Gli album del mese: Maggie Lindemann, Games We Play, Mannequin Pussy & more

Maggie Lindemann Headsplit copertina

Maggie Lindemann – Headsplit

(Swixxzaudio, 8 marzo 2024)

A un annetto e mezzo dal suo bel disco Suckerpunch, torna Maggie Lindemann con un mini-album / maxi-EP di otto pezzi intitolato Headsplit, sempre per la sua personale casa discografica Swixxzaudio. L’ex popstar adolescente passata al lato oscuro (del metal orecchiabile) conferma le proprie ambizioni da wannabe Evanescence, proponendo svariati brani che potrebbero collocarsi nell’ambito del metal alternativo, con chitarre potenti ma ritornelli molto orecchiabili e un cantato acuto. Non ci sono a questo giro brani vicini al pop punk stile Machine Gun Kelly come invece accadeva in Suckerpunch; in compenso abbondano le collaborazioni con rapper che urlano, come Siiickbrain o Josiah. In alcuni di questi brani le chitarre spariscono, lasciando spazio all’elettronica sperimentale: è in questi passaggi che il disco convince di meno, ma per fortuna la parte del leone la fanno i pezzi metal molto più catchy come Die For (per noi la traccia migliore), One Last Time o 24.


Games We Play – Life’s Going Great

(Fueled by Ramen, 1° marzo 2024)

Album d’esordio per Games We Play, progetto solista di Emmyn Calleiro che avevamo conosciuto nel 2022 con l’EP Get a Job. Quello che avevamo definito come “pop punk alla Fueled by Ramen” – ovvero radiofonico e sconfinante nel pop rock – a tratti prosegue anche in Life’s Going Great (The End, Oh So Blue, Petty Enemy), ma se da un lato a farla da padrone sono i momenti più propriamente pop rock, lasciando davvero poco o nulla di punk, la buona notizia è che questi vengono portati avanti in una maniera piacevolmente meno plasticosa rispetto allo scorso EP (si vedano Typical Me, Naked e la title track che potrebbero essere buone canzoni dei Busted o dei 5 Seconds of Summer). Certo ci sono ancora eccezioni di segno contrario come Pretty Boy e All My Untalented Friends (Ooo La La), ma si registrano anche momenti di scarto più intimi e seriosi (Girl Shaped Crater, too young., Round & Round). Le tematiche raccontate sono sempre un po’ le stesse: il diventare adulti, le bollette da pagare, vari trasferimenti e un sacco di romanticismo. In mezzo al disco troviamo anche un interludio in cui il buon Emmyn telefona a Pete Wentz (d’altronde ha aperto il recente tour dei Fall Out Boy) prima di lanciarsi in un assolo di batteria. Insomma, con quel pizzico di maturità in più rispetto agli scorsi lavori Life’s Going Great dimostra che Games We Play ha le carte in regola per farsi strada nella scena e arrivare al grande pubblico. [Simone De Lorenzi]


Mannequin Pussy – I Got Heaven

(Epitaph Records, 1 marzo 2024)

I Mannequin Pussy navigano nei mari delle “band potenzialmente interessanti” ormai da qualche anno, anche se finora non avevano ancora tirato fuori il disco per realizzare questo potenziale e fare il vero salto di qualità. Ci provano con il loro quarto album, questo I Got Heaven che è un serio contendente per il titolo di copertina più brutta dell’anno. La band decide di mostrare un lato più scorbutico e aggressivo che mai, con brani che sono direttamente delle sfuriate hardcore come Ok? Ok! Ok? Ok!, Of Her e Aching, ma allo stesso tempo smorza spesso e volentieri i ritmi proponendo dei calmi pezzi alternative rock / indie rock, molto melodici e tranquilli. Un disco a due facce insomma; a tratti i Mannequin Pussy sembrano un po’ le Momma ma col cantato urlato, a tratti imprimono delle accelerate esaltanti, a tratti l’album si prende delle pause francamente eccessive. Crediamo che la band abbia da un lato sì fatto il disco migliore e più convincente della propria carriera, ma che dall’altro ci sia ancora parecchio margine per costruire qualcosa di grande, perché questo a nostro modo di vedere non è nemmeno lontanamente definibile “un discone”. Forse trovare una via di mezzo fra i brani più urlati e spaccatutto e quelli soft e addormentanti sarebbe già risolvere una buona parte di questa questione.


