I Botanici – I Botanici / La recensione

Copertina album I Botanici

È self-titled il terzo album de I Botanici, che arriva dopo Solstizio (2017) e Origami (2019) sempre per Garrincha Dischi. La decisione di intitolarlo proprio I Botanici – «abbiamo deciso di chiamarlo così perché ad oggi è il nostro disco più sincero, che sentiamo essere più rappresentativo di quello che siamo diventati in questi anni» – è coerente con quanto offrono le undici tracce nel percorso di ascolto e sfata il mito dei self-titled scadenti. Una scelta importante che si riflette anche nella partecipazione in prima linea alla cura delle produzioni, capitanata da Antonio Del Donno.

Nonostante il gruppo campano sia apprezzato anche al di fuori della nicchia ristretta della musica alternativa, o forse proprio per quello, I Botanici è un lavoro che non vuole riuscire digeribile all’italiano medio; richiede orecchio aperto e una volontà di ascolto non indifferente. Niente di troppo ostico comunque: elaborato, insomma, ma non cervellotico e allo stesso tempo piacevole senza essere radiofonico.

L’album infatti è costruito sopra una ragnatela di passaggi al sapore di math e post-rock e rifinito da non poche contaminazioni con il jazz (arrivando all’assolo di tromba a cura di Giovanni Tamburini in Øens Have): un cambiamento che era già percepibile nei singoli che avevano anticipato il disco. Lo scopo, certo, è quello di «non limitarsi a quello che dev’essere lo standard della musica in Italia» – forse anche per scampare il pericolo di perdersi nell’oceano di band indie, un’etichetta che può essere suggerita dall’accostamento con i nomi di Garrincha e Lo Stato Sociale (a coadiuvarli nella produzione c’è ancora Bebo) – ma più in generale sembra rispondere a un desiderio che è insieme di sperimentazione e di genuino compendio del lavoro svolto fin qui dalla band, con un occhio di riguardo alla dimensione strumentale dei brani.

Questo terzo disco adotta un sound meno eversivo e punkeggiante dei primi due, a differenza di band come Elephant Brain e Cara Calma (ma dal vivo, tranquilli, riscattano questa impressione), rendendosi più accessibili rispetto a quella scena emo da cui traggono la linfa. Accessibilità che non si traduce necessariamente in sonorità pop, un lato che svelano obbligatoriamente solo nella ballad quasi interamente acustica Distratto, semplice e malinconica (“Sei il tempo rubato dal caso per caso”) come era stata Capotasto nell’EP Kirigami del 2020. All’opposto in Ciò che resta troviamo un accenno di quello screamo che prima era sfruttato in maniera maggiore e che in effetti ora un po’ ci manca.

Tra l’altro non credo di sbagliare nel segnalare I Botanici come i diretti antecedenti di certe contaminazioni recenti tra emo (più o meno Midwest) e rock alternativo più classico portate avanti da gruppi come Alemoa (è di quest’anno l’esordio Fammi male) o Tramontana (il loro debutto Complicarsi la vita ha spento da poco la sua prima candelina). Certo è che si situano in una nicchia tanto atipica ed originale quanto fertile nell’attuale panorama alternativo italiano. Tra momenti di pausa più riflessivi e cascate impazienti di note, il quartetto ci ricorda il motivo per cui esistono I Botanici ed esiste I Botanici: tutto questo è un tentativo come un altro di “sfuggire alla ciclicità dell’esistenza”. E noi con loro.

Ascolta qui sotto I Botanici – I Botanici!


Oltre a quella del self-titled de I Botanici, potete leggere tutte le nostre recensioni qui.

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