Gli album del mese: Idles, Mayday Parade, Like Pacific & more

Idles Crawler

Idles – Crawler

(Partisan Records, 12 novembre 2021)

A poco più di un anno dall’ultimo album Mono, i capifila del movimento post-punk contemporaneo tornano con il nuovo lavoro Crawler, un album che ha il compito non solo di confermare il grande successo trovato dalla band in questi anni, ma anche di farle fare il “salto” in termini di pubblico, conquistando se non proprio il mainstream, quantomeno i principali canali rock e alternativi. L’intenzione sembra evidente già dai singoli usciti pre-release: meno “post-punk” e veloci, più riflessivi e artistici, forse anche più profondi. E del resto continuare a proporre gli stessi sound che la band ha percorso sin qui con successo poteva alla lunga far emergere un po’ di logorio o il rischio di scadere nel già sentito. Canzoni come MTT 420 RR, The Wheel, Car Crash e The Beachland Ballroom sono quindi brani in cui gli Idles escono dalla propria comfort zone, suonando una specie di “post-post-punk”. Sono peraltro praticamente tutte le prime tracce del disco, mentre procedendo lungo la tracklist vediamo la band tornare a sound più vicini a quanto udito in passato, vedi Meds, King Snake o Progress. Un po’ come se gli Idles avessero voluto mettere in primo piano la faccia con cui intendono presentarsi al mondo (o all’ascoltatore casuale) nel 2021, ma allo stesso tempo rassicurare i fan veri e propri della band -quelli che arrivano ad ascoltare fino alla traccia 8- che i “vecchi” Idles esistono ancora e non rinnegano le proprie radici.

Gli Idles faranno varie tappe in Italia nel 2022: il 3 marzo al Fabrique di Milano (info), il 15 luglio al Parklife Festival di Padova (info), il 16 luglio allo Strange Days di Roma (info) e il 17 luglio al Cinzella Festival di Grottaglie (TA) (info).


Between You & Me – Armageddon

(Hopeless Records, 19 novembre 2021)

L’armata pop punk di Hopeless Records, fino a qualche anno fa numerosa e potente, negli ultimi due o tre anni ha fatto più o meno la fine di quella “Invencible” spagnola contro gli inglesi: decimata dalle allegations, dalle band sciolte o passate alla concorrenza e dalla nuova linea dell’etichetta che sembra volersi mettere alle spalle questo genere per concentrarsi su altri tipi di musica, come dimostrano gli artisti messi sotto contratto di recente. I Between You & Me sono fra i pochi gruppi pop punk rimasti in Hopeless, ma il motivo è probabilmente da ricercare nel contratto firmato alcuni anni fa, che verosimilmente prevedeva un accordo per più album, e non nell’effettiva volontà delle due parti di proseguire la collaborazione. È quanto viene da pensare vedendo la promozione quasi nulla che la casa discografica sta facendo al nuovo disco del gruppo australiano, e dalle lamentele pubbliche che la band ha condiviso nei confronti del trattamento riservatole da Hopeless. Una situazione da cui probabilmente non trae vantaggio nessuna delle due parti; sicuramente non la band, che si ritrova a dover spingere con le sole proprie forze il buon disco che ha in mano. Armageddon infatti, pur senza rivoluzionare il genere, è una delle migliori uscite pop punk dell’anno, forte di alcuni bei singoli come Supervillain, Change o Go to Hell (con la partecipazione di Mikaila Delgado degli amici e conterranei Yours Truly). È un pop punk leggero, molto pop, una sorta di incrocio fra i Neck Deep e gli Weezer, ma che mette allegria e voglia di ballare a un concerto, senza perdersi in melense ballad o pezzi filler. Ci auguriamo che non vada sprecato per problemi esterni alla band.


Dan Campbell – Other People’s Lives

(Loneliest Place on Earth, 19 novembre 2021)

Per come era stato presentato, il nuovo album di Dan Campbell inizialmente mi aveva fatto un pochino storcere il naso. Il frontman dei The Wonder Years, nonché mente e incarnazione di Aaron West & The Roaring Twenties (che dei due è il progetto più bello, anche se non si potrebbe dire), ha scritto negli scorsi anni una serie di canzoni su commissione per i fan che gliele hanno richieste sul suo shop personale; ora l’artista di Philadelphia ha deciso di pubblicare alcune di queste a proprio nome (da qui il titolo Other People’s Lives), ovviamente con il consenso delle persone che avevano inizialmente commissionato i brani. Insomma, pezzi nati per essere privati ma che ora vengono resi pubblici -magari con la speranza per Dan di ricavarci qualche soldo in più che con una famiglia in crescita non guasta mai. Nonostante questo “concept” non mi entusiasmi, l’ascolto del disco riesce a sciogliere il cuore indurito in partenza, perché non c’è niente da fare: Dan ha la capacità di farti piangere come pochi altri artisti (vedi The Kings of Halloween), pure se si tratta di canzoni scritte su persone che nemmeno conosce. I brani sono prevalentemente acustici, chitarra e voce e qualche strumento di accompagnamento sullo sfondo; concettualmente molto simile ai dischi di Aaron West, anche se qui manca ovviamente tutta la storyline di Aaron che è senza dubbio un grande valore aggiunto per i brani di quest’ultimo. Un disco che i fan di Dan potranno sicuramente apprezzare come l’ennesimo regalo su cui piangere, sorridere e provare una gran nostalgia di tutto quello che ci manca del passato.


Lorenzo Meloni – Neanderthal

(Brescia Est Records, 19 novembre 2021)

Bologna terra di fermenti culturali e rivoluzionari e terra di cantautori. Dal capoluogo emiliano viene Lorenzo Meloni, classe 1997 ma una voce calda e profonda come quella di un artista di lungo corso che alla messa in musica delle parole ha dedicato l’intera vita; una voce in cui non è difficile sentire più di qualche eco di De André. Lorenzo è alla prova del disco d’esordio come solista: questo Neanderthal che si compone di dieci tracce “dalle atmosfere notturne, basate molto sulla parola, al punto da essere accostate alla poesia recitata”. Un disco fortemente cantautoriale insomma, ma non -o meglio, non solo- quel cantautoriale che prende in mano una chitarra di accompagnamento e ci canta sopra i propri ricami poetico-esistenziali. L’artista gioca a incorporare tanti stili e approcci differenti lungo il corso della tracklist, aiutato anche dagli arrangiamenti “a sorpresa” del produttore e collaboratore Carlo Maria Toller, e così abbiamo pezzi che si avvicinano alla world music come Haiti (titolo evidentemente non casuale), ballate punk medievali come la frizzantissima Sig.ra Da Vinci (dove la madre del giovane Leonardo si vede ricondurre a casa il proprio figliolo pizzicato da un poliziotto a riesumare cadaveri per i propri studi anatomici), ballate noir alla Nick Cave e le sue murder ballads come Judy McGraw, pezzi similelettronici come Sole e brani pop rock e orecchiabili come Qui. Non si contano i riferimenti tanto musicali quanto artistici e cinematografici, da Wes Craven a Luis Buñuel, ma un disco cantautoriale con i testi banali e poveri di ispirazione del resto non avrebbe nemmeno senso. Lorenzo Meloni scrive come se facesse musica da mezzo secolo – in parte anche come se facesse musica di mezzo secolo fa, ma questa frase la intendiamo nel modo più positivo possibile: il suo cantautorato è ampiamente radicato nell’antica tradizione italiana, ma la voglia di sperimentare con sonorità e arrangiamenti fa anche sì che il suo disco non sappia di muffa ma suoni anzi vivace e capace di portare avanti la fiamma di un’arte che a ogni nuova generazione si può sempre temere si spenga.


Mayday Parade – What It Means to Fall Apart

(Rise Records, 19 novembre 2021)

I Mayday Parade fanno sