Gli album italiani del mese: Regarde, Riviera, Cheriach Re & more

Regarde Nothing Again copertina

Regarde Nothing, Again

(Epidemic Records)

A quattro anni dall’uscita sfortunata di The Blue and You una manciata di giorni prima dei lockdown, disco che avrebbe probabilmente meritato una miglior sorte e magari anche più assidua attività live, i Regarde tornano con Nothing, Again, un EP di cinque canzoni più un’intro. La band ripropone il proprio marchio di fabbrica, un rock alternativo tendente all’emo, a volte vagamente influenzato anche dal post-grunge, e mai troppo catchy (che per noi solitamente è un malus, ma i Regarde riescono a far diventare belle anche le canzoni non molto orecchiabili). Si distingue la traccia finale Apart, che è più corale, progressiva e ha tutte le caratteristiche di un pezzo finale; nel resto dell’EP si trovano belle chitarre, distorsioni accentuate e il cantato un po’ nasale che conosciamo ormai da un po’ di anni.


Riviera – Sempre

(To Lose La Track / La Tempesta Dischi)

Dopo un lunghissimo silenzio discografico di sei anni, i Riviera tornano con un nuovo disco, il terzo, fuori per To Lose La Track e La Tempesta Dischi. Sempre è un album che ritrova la band alle prese con un emo energico e traboccante di vitalità, sicuramente influenzato dal (post)-hardcore. Come spesso vuole questo genere, non troverete in Sempre ritornelli accattivanti o riff di chitarra immediatamente riconoscibili, ma è un disco che piacerà a chi cerca l’intensità, sonora ed emotiva, nei brani. E poi ovviamente in tutti i brani c’è la tromba, questo strumento demoniaco che evoca i più cupi spettri dello ska -qui fortunatamente scongiurato dalle sonorità emo del disco. Menzione d’onore per l’ospite speciale dell’album, ovvero quel (neanche troppo) leggero accento romagnolo, specialmente sulle ci, che intenerisce l’ascoltatore e porta una sensazione di casa e d’intimità anche a chi è nato a centinaia di chilometri di distanza.


Cheriach Re – Radici

(self-released)

Radici è il nuovo EP di Cheriach Re, un viaggio alla scoperta dell’anatomia dei legami più autentici che abbiamo, anche lontani dalle nostre origini. Cinque brani docili quanto il timbro di Valeria, ragazza forte in cui scorre il sangue di etnie lontanissime tra loro, ma comunque accomunate da una delicatezza nel porsi, come poi traspare anche dalla musica. Non la solita artista con la chitarra in mano: Cheriach Re è un’artista dotata di una sensibilità con pochi eguali, in grado di instillare in chi la ascolta sempre la domanda giusta da porsi, e spesso questa si ritrova nei versi dei suoi brani. Puchukay e La Rochelle, pezzi di apertura, sono le prime testimonianze della sua riflessione interiore, mentre Conoscersi e Abitudine indagano i rapporti con i nostri limiti, concreti o immaginari che siano. Bonsai, infine, brano di chiusura in cui Valeria lascia l’argomento delle relazioni sentimentali come ultima fatica. Nel suo personale viaggio meditativo, Cheriach Re sta incontrando piccole grandi soddisfazioni lungo la via, nella speranza di non dimenticarsi mai più da dove viene.


Pvssy – Mantis

(self-released)

Esordio assoluto ma decisamente rumoroso questo Mantis, opera prima dei Pvssy. Brutto nome della band ma buona musica: un hard rock energico e metallico, che ci ricorda una versione incattivita dei The Pretty Reckless. I brani sono sei ma la durata è quella di un album (siamo intorno alla mezz’ora di musica), perché le canzoni sono tutte piuttosto lunghe, cosa che del resto si sposa con le caratteristiche del genere. Giuliana Maffei ha un’ottima voce, anche se la usa secondo noi in maniera un filo troppo impostata e tende a mettere in mostra eccessivamente i propri virtuosismi; punti in più invece per il buon accento in inglese. Di altissimo livello la produzione, che fa suonare pompatissimo ogni strumento e dà quella spinta in più al disco per far sì che abbia tutte le carte in regola per spaccare. Crediamo che i Pvssy abbiano davvero qualcosa che può portarli lontano, magari limando qualche leziosismo per rendere più immediata ed emozionante la propria musica.


Aigì – Mood-pop

(self-released)

L’EP di Aigì è bello perché è vario, un po’ come il mondo. Antonio mette insieme vari pezzi pop che esplorano tante sonorità diverse: c’è il pop artistico e ricercato di Sbalzi d’umore, la ballata triste al pianoforte che è Cherosene, il basso un po’ funky dell’estiva Nuvole, il pop rock veloce e scanzonato di Orsa Maggiore, l’urban in salsa EDM di Niente di che. Annoiarsi è praticamente impossibile, e non solo perché le canzoni sono solo sei. Aigì scrive bene, sa apparire “colto” anche quando fa puro pop, ma è in grado di suonare orecchiabile e alla portata di tutte le orecchie. E poi in Cherosene parla di TikTok invece di storie Instagram come fanno al contrario molti suoi “colleghi” ancora nel 2024, dimostrando quindi di essere al passo coi tempi.


