Gli album di maggio 2026: Basement, Koyo, Marmozets & more

La notizia discografica di maggio, per noi, è sicuramente il ritorno dei Basement con il loro primo album in otto anni, intitolato Wired. Wired è anche il disco che ci è piaciuto di più fra quelli usciti negli ultimi trenta giorni, caratterizzati da alcuni album molto attesi (come quello dei Koyo) e altri che hanno ampiamente deluso le aspettative (come quello dei Turnover).
Nell’articolo parliamo dei dischi di Basement, Koyo, Marmozets, The Flatliners, Super Sometimes, Annie Taylor e Turnover. (clicca sul nome dell’artista per andare direttamente al paragrafo relativo).
Basement – Wired
Dopo otto lunghi anni di silenzio (ma non di inattività: il gruppo non ha mai smesso di suonare in giro per il mondo), i Basement tornano con Wired, il loro quinto album, che non tradisce l’essenza che li ha resi un punto di riferimento della musica emo ma che sembra godere della libertà di chi non ha più nulla da dimostrare. Non per nulla la band si è staccata da Fueled by Ramen, la major che aveva pubblicato gli ultimi due dischi, per tornare sotto Run for Cover, un’istituzione in questo genere e non certo un’etichetta minuscola, ma che lascia sicuramente più spazio alla libertà espressiva del gruppo -e poi fa anche rivivere i ricordi dei “bei tempi andati” di Colourmeinkindness. Il disco unisce sonorità grunge ‘90s, emo e indie rock e non ha paura di sfoderare un numero di ballad (o quantomeno di pezzi più lenti e intimi) insolito per un disco rock. È anche il disco “più Brand New” che il gruppo inglese abbia proposto fin qui, con pezzi come The Way I Feel, Embrace e Sever che non sfigurerebbero nelle tracklist di qualche album come Daisy, The Devil and God o Science Fiction.
I Basement suoneranno a Milano il 23 giugno ai Magazzini Generali in compagnia dei Fiddlehead, per uno dei concerti più fighi di un giugno insolitamente ricco.
Koyo – Barely Here
Arriva finalmente il secondo album dei Koyo, che suscitava parecchia curiosità visti tutti gli elogi che giustamente aveva portato Would You Miss It?, il disco d’esordio del gruppo, nel 2023. Barely Here è prodotto da Jon Markson (Drug Church, The Story So Far), e non cambia sostanzialmente quello che la band di Long Island aveva proposto sin qui: un concentrato di pop punk melodico, emo e hardcore, con decise reminiscenze dei primi anni 2000. Come il predecessore, l’album è breve e intenso: 10 brani per 28 minuti di musica, tutta riff taglienti, ritmi serrati e ritornelli trascinanti. Un paio di collaborazioni tutte interne alla scena: Saying vs Meaning vede il feat. di Sammy Ciaramitaro dei Drain; Oxidize quello di Marisa Shirar dei Fleshwater. I testi di Joey Chiaramonte esplorano senso di colpa, autodistruzione e le fatiche di una vita passata in tour: “You deserve a panic attack” in What I’m Worth o la disperazione di You Hate Me riflettono le contraddizioni di una vita in movimento, tra ambizione e nostalgia. Nonostante i temi a prima vista cupi, la musica non suona però mai depressa, ma catartica e vitale.
Marmozets – Co.War.Dice
I Marmozets hanno attraversato gli anni 2010 un po’ come un fulmine: arrivati in maniera del tutto inaspettata -quasi dal nulla- nel 2014 con il disco d’esordio The Weird and Wonderful Marmozets, che univa rock alternativo e post-hardcore caratterizzato da riff dirompenti e i vocals spesso urlati di Becca Macintyre, avevano poi bruscamente virato su un rock alternativo da radio anglosassoni con il secondo disco Knowing What You Know Now (2018), privo dell’energia che contraddistingueva l’album d’esordio, e poi avevano interrotto del tutto il proprio percorso alla fine di quello stesso anno (Becca e il chitarrista Jack Bottomley nel frattempo avevano avuto un figlio). Li ritroviamo a distanza di otto anni con un nuovo disco e quasi la stessa lineup composta da Jack, Becca e gli altri due fratelli Macintyre (il fratello di Jack, Will, ha preferito invece non proseguire con la band). Co.War.Dice sembra un po’ unire le due anime dei dischi pubblicati dai Marmozets finora: più aggressivo del secondo disco, di cui mantiene però una certa tendenza a momenti spaziosi e riflessivi, non arriva all’energia pura e cruda dell’album d’esordio ma mette in mostra una decisa voglia di variare e sperimentare; il disco passa da momenti caotici e potenti (un po’ sulla scia dei primi due EP di inizio anni 2010, anche se a volte forse i pezzi arrivano a essere fin troppo caotici, come la prima traccia A Kiss from a Mother) a pause atmosferiche e intime, senza per questo sembrare poco coeso. Becca sfodera dei vocals portentosi e invidiabili, anche se a volte la sensazione è che tenda a strafare e oscurare con la potenza del cantato la parte strumentale dei brani. Il ritorno nel complesso ci sembra un po’ incerto e confuso, ma dopo otto anni di silenzio è già comunque un’ottima notizia aver ritrovato la band.
The Flatliners – Cold World
Arrivati al settimo album in studio, i The Flatliners con Cold World smettono i panni da paladini dell’orgcore per abbracciare in toto quelli a foglia d’acero ricordando molto da vicino lo stile di gruppi compatrioti come Billy Talent e The Dirty Nil, per il sound delle chitarre e per i vocals squillanti. Stolen Valour, traccia d’apertura, imposta subito il tono: riff taglienti, batteria incalzante e cori da stadio come ad annunciare un ritorno trionfale: sebbene siano passati “solo” quattro anni dall’ultimo disco, sembra che la band abbia voglia di rifarsi dopo i due recenti lavori non all’altezza dei picchi di Cavalcade e Dead Language. Good, You? e Inner Peace mostrano la capacità della band di bilanciare aggressività e melodia, con testi che oscillano tra autocritica (“So tragic, so blind to the ever-open wound”) e ricerca di speranza. And They’re Off è uno dei momenti più poetici del disco, una riflessione malinconica su un mondo in disfacimento, mentre Pulpit e Burn sfogano un’energia viscerale. Su Cold World i The Flatliners sembrano aver ritrovato il fuoco dei loro esordi, pur canalizzato con maggior sfumatura e maturità.
Super Sometimes – Show the World What’s Underneath
Precedentemente noti come New Aesthetic, i Super Sometimes hanno fatto un rebranding abbandonando il vecchio nome blando e molto generico in favore di uno decisamente più accattivante. Show the World What’s Underneath è il loro primo disco full length, esce per Pure Noise Records e propone un pop punk molto classico: veloce, diretto, catchy e divertente, sulla scia di gruppi come State Champs e Neck Deep o anche band della generazione appena precedente come gli Hit the Lights. Ci sono due cantanti (nonché chitarristi), Gabriel Munoz e Dylan Guzman, cosa che aiuta in parte a differenziare la band, ma la forza principale di quest’album non sembra tanto la volontà di rompere gli schemi del pop punk, quanto quella di inserirvisi dentro e provare a scrivere i pezzi più orecchiabili e travolgenti possibile. Aprire il disco con una frase come “Hazy nights spent on long goodbyes” (Afterthought) è sicuramente una mossa azzeccatissima perché ha tutto il potenziale di diventare una di quelle frasi iconiche che identificano immediatamente una band, oltre a far pensare subito alle vecchie estati gloriose dei tempi d’oro del Warped Tour. La mancanza di una spiccata originalità potrebbe essere un’arma a doppio taglio, specialmente per un prossimo disco sul quale la band sarà chiamata a dar prova dell’eventuale evoluzione della propria traiettoria artistica; per adesso abbiamo un disco d’esordio solido e divertente, sicuramente consigliato a tutti i pop punk kids (at heart).
