I concertini di Red, Ep. 2

UN’OASI NEL CEMENTO
Giovedì sono andato a Torino per confermare quanto pensassi dei SI! BOOM! VOILÀ! (confermato? Sì). Venerdì invece mi sono rimesso a bordo della mia Blu – indovina di che colore la macchina? Che fantasia ragazzi – e mi sono diretto a Busto Arsizio (VA), precisamente al Circolo Gagarin.
È incredibile come in mezzo a una città così tanto lombarda – ma non milanese, il che è già un qualcosa – ci sia un posto del genere. Ne ho girati tanti di ARCI, un po’ per piacere mio, un po’ per dispiacere degli amici destrorsi, e devo dire che il Gagarin è uno dei più belli che abbia mai visto. L’ingresso, il bar, i prezzi economici (la tessera ancora a 10€, Dio grazie), la sala concerti molto grande e con un bell’impianto.
Va be’, tutto fantastico, ma chi ci siamo visti stasera? Gli Aimless. Un duo di Monza, batteria + chitarra e voce. La descrizione li fa subito associare a The White Stripes, in realtà prendono il loro suono, lo puliscono dal blues e lo caricano di fuzz ed effettistica a gogo. Un po’ Royal Blood? Forse. Cantano in inglese. Ricordano sì un sound già sentito, ma sono molto bravi a proporlo. Il frontman è bravo a smanettare e a creare momenti noise. Dietro le pelli anche l’altro ragazzo se la cava molto bene. Avrebbero bisogno di un benamato basso? Forse, però anche no, l’octaver viene sfruttato al meglio e nei punti giusti. Avrebbero bisogno di un altro terzo strumento? Eh, questo sarebbe più interessante. Ma per ora vanno benissimo così.

Le Schiene di Schiele le avevo già viste in passato, devo ammetterlo. Già non avevo dubbi sulla loro performance, quindi perché tornare a sentirli? Ma che cazzo di domanda è, non si può vedere un gruppo più di una volta? E poi, è giusto raccontare di quello che succede nell’underground, sia il bello, sia il brutto. “Brutto” è effettivamente l’aggettivo giusto da applicare alle Schiene, ma solo se si chiudono gli occhi: la loro musica produce immagini decisamente grottesche, loschi figuri in pose lancinanti (ecco perché Schiele…). Se poi si aprono gli occhi, tutto diventa bello. Il batterista è un fottutissimo gnomo armato di piatti enormi, campane e legnetti strani; il bassista è un cyborg, sotto la pelle palese c’è il piccolo alieno di Men in Black che comanda tanti piccoli metronomi; il chitarrista ha un suono impeccabile e ci ha pure regalato la Danza della Sfiga aka Robert Trujillo move aka la mossa del gorilla incazzato; il cantante è uno showman in tutti i sensi, mentre fa impazzire le articolazioni e mentre ci ricorda che “siamo nella Terra di Merdor”. Shoutout to Fitza che ha fatto una bella comparsata, altra artista da tenere d’occhio.
CASA DOLCE CASA
Ci sono posti che significano tutto, dove trovi persone che significano ancora di più. Rimanendo in tema ARCI, credo che lo Ziggy Club non sia il più bello, ma è decisamente il mio preferito. A parte che sta a Torino, e qui già parte avvantaggiato, primo applauso. Si trova sopra un Carrefour 24h, secondo applauso. Indovinate a chi è dedicato il locale? Standing ovation. L’ingresso camuffato sulla strada, un po’ da strip club russo privato, rende sempre l’esperienza più affascinante, soprattutto per i passanti che ti vedono varcare questa porticina nera, del tutto anonima.
Cazzate a parte, stasera c’è Turin Moving Parts e non me lo potevo perdere. Il collettivo più figo del Piemonte (e non solo) organizza ormai da anni concerti in vari locali del capoluogo: se suoni qualcosa di vagamente emo e hai bazzicato Torino, la tua strada ha già incrociato la loro, per forza. Mostro la tessera, pago l’ingresso al Macca – se sei stato a un concerto anche solo vagamente emo, che fosse a Gorizia o a Barcellona Pozzo di Gotto (ME), ti sei imbattuto nel sommo Macca – e faccio il solito giro di saluti. La cosa bella dei loro eventi è che ti fanno sentire a casa, sempre.
Che figata fare il proprio concerto di debutto qui. Se poi apri un gruppo storico di questa scena, hai fatto jackpot diciamo. I Malesia sono un trio di provincia (piemontese) e fanno un emo parecchio influenzato dallo shoegaze e, soprattutto, dal rock italiano. Si percepisce la loro rigidezza, ma è normale, anzi, io al posto loro mi sarei cagato addosso: nessuno ti ha mai visto né sentito, e ti mostri per la prima volta davanti a 50/70 persone, tutte lì per vedere il gruppo famoso che suona dopo di te. Ci vuole coraggio e loro ne hanno avuto. E per essere il loro primo live in assoluto, è andata alla grande. A oggi, non c’è alcun modo per sapere cosa fanno i Malesia senza andare a sentirli dal vivo, sappiatelo.

I grandi ospiti della serata sono i Cosmetic, o meglio Bart e gli ultimi arrivati in famiglia. Di recente ho deciso di donare a fondo perduto i miei soldi a quel pazzo bastardo di Dave Mustaine per sentirmi la sua versione della storia al cinema, dove spiega perché ha cambiato componenti dei Megadeth come fossero mutande – nessuna differenza per quelli marchiati Calvin Klein oppure UOMO. Ecco, i Cosmetic non sono a quel livello lì, ma comunque non hanno mai fatto più di due album con la stessa formazione e a me queste cose fanno un po’ storcere il naso. Al di là delle questioni umane, cosa si può dire dei Cosmetic? Se qualcuno non li conoscesse, sono probabilmente il gruppo emogaze più importante e longevo in Italia. Suonano bene? Questa lineup molto, davvero. Complimentoni a tutti e quattro. Lato negativo? Ti devono piacere davvero tanto perché in live le canzoni diventano pian piano tutte uguali e Bart non è noto per essere un grande intrattenitore. Perciò, se preferite l’emo più roccioso, munirsi di cuscino e tisanina.