Edgar Allan Pop – Essere felici come nei libri di inglese

(self-released)

La follia di Edgar Allan Pop torna in pompa magna per abbattersi sui libri di scuola, e pensare che dovevamo imparare da loro… l’artista romagnolo, come insegna la sua cultura di provenienza, è maturato prendendo schiaffi dalla vita, ma ritornandoli anche. Oggi Edgar sembra un artista pronto a fare il salto di qualità, ma non siamo nessuno per negargli l’ultima pazzia: Essere felici come nei libri di inglese è un EP strampalato e veritiero. Al centro viene messa la condivisione, infatti ogni brano è accompagnato da un feat. che lo rende unico nel suo genere. Sempre Su è una focus track (anche se ognuno dei cinque brani potrebbe esserlo) che si divide in tre momenti: un’intro calma, un corpus centrale improvvisato e un finale strappalacrime che ci ricorda perché Edgar faccia l’artista. Anche se dalle sue parti sicuramente non piace che venga chiamato così, il nuovo EP di Edgar Allan Pop è un prodotto denso e pregevole all’ascolto, e anche se non ti piace il punk, o ciò che ne deriva, ti assicuro che almeno un brano della tracklist sarà in grado di sorprenderti.


Niglio – Penombra

(Pluma Dischi/Irma Records)

È possibile unire la musica elettronica alla cultura artigianale (e artistica) lucana? I Niglio, Pierdomenico e Damiano, fratelli di sangue e di musica, dicono di sì. Nel disco d’esordio intitolato Penombra, il duo di Matera unisce la storia dell’elettronica internazionale dei vari Burial, Moderat e Bon Iver al cucù, un fischietto in terracotta fatto a mano della tradizione lucana. Lo strumento, simile a un’ocarina nel suono e nell’aspetto, è protagonista in due brani del disco: 75100 e Penombra, brano che dà il nome all’album. Il suono decisamente analogico del cucù si scontra con la tecnologia che ha fatto decollare l’industria musicale (e che oggi la fa da padrona), creando una frattura entro la quale raccontare tutte le contraddizioni che, tra Matera e Roma, gli artisti hanno vissuto. Le intuizioni per quanto concerne i testi spesso derivano da conversazioni comuni al bar sotto casa o con gli amici di una vita. I Niglio, tuttavia, non si perdono in giochi di parole, ma li analizzano evitando inutili fronzoli per arrivare dritti all’ascoltatore con testi graffianti e a tratti provocatori. Un ascolto che si predispone per essere goduto in Penombra, in quel lasso di tempo in cui si distingue a fatica cosa sia vero e cosa sia falso.


L’Orchestrina di Molto Agevole – A noi piace il liscio!

(self-released)

Il liscio ritorna in pompa magna grazie all’Orchestrina di Molto Agevole, un fiore all’occhiello italiano che con l’uscita dell’album A noi piace il liscio! mette in piedi una vera e propria operazione culturale. Parte così la storia di un gruppo di musicisti provenienti dagli ambiti più disparati della musica che si riunisce per amore di un genere esclusivamente italiano che rischiava di estinguersi. Benedetti da Casadei Sonora Edizioni, l’orchestrina si erge fieramente in difesa di un liscio scevro da rivisitazioni e influenze sperimentali, per rimettere al centro la storia del nostro paese e le piste da ballo tradizionali, dove musica e danza intessono un segmento del DNA italiano. 10 brani, ognuno dei quali riportante il nome dei figli dei membri dell’orchestra, così da tramandare la tradizione come di genitore in figlio. Accanto a questi nomi viene associato un genere del liscio, andando a comporre un mosaico culturale mai visto prima. Un disco insolito per il mercato musicale odierno, ma che sentiamo di consigliare perché sono ormai rare le occasioni in cui la musica viene effettivamente sfruttata come strumento per una rivendicazione culturale.


Matti Ratti – Tutto calcolato

(self-released)

Terzo disco per Matti Ratti, che in Tutto calcolato mette in fila tredici brani per tre quarti d’ora di intrattenimento musicale. Il rapper biellese ha scritto “un concept album che sottolinea il mio continuo bisogno di tenere tutto della mia vita sotto controllo o perlomeno come vorrei che fosse, descrivendo quindi brano per brano il come io riesca o non riesca a calcolare tutto ciò che accade”. Il sound prevalente si avvicina a un rap old school, con beat semplici, diretti e genuini che mettono al centro i testi senza barocchismi o distrazioni. Ci sono comunque alcune divagazioni sul tema: King per una sera e Tutto calcolato mettono in mostra infatti anche sonorità più vicine al rock con chitarre in primo piano, e offrono una sana alternativa in un disco che per il resto è piuttosto omogeneo a livello di sound, il che può essere sia un aspetto positivo che un potenziale punto a sfavore (anche alla luce della durata dell’album).


Kinozoe – Astro

(self-released)

Un disco che lascia veramente perplessi Astro di Kinozoe. Il cantante dei TXDSMOOK esordisce da solista con queste nove tracce che si muovono fra pop elettronico e rock alternativo, ma non capiamo fino a che punto il disco sia una parodia e fino a che punto sia invece serio. I brani vedono un cantato che fa rimanere sgomenti: a tratti sembra un incrocio tra Spitty Cash, Truce Baldazzi e Lil Angel$, a tratti sembra una persona che biascica delle parole stonate. Sorvoliamo sui testi nonsense e spesso incomprensibili, ma non possiamo sorvolare sulla qualità della produzione, perché gli strumenti suonano slegati, eccessivamente secchi e registrati in modo artigianale -non in senso positivo. Non sappiamo cosa stesse cercando di fare Kinozoe con questo disco, ma ci sembra evidente che c’è parecchio da sistemare.


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