Gli album di marzo 2025: Japanese Breakfast, Lucy Dacus, A Day to Remember & more

Japanese Breakfast

 

Japanese Breakfast – For Melancholy Brunettes (& Sad Women)

Dopo i fasti di Jubilee, nominato per due Grammy (e risalente ormai a quattro anni fa!), Japanese Breakfast decide di fare un bel passo di lato e per il suo nuovo album smorza completamente i toni. Addio alla produzione grandiosa e alle melodie pop del precedente disco, ed ecco che ci troviamo di fronte a un disco intimo e raccolto, quasi una collezione di tranquille ballad più che un disco nuovo vero e proprio. Un po’ come se dopo aver vissuto sulle montagne russe per qualche anno, Michelle Zauner avesse voluto riportare la calma nella propria carriera musicale.

Lucy Dacus – Forever Is a Feeling

Dopo la sbornia Boygenius, è Lucy Dacus la prima a pubblicare nuova musica con il proprio progetto solista (anche se a breve uscirà pure il disco country di Julien Baker insieme a Torres). L’artista ha fatto il salto non solo in termini di fama ma anche di etichetta, passando dall’indipendente -seppur grossina- Matador Records alla major Geffen. Il cambio è evidente nella campagna promozionale per il disco, con video importanti, grafiche di qualità e ospiti di peso (Hozier in un feat. sull’album, Cara Delevingne nel video di Best Guess…). Un po’ meno nella musica in sé, nel senso che Forever Is a Feeling è un disco pienamente fedele al sound di Lucy, con brani indie pop/indie rock tranquilli e rassicuranti, forse solo leggermente più pop che in passato ma pur sempre di alta qualità. Per gli amanti del gossip, si tratta sostanzialmente del disco d’amore che Lucy ha scritto per Julien Baker (la quale fa capolino nella traccia Most Wanted Man se aguzzate le orecchie).

A Day to Remember – Big Ole Album vol. 1

Quattro anni dopo l’ultimo disco You’re Welcome, e forse anche alla luce del riscontro non positivissimo che quell’album aveva avuto (per quanto Jeremy McKinnon e compagni tengano a sottolineare che non si curino del feedback altrui già a partire della seconda traccia del nuovo lavoro), gli A Day to Remember tornano con un disco che vede un deciso ritorno al sound classico della band. Big Ole Album vol. 1 alterna infatti momenti più heavy e ricchi di scream e breakdown tipici del lato metalcore della band, e altri momenti decisamente più leggeri e accattivanti come nello stile dei brani pop punk/easycore del gruppo. Una sorta di What Separates Me from You aggiornato al 2025 insomma.

Ricordiamo che gli A Day to Remember saranno in Italia il 2 giugno 2025 come headliner della seconda edizione dello Slam Dunk Italy al Carroponte di Sesto San Giovanni (MI), in compagnia di New Found Glory, Neck Deep, The Used e tante altre band fighissime della scena alternative (info e biglietti).

Coheed and Cambria – The Father of Make Believe

Non sembra esaurirsi mai la vena creativa di Claudio Sanchez e dei suoi Coheed and Cambria, che giungono non solo all’undicesimo disco della loro carriera (di cui ricorre proprio quest’anno il trentennale) ma anche al nuovo capitolo della saga di fumetti Amory Wars, su cui tutti gli album del gruppo sono basati a eccezione di The Color Before the Sun del 2015. Il sound non si discosta particolarmente da quello cui la band newyorkese ci ha abituato: un rock alternativo grandioso, cinematico, spesso con voli da colonna sonora, ma anche capace di momenti più raccolti. A questo giro i Coheed decidono anche di lasciare occasionalmente più sfogo a chitarre e scream, liberandosi in momenti che sanno molto di punk e hardcore (in primis su Blind Side Sonny).

Chloe Moriondo – Oyster

Se Blood Bunny (2021) era stato l’album d’amore per Samantha e Suckerpunch (2022) un album pop mainstream da dimenticare al più presto, il nuovo disco di Chloe Moriondo, Oyster, è purtroppo il breakup album dopo la fine della relazione con Samantha (che, pare, era nel frattempo diventata una throuple). I toni sono quindi più sommessi: Oyster è un disco pop rock intriso di elettronica (e con fin troppo autotune), ma a prevalere sono brani lenti e riflessivi, che inevitabilmente meditano sulla fine del rapporto. Un paio di brani molto accattivanti, un altro paio che ricordano un filo troppo da vicino Suckerpunch, ma di base questo è un disco per i momenti di sconforto.

