Nei vostri brani spesso emerge una dimensione molto collettiva, sia nelle voci sia nell’energia della band. Quanto è stato importante, anche a livello simbolico, che proprio un brano sulla richiesta di aiuto culminasse in un ritornello cantato insieme?
È stato fondamentale. Cantare tutti insieme il ritornello trasmette che chiedere aiuto può provenire da chiunque e può essere accolto, restituendo fiducia e coraggio. Il coro diventa così simbolo di sostegno collettivo.
- Nei vostri pezzi convivono generi diversi, lingue differenti e influenze da mondi musicali lontani tra loro. Nasce spontaneamente dalla vostra identità o è una scelta consapevole?
L’equilibrio sonoro sorge spontaneamente, come sintesi di linguaggi e ascolti integrati nel nostro background musicale. Ognuno di noi porta la propria formazione e personalità nel processo creativo. Il risultato finale è ibrido e personale, riflettendo la varietà di esperienze e gusti di ciascun membro del collettivo.
- Il brano arriva a poca distanza da “Buoni Amici”, che raccontava invece le ambiguità di una relazione. Volete vederli come capitoli diversi dello stesso percorso emotivo?
Sono due brani con mood e sonorità diverse, ma entrambi rappresentano aspetti del nostro modo di fare musica. Tematicamente comunicano la necessità di prendersi cura di sé, rinunciando a comportamenti o relazioni che sottraggono energia. Buoni Amici con ironia, Calling Home con crudo realismo: due linguaggi diversi per lo stesso messaggio di crescita e riconoscimento personale.
- Siete una band che ha costruito gran parte della propria identità dal vivo. Come cambia “Calling Home” quando lo portate davanti al pubblico?
È un brano che ci carica tantissimo, sia in prova che sul palco. Vedere il nostro entusiasmo riflesso nel pubblico crea un’amplificazione magica e adrenalinica. Testare i brani dal vivo ci permette di percepire la risposta diretta della gente: ballare e cantare insieme il ritornello è una sensazione eccitante e soddisfacente. In scaletta, lo mettiamo verso la fine per dare tutta l’energia possibile.
