I concertini di Red, Ep. 4

RITORNO DAI SADICI
A quanto pare gli squatters del Barocchio si sono letti il mio articolo: entro nella chiesa occupata, attraverso le stanze, vado nel cortile interno per una sigaretta – che schifo fa fumare dentro? – e vengo approcciato da ceffi che mi ricordano di averli appellati sadici bastardi. L’avranno presa bene? Sembra di sì.
È un giovedì sera quindi si inizia presto… Assolutamente no, qui vige l’anarchia totale, lo ribadiscono tutti i volantini appesi e i murales in giro. Gli Hostige avranno iniziato intorno alle 22:30 circa, e ci aspettavano ancora altre due band. Un bel segno della croce e si va sottopalco, senza alcuna idea di cosa potrebbe accadere nelle prossime due (ti prego fai che siano solo due) ore. Comunque questi Hostige sono i locals della serata e dicono di aver già suonato qui. Non contenti della prima volta, tornano al Barocchio con il proprio metal proggoso, nelle parti tranquille un po’ figli degli Opeth, ma per tutto il resto a me hanno ricordato i Paradise Lost. Bel growl. I musicisti con ampio margine di miglioramento.
I Finnegans li avevo visti un paio di anni fa al Circolo Agorà di Cusano Milanino e non mi avevano colpito, o meglio, mi erano sembrati bravi e validissimi, semplicemente not my shit. Devo dire che me li ricordavo diversi, tipo con i synth e con le voci: a sto giro, i synth sul palco non ci sono e le voci dopo un solo brano spariscono, tutti i microfoni danno forfait e i poveri brianzoli finiscono per fare il concerto in strumentale. A guardarli sembrano un po’ gli Weezer e pure ad ascoltarli li ricordano – i primi Weezer, si intenda eh –. Il cantante possiede quell’umorismo cringe che mi spezza, tra i racconti di un bimbo che picchia sua madre e il nonno morto tra i pomodori. Forse non la loro migliore performance, ma salvata alla grande.

I Quetzal Tenango sembravano fighi, lo devo dire. Quando ho letto death surf sulla locandina mi avevano incuriosito, mi ero immaginato Steve Sylvester su una tavola alle Hawaii, seguito magari dalle Babymetal in gonne d’erba colorate, con dei margarita in mano. Niente, sono 4 tipi che suonano surf ‘n’ roll, cover che vanno da Nancy Sinatra a Gianni Morandi, e suonano molto bene. Gli inediti com’erano? È una domanda a cui non so rispondere, siccome ho ceduto prima della fine della serata: era l’una e mezza passata, e stavano ancora suonando. Mi spiace ragazzi, spero di rivedervi in una situa migliore, io devo andare a casa.
L’ESTREMO GESTO
È quello che penserebbe uno spagnolo se sapesse dell’esistenza dei cólgate, band veneta il cui nome fa una falsa reference al noto dentifricio, in quanto quell’insolito accento sulla o rivela che si tratta dell’imperativo spagnolo “impiccati!”. Perciò, DISCLAIMER PER GLI SPAGNOLI: venerdì a Torino non è avvenuto un suicidio collettivo, si è solo suonato.
La serata al Magazzino sul Po viene aperta dalla performance dei Folletti Prematuri, e la chiamo performance non a caso. C’è la musica ma c’è anche un’importantissima parte scenica, si muovono come se fosse uno spettacolo teatrale e questa dinamicità enfatizza molto bene il loro sound. Molto molto particolare anche quest’ultimo, ha degli elementi neoclassici e al tempo stesso è pop, è folk ma è anche indie. Un set brevissimo che ha davvero lasciato il segno sul pubblico, perfino su chi era corso un attimo a rinfrescarsi – spoiler: io – e su un acuto della ragazza ha applaudito dal bagno.
Gli opener ufficiali di questo minitour sono i Bedroom Horse, anche loro in 3. Frontman, chitarra e seconda chitarra, il resto in base. Sono generalmente un detrattore delle basi, ma per la loro offerta comprendo la scelta e la trovo azzeccata: se l’indie pop/itpop/tiktokpop è ciò che vuoi ottenere, nessun batterista ti darà quello che può darti una drum machine. Che poi da vedere sia alquanto triste come cosa, è un altro discorso. Non sono un fan di questo genere e quando hanno fatto “Freaks” ho vissuto il Vietnam che era il gruppo indie rock in cui suonavo a 20 anni. La gente ballava, si divertiva lo stesso, io mi sentivo come René Ferretti e non serve che faccia la citazione precisa.