Annie Taylor – Out of Scale
La Svizzera sta sfornando una quantità notevole di gruppi rock (anche tenendo conto della popolazione totale del Paese): giusto qualche giorno fa abbiamo visto i Paleface Swiss sfasciare il palco dello Slam Dunk Italy, mentre Hopeless Records ultimamente ha pescato spesso nelle acque alpine del Paese rossocrociato, mettendo sotto contratto prima i Comastatic e poi i qui presenti Annie Taylor. Il nome della band viene da un personaggio storico, Annie Edson Taylor, prima persona a lanciarsi giù dalle cascate del Niagara dentro a un barile e sopravvivere (vabbè, gli americani celebrano questi riferimenti come miti socio-culturali, ma in questo caso possiamo prendere la storia di Annie Taylor come un esempio di emancipazione femminile). Out of Scale è il loro terzo disco e ha due anime: una più casinista, divertente e sfrenata, dalle sonorità garage rock miste al punk, sicuramente la più coinvolgente e immediatamente impattante (i primi tre pezzi dell’album sono una serie veramente ben riuscita); un’altra anima più meditativa, tendente alla ballad, al rallentamento dei tempi e a sonorità più trattenute, che fanno capolino già dalla quarta traccia e finiscono per frenare il disco a più riprese proprio quando ci si aspetterebbe una nuova sferzata di energia. La produzione è di livello internazionale, l’attitudine del gruppo ci sembra adatta per i palcoscenici mondiali; manca forse ancora un disco che funziona dall’inizio alla fine.
Turnover – Down on Earth
A costo di risultare ripetitivi, sentiamo ancora una volta la necessità di dire che dopo aver cacciato il mastermind Eric Soucy dalla band nel 2017, i Turnover non sono più riusciti a scrivere una canzone decente. Per carità, riuscire non tanto a eguagliare, ma anche solo a non far troppo rimpiangere un disco epocale come Peripheral Vision sarebbe stato quasi impossibile per la maggior parte delle band -anche se i Turnover (con Soucy) ci erano riusciti facendo quel perfetto “passo di lato” che era Good Nature– ma imbroccare un filotto di album così scialbi lascia seriamente perplessi. Già Altogether (2019) veniva presentato dalla band come “un disco fatto per chi torna a casa stanco dal lavoro e ha voglia di ascoltare musica poco impegnativa da mettere in sottofondo”: una descrizione agghiacciante che del resto era il naturale preludio a un album insapore e incolore, privo di qualsiasi immaginazione o tentativo artistico. Ma il peggio doveva ancora venire: Myself in the Way (2022) manteneva le sonorità sempliciotte e banali di Altogether, aggiungendoci un autotune orrendo e dei synth da filmaccio italiano anni ’80; ovviamente nessuna traccia di canzoni vagamente memorabili o guizzi di estro musicale.
Veniamo così a questo Down on Earth, primo disco che la band pubblica in maniera indipendente senza il supporto di Run for Cover Records. I ragazzi si sono presi quattro anni per scrivere dei pezzi nuovi: uno dice “in quattro anni saranno riusciti a scrivere qualcosa di buono, no?” Premere play è ahinoi un amaro ritorno alla cruda realtà. Le dieci tracce di Down on Earth cominciano e finiscono in un unico calderone fatto di linee vocali gravi e ripetitive, chitarrine annoiate -non dissimili da quelle che si sentono sugli ultimi dischi della band, del resto- e un mood svaccato di chi sta buttando giù due note riciclate giusto per dire di avere un album da far uscire. Dopo ripetuti ascolti è ancora impossibile distinguere una canzone dall’altra. I synth e l’autotune di Myself in the Way erano così brutti che avevano almeno il merito di rimanere impressi: qui non c’è nemmeno qualcosa di brutto che catturi l’attenzione, solo un unico lungo e straziante piattume.
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