Gouge Away – Deep Sage

(Deathwish Inc., 15 marzo 2024)

I Gouge Away si erano quasi sciolti: dal 2019 al 2023 non avevano suonato in nessun concerto, non avevano pubblicato musica, e non avevano nemmeno fatto alcun post sui social media giusto per dire “siamo vivi”, e infatti credevamo tutti che fossero morti. Nel 2023 la band ha un po’ a sorpresa annunciato che invece il gruppo era ancora attivo e funzionale, è partita per un tour in America, e ha spoilerato che c’era nuova musica in arrivo. Detto fatto, Deep Sage è il terzo disco del gruppo della Florida, fuori sempre per Deathwish Inc. La band che ritroviamo è un filino più calma di quella che avevamo lasciato pre-covid: ci sono canzoni più melodiche, che virano sull’emo revival da anni 2010 (vedi la traccia di chiusura Dallas, ma anche Idealized o Maybe Blue), un cantato più tranquillo e ritmi meno serrati, ma la band non ha del tutto dimenticato da dove viene, e allora ecco che dopo la metà del disco si scatena con una raffica di tre brani hardcore aggressivi e urlati come nel miglior passato: sono questi i pezzi più convincenti di Deep Sage, perché quando la band alza i giri del motore dimostra di avere pochi rivali. Vorremmo che una parte maggiore del disco seguisse questa traiettoria, certo, però dobbiamo anche riconoscere come pure le canzoni più tranquille siano orecchiabili e convincenti, e in fin dei conti ammettere che sia bello anche soltanto sapere che i Gouge Away sono vivi (e lottano con noi).


Glitterer – Rationale

(Anti-, 23 febbraio 2024)

Nati come progetto solista di Ned Russin dei Title Fight, i Glitterer sono poi diventati una band a tutti gli effetti. Rationale è già il loro quarto album, e mantiene la stessa caratteristica dei propri predecessori, ovvero la durata estremamente ridotta dei brani: quasi tutte le canzoni superano di poco il minuto, per un ascolto totale di appena 21 minuti su dodici tracce. Il genere è un ibrido fra il punk rock e l’indie con sporcature post-hardcore appena percettibili: un ascolto divertente e scorrevole sicuramente, ma i brani durano talmente poco che si fa quasi fatica a entrare in sintonia con ognuno di loro.


Remo Drive – Mercy

(Epitaph Records, 23 febbraio 2024)

I Remo Drive avevano fatto il meme pubblicando nel 2017 come disco d’esordio un album intitolato Greatest Hits, ma poi il meme sono diventati loro stessi perché alla luce degli album successivi, quel disco è risultato davvero essere un greatest hits. Purtroppo la traiettoria del gruppo non torna certo ad alzarsi con la nuova proposta, questo Mercy che sembra davvero un album fatto a casissimo: dieci canzoni easy-listening a cavallo fra influenze anni ’60, indie rock e musica country. Capire il perché di questa scelta sonora resta parecchio complicato, sia visto quello che avevano saputo fare (e anche bene) i Remo Drive in passato, sia per l’estrema semplicità di questi pezzi, che sconfinano nella banalità (si veda la batteria estremamente minimale che non fa altro che tenere il tempo per tutto il disco). Se volete sentire roba in stile anni ’60 ma che suona davvero bene, consigliamo di recuperare i The Lemon Twigs.