Underoath – The Place After This One

Gli Underoath avevano ricevuto la propria bella dose di critiche dopo gli ultimi album Erase Me (2018) e Voyeurist (2022), principalmente per il sound troppo elettronico e poco heavy (e quindi eccessivamente commerciale, secondo i fan) che i dischi mettevano in mostra -side note: a noi erano piaciuti. Il nuovo album tenta di correggere questo problema… ma solo fino a un certo punto. The Place After This One presenta infatti da un lato alcune canzoni pesantissime, quasi tutte urlate, che rimandano agli ultimi dischi degli Underoath prima dello scioglimento, ma dall’altro lato si diverte a sperimentare con l’elettronica ancor più che negli ultimi dischi, con alcuni brani che potrebbero a malapena essere fatti rientrare nella definizione di “rock”.

Bambara – Birthmarks

I Bambara fanno post-punk da tempi non sospetti (la band è stata fondata nel 2007), anche se finora non hanno avuto lo stesso successo travolgente di gruppi come Idles e Fontaines D.C.; forse uno dei rari casi in cui essere americani non favorisce la carriera. Birthmarks è il loro quinto album e arriva a ben cinque anni dall’ultimo lavoro, Stray. Siccome ci piace quando le band si prendono il proprio tempo per scrivere della musica, il nuovo disco lo accogliamo già con favore in partenza, e l’ascolto in effetti non lascia insoddisfatti. Il gruppo di Athens, GA presenta un sound post-punk in parte evoluto -come quello di quasi tutte le band di questo genere, che negli ultimi anni hanno perlopiù abbandonato il post-punk vero e proprio in favore di un art rock sperimentale; allo stesso tempo però la band ci tiene a rimarcare l’attaccamento alle proprie origini, e abbiamo così alcuni brani che sembrano usciti dal periodo d’oro della rinascita di questo genere, confermando quindi i Bambara come -attualmente- la più post-punk delle band post-punk.

Greer – Big Smile

La carriera dei Greer si era prematuramente interrotta nel 2021 dopo aver pubblicato un paio di promettenti EP. La band californiana si è però rimessa in pista, e ora arriva al disco d’esordio, questo Big Smile che già dal titolo promette di divertire l’ascoltatore con un rock alternativo molto distorto che pesca dal punk e dal garage. Ascoltandolo si ha un po’ la sensazione di trovarsi di fronte a una versione ammodernata (ma forse neanche troppo) del classico sound degli Weezer, al netto di un finale di disco molto balladoso e acusticheggiante.

Courting – Lust for Life, or: ‘How to Thread the Needle and Come Out the Other Side to Tell the Story’

Sono evidentemente un po’ burloni i Courting: fanno cominciare il loro disco con una traccia EDM che farebbe pensare a un disco elettronico, ma invece poi rivelano di aver fatto un disco rock. Sono infatti i tradizionali chitarre, batterie e bassi a prevalere nel sound di Lust for Life, or: ‘How to Thread the Needle and Come Out the Other Side to Tell the Story’, un album che -da buoni emo anni 2000- non possiamo non adorare fin dalla scelta di un titolo così lungo. Quello dei Courting è essenzialmente un sound riconducibile all’indie rock, ma che non disdegna di appesantire occasionalmente le sonorità e alzare i ritmi, prendendo probabilmente influenze inevitabili dall’ondata post-punk che ha invaso il Regno Unito dalla fine degli anni 2010, così come di rallentare e adottare spunti da rock all’americana (si veda la title track). I brani sono appena otto e uno di questo è un’intro, ma la brevità del disco permette a Lust for Life di essere “all killer no filler”, come dicevano i Sum.

Somebody’s Child – When Youth Fades Away

A due anni dal disco d’esordio self-titled, i Somebody’s Child tornano con questo When Youth Fades Away che già dal titolo descrive alla perfezione il contenuto sonoro e testuale delle canzoni. La band irlandese suona un po’ come i The Killers nel 2004, con quel sound indie rock dalle movenze grandiose ed epiche, ritornelli trascinanti e tanta energia appena appena nascosta dalla patina malinconica dei vocals e delle melodie (si parla, in fondo, della fine della post-adolescenza e dell’approccio ai fatidici trent’anni, no?).

The Bottom Line – Life Lately

I The Bottom Line hanno avuto una sola sfortuna nella vita, ovvero quella di aver fatto irruzione sulla scena pop punk nel momento in cui questa stava già decadendo, verso la fine degli anni 2010, e non hanno quindi goduto dello stesso successo di band leggermente più precoci come Neck Deep, State Champs, As It Is. L’ultimo disco del gruppo inglese risaliva a ben sei anni fa (No Vacation), ma ora il gruppo ha finalmente un follow-up, ed è un album in pienissimo stile pop punk 2010s. Tanta energia, chitarre e produzione cariche, ritornelli iper catchy e atmosfere da crowdsurfing ai concerti. Resta solamente il dubbio sulla tempistica, vista la piega un po’ diversa che ha preso il genere negli ultimi anni.


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