Finalmente, i cólgate. L’ha già detto qualcuno prima di me quanto “orrido” sia un disco sublime. L’estate scorsa ero andato fino a Fossano (CN) per vederli e avevo capito che erano da recuperare, il palco da sagra del paese non è adatto all’emogaze: non che avessero suonato male, anzi! Semplicemente, certa roba suona meglio al chiuso, si sa. Stasera loro hanno spaccato, non avevo dubbi in merito. Pure i pezzi nuovi, “villa” e “tersicore”, non sono affatto male. Andando a cercare il pelo nell’uovo, preferirei suonassero coi bpm originali, ma capisco la fotta. E poi, a chi ha scritto “asteria” cosa vuoi dire?
PS mettere proprio quel dentifricio al merch potrebbe essere una figata, però il DVD di Critters stupisce di più in effetti.
NO MACHI AL MACHITO
Sabato mi sono preso una pausa – che poi in realtà ho suonato io, ma sarebbe deformazione professionale parlarne, no? – e domenica di nuovo Torino. Bazzicare per gli ARCI è dilettevole, ciascuno ha sempre la propria personalissima impronta. A quanto pare il Machito ha questa colonna zebrata in mezzo al palco. Letteralmente in mezzo al palco. Ricorda un po’ il bar di Arancia Meccanica, anche se tutto il resto dell’arredamento non segue il motivo a strisce bianche e nere. Mi hanno detto che pure nella vecchia sede il palchetto presentava al centro un fatiscente pilastro. Coincidenza o scelta stilistica? Non lo so, ma nei concerti di musica peso diventa davvero un pericolo per i presenti – don’t worry, nessuno si è fatto male a sto giro –.
Di Turin Moving Parts abbiamo già parlato e questo matinée domenicale lo apre la neoband di uno dei volti più noti del collettivo. Anzi, anche al di fuori del collettivo: se a un concerto emo hai visto qualcuno surfare sulla folla, al 99% quello era il Macca. Ecco, il Macca ha ripreso in mano il basso dopo più di un decennio e ha creato i Cioccopescw (no, non è uno scherzo). 3 inediti carini, la cover de “La donna cannone” riuscita, quella di “Senza di te” dei Gazebo Penguins pure – ma anche l’avessero suonata di merda, qui avrebbe funzionato, mica scemi questi pescioloni –. Primo live in assoluto per questo quartetto, per me è un sì.
Anche qui un gruppo brianzolo che avevo già visto, i Camelia. Ero stato al loro release party a La Casa di Alex (vicino al Niguarda a Milano). Avevano un altro cantante ed era già il secondo per loro. A quanto pare l’hanno cambiato ancora e purtroppo, secondo me, ci hanno perso: per dirla in parole povere, quello di prima urlava meglio. Ma questa scena osannerebbe anche una band emo composta da Pino Scotto, Domenico Bini, Kaj delle Bambole di pezza e Lars Ulrich, quindi tutti contenti.
I superospiti sono i Calathea, quintetto basco di Galdakao. Seguono la grande tradizione dello screamo a tinte HC tracciata dai Touché Amoré, e devo dire che ricordano in più di un momento la band di Jeremy Bolm: a confermare questo mio pensiero, la cover di “Flowers and You”. Rimane ben evidente però la distanza abissale dai mentori, sia in ambito songwriting, sia per la performance dei musicisti. Comunque uno show più che discreto, questo va detto. E il Macca ha surfato anche qui, nonostante il soffitto basso e la colonna kitsch.