Voina – Kintsugi

(V4V Records, 23 febbraio 2024)

“Aggiustare un vaso con l’oro non lo rende più forte, non lo rende più utile” dicevano i Quercia non molto tempo fa. Ma i Voina se ne fregano e per il nuovo album prestano fede – come tanti altri – all’arte giapponese del kintsugi, la pratica di riparare gli oggetti rotti con l’oro, appunto, per ridargli nuovo valore. Quarto disco della loro carriera, Kintsugi approda in definitiva a risultati migliori di quanto i Voina erano riusciti a fare nel doppio EP Yoga di due anni fa. Nel complesso il disco sembra tenere molto più di quanto i singoli che lo hanno anticipato lasciavano intendere, regalando non poche sorprese (la delicatezza di Fortini, l’iconicità di Grattacieli). Per chi fosse a digiuno di questa band, ricordiamo che i Voina fanno un rock alternativo con striature emo che restano ancora accessibili, secondo la lezione di band come i Ministri e avvicinabile allo stile dei Cara Calma. [Simone De Lorenzi]


Colonne – Tutto a posto

(self-released, 29 febbraio 2024)

Di Colonne abbiamo parlato ampiamente negli ultimi mesi con i vari singoli che l’ex sittingthesummerout e Cold Hands, Warm Hearts ha pubblicato, ma ora finalmente abbiamo un primo disco effettivo che raccoglie i brani già editi più un paio di novità. L’EP lungo (sette canzoni) si chiama Tutto a posto, ed è il tentativo di unire l’emo/pop punk americano con l’indie italiano, per quanto sia il primo ad avere la prevalenze nelle sonorità delle tracce. L’effetto può sembrare strano, perché queste sono sonorità nate per essere cantate in inglese e che in italiano non siamo per nulla abituati a sentire, ma la scommessa di Colonne secondo noi è una scommessa che paga, e basta sentire i ritornelli di Parco Vetra o di Difficile o di Cicatrici per farsi convincere. Piccolo suggerimento finale per l’artista: quei synth che fanno capolino qua e là (vedi Cicatrici o Difficile) e che ci ricordano un po’ Coming Home dei New Found Glory ci fanno impazzire e ci piacerebbe sentirli più spesso nei brani.


I Libero Professionista – Cesar Martins

(self-released, 25 dicembre 2023)

Loro sono I Libero Professionista (“i” fa parte del nome della band, un po’ come Le Endrigo), vengono da Legnano e infatti in una canzone dicono “meglio storto che bustocco”, e hanno appena pubblicato il loro primo EP curiosamente intitolato Cesar Martins, che a quanto dice la band è il nome di un loro amico. I pezzi sono appena quattro ma convincono molto -oddio, la canzone Cesar Martins convince un po’ meno, ma le diamo un lasciapassare perché è una specie di joke song in cui il testo è una raccolta di battute interne alla cerchia di amici del gruppo. Gli altri tre pezzi vedono un rock alternativo contaminato di post-hardcore, a tratti veloce e intenso, a tratti piuttosto melodico, dove i temi sono spesso vicini all’ansia, alla rabbia e ai turbamenti interiori. Siamo gli stessi si porta a casa il premio come ritornello più accattivante; Sei qui forse quello per il brano complessivamente più riuscito. Quattro tracce sono probabilmente poche per esprimere un giudizio su una band, ma quello che possiamo dire è che Cesar Martins presenta una band che lascia intravvedere un potenziale di tutto rispetto.


Light Lead – There

(self-released, 23 febbraio 2024)

Il trittico di singoli pubblicati dai Light Lead nel corso del 2024 sfocia in un EP, questo There, che vede anche l’aggiunta di un inedito (City of No Motion). Il duo ha un modo piuttosto particolare di fare musica: le sue canzoni sono estremamente cadenzate, guidate principalmente dal basso e dal cantato ipnotico e in parte rilassante di MIO. Ci sono tracce di new wave, specialmente nel primo pezzo The Fight e nel basso di Running; c’è del dream pop, sempre in The Fight; ma le canzoni perlopiù svolgono un filo tutto proprio, dove le atmosfere sono oscure, le melodie mai catchy e l’arrangiamento minimale. Non sappiamo a chi possano piacere i Light Lead: probabilmente poco agli italiani e più alle orecchie internazionali maggiormente attente a queste sonorità.


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