I concertini di Red, Ep. 1

GIOVEDÌ SOVIETICO
Apro le danze sulle pagine digitali di Booklet con uno dei miei eroi musicali: Xabier Iriondo. Vivo in una piccola frazione del Monferrato, ma l’ammirazione che nutro nei suoi confronti mi ha fatto muovere le chiappe, un freddissimo giovedì sera di gennaio, direzione Milano. Ben di più: la Nikon che conservavo sullo scaffale ha deciso di riemergere dalla polvere, quasi come uno dei protagonisti di Toy Story, ed è salita con me in macchina. Mai fatto una fotografia prima d’ora, ma che avevo da perdere? (Spoiler: nemmeno l’aiuto di un arguto Sebastiano Tavolazzi è riuscito a instillare nelle mie mani il potere di mettere a fuoco, ma lo ringrazio lo stesso).
Il BIKO è un posto da radical chic, il cesso che sta sul marciapiede fuori dal locale è un biglietto da visita forte e chiaro. Chi è fan della black music e di tutto ciò che le gravita intorno è un luogo che non può trascurare; chi invece, come me, predilige volumi più fastidiosi – ho dimenticato i tappi, cazzo –, mai si sarebbe immaginato di sentire tanto rock qui dentro. Ci avevo visto i Tonno un anno fa, e già mi sembrava un’allucinazione. E invece, anche la serata di Dischi Soviet si tiene qui.

Prima birra in mano e mi ascolto i Black Sangue. Di solito i multilinguismi non mi aggradano, ma questo suona bene, e non mi riferisco solo al nome. Il duo vicentino si definisce dirty blues, ma con l’unione di elettronica effettata pesante e batteria quadratissima assume una veste industrial affascinante. Nonostante non siano giovanissimi e stasera condividano il palco con due leggende del rock italiano, si vede che non sono dei montati. A Mattia Modolo si rompe una corda, e quando non sei Dave Grohl non solo ti manca un tecnico personale, ma non possiedi nemmeno una chitarra di backup. Con molta umiltà si assenta per qualche minuto e il suo collega Luca Toniolo – forse, vederlo suonare batteria e synth in contemporanea è ciò che mi ha fatto pensare all’industrial, Ilan Rubin docet – trattiene i presenti al meglio che può. Per ora hanno solo due brani pubblicati, ma teniamoli d’occhio.
La scritta Lombroso col font de’ The Beatles sulla pelle della grancassa suscita sensazioni contrastanti: fa sorridere per la simpatia o per il cringe? Tolto questo quesito, il duo milanese si presenta sul palco accompagnato da un bassista, Giuseppe Fiori, e un multistrumentista, Maurizio Boris Maiorano. La qualità dei musicisti è alta, su questo non si può discutere: Boris in particolare è un mostro e si mangia l’attenzione del pubblico, più del frontman stesso. La loro offerta è anche piuttosto accessibile, oscilla tra la beat music e il rock degli anni ’70, con organi prog e plettrate glam. C’è un solo problema: la durata del set. Tralasciando il fatto che è giovedì sera, nessuno vuole sentire un gruppo emergente suonare per quasi un’ora. Sì, i Lombroso esistono da due decenni e Dario Ciffo è famoso, va bene, ma resta il fatto che questo progetto non ha mai spiccato propriamente il volo e rimane, pertanto, un gruppo emergente. Perciò, ragazzi, less is more.

Il palco si sgombera un po’ ed ecco salire l’uomo per cui io – e sicuramente molti altri – sono qui. Iriondo ha questa abitudine di avviare nuovi progetti, i quali raramente superano il primo ciclo disco/tour. L’ultimo di questi è Santamante, fresco di uscita dell’opera prima omonima, composto da Dalai alla voce, Gino Sorgente alla batteria, Davide Andreoni alla tastiera e, ovviamente, Iriondo alla chitarra. Considerando che, come dice il leader stesso, la band è solo al quarto concerto, tante cose da dire potrebbero essere premature. Una sola voglio dirla: è molto triste vedere la leggenda del chitarrismo noise in Italia ridotta a questa situazione. Vedremo se le cose miglioreranno o se il 2027 vedrà Iriondo coinvolto in nuovo gruppo.
VENERDÌ FRITTO
Ci sono quei locali che ancora prima di metterci piede, ancora prima di vederne l’insegna, già solo a sentirne il nome trasudano due cose: puzza di fritto e tribute band. Il Mc Ryan’s di Moncalieri (TO) rispecchia perfettamente questo pregiudizio, ma, straordinariamente, venerdì sera faceva suonare dei gruppi inediti. La serata era organizzata da alcuni amici e io non ero mai stato in questo storico locale del torinese, quindi perché no? “Perché no” mi sarei dovuto rispondere subito.
Qui la macchina fotografica non ce l’avevo, ma cercherò di ricostruire tutto con cura e sintesi, per terminare al più presto questo brutto episodio. Il locale è molto grande, con tutti i coperti che uno si può immaginare e un sufficiente spazio davanti al palco. Il palco non è nemmeno male, se non fosse per la pedana che viene avanti – che poi è un cubo alla fine.
Suonano i Bone Rattler, gruppo punk (è punk?) torinese che propone alcuni pezzi loro e alcune reinterpretazioni tipo “Bella Ciao” o la tarantella. Considerando che ci sono dal 2014, tutti questi anni non gli hanno insegnato a suonare come si deve, ma soprattutto come tenere un palco: come pretendi di prendere i quattro gatti che hai davanti se ti atteggi come se fossi all’Ippodromo?
Sui successivi Heavy Wings non mi sento di essere troppo cattivo in realtà: come posso demolire una band la cui frontwoman suona la chitarra di Hello Kitty? E no, non c’è un briciolo di ironia nel loro progetto. Andate su YouTube, cercate “alternative rock cover band” e otterrete più o meno quanto ci è stato offerto da loro, con la differenza che, purtroppo, i loro pezzi erano inediti. Per lo meno, questa era l’unica band relativamente giovane (30?); qualche volta i miracoli accadono.
Parte un filmato animato post-apocalittico, sul palco salgono questi signori + signora vestiti da Capitan Harlock che però ha guardato Dracula di Bram Stoker. Gli Iron Wilt sono la prova lampante di questa legge suprema: se vuoi fare certe cose, o le fai Bene, o non farle. Il metal à la Manowar ha già rotto i coglioni di per sé, diciamocelo. Sostituire il machone con una valchiria non è una grande idea, ma almeno è un’idea. Il risultato è comunque disastroso. Il batterista tira tutto avanti, fregandosene completamente di tutti gli altri. Il chitarrista non spegne mai la modalità Guitar Hero, finendo per suonare da solo in pratica. La cantante non è male, è da dire, ma di nuovo: o lo fai Bene, o non farlo.
Se penso di aver speso 10€ per tutto questo, mi sento male – neofiti del locale, non cascate nella trappola della cena, fidatevi.

DOMENICA CROCCANTE
Se il concerto del giovedì era caratterizzato da orari fuori norma, quello della domenica ha messo a dura prova perfino i duri servitori della musica come il sottoscritto. Sì, perché la domenica i concerti che non sono matinée dovrebbero essere illegali. Se poi il concerto si tiene di sera e inizia per le 23, siete davvero dei sadici bastardi.
Domenica sera ho aggiunto sulla mia mappa il Barocchio Squat, vicino Grugliasco (TO). È un’ex-cappella ma anche un ex-bar, insomma è un posto molto grande, occupato, autogestito. Non c’è nemmeno il bar, ognuno porta ciò che vorrebbe trovare: loro la chiamano la Bella vita. Tutto molto figo, però qualcuno di loro si poteva improvvisare idraulico e fare un bagno, no? E il riscaldamento? Cioè dico, hai tutto un impianto cablato sul palco + postazione fonico rialzata, tutte le stanze illuminate… basta, la smetto, geliamoci i piedi e godiamoci il rock. Anzi, il punk.
I Turbo Gooo! sono in due, vengono da Brescia e fanno punk roncio. Molto roncio. Non ne azzeccano una, eppure fanno scassare dal ridere. Il chitarrista è vestito come un wrestler, coi pantaloncini di paillette dorate. Parlano di Lucio, storico squatter del loco, di patate e di come cucinarle, in un’altra parlano di aglio… hanno un merch che comprende portacanne, stickers dallo slogan “Vaffanculo Meloni” e magliette con Robocop che beve Campari. Mi sono chiesto per tutto il tempo: “Ma se fossero bravi, sarebbero così divertenti? Me li sarei ricordati il giorno dopo?”. La risposta probabilmente è no.
Da Acqui Terme (AL), i Ddollies invece sono un trio che prende la lezione dei Nirvana e la annega nel noise. Il cantante/chitarrista ha il graffiato degno di un fantasma horror e il basso ha un ottimo suono. È gente che vuole solo suonare, non si presentano, non parlano. Come un uragano che passa e se ne va, salgono sul palco, fanno il loro disastro e scendono come se nulla fosse. Qualche sbavatura qua e là, ma nulla di grave. Col tempo sicuramente diventeranno più precisi – ma mai chirurgici, speriamo.

Credo che venire fin dalla Francia e ritrovarsi con 300 problemi tecnici durante il set sia un buon motivo per incazzarsi. Se gli Spiruline l’hanno fatto, devo dire che sono stati bravi a non darlo a vedere, oppure a scatenare la rabbia unicamente attraverso i loro brani. I quattro parigini sono quei classici ragazzi timidi, un po’ sfigatelli, prima del live giocavano a calciobalilla, e invece quando è ora di suonare ti mangiano la faccia. Un hardcore ben calibrato, potente, estremo, rancido.
Ricordo che anni fa curiosavo, a un mercatino di Parigi, in una bancarella di vinili e c’era una sezione ben fornita di gruppi punk, tutti nomi a me sconosciuti. Alla fine, comprai Closing Time di Tom Waits, ma magari lì in mezzo c’erano gli Spiruline e non lo sapevo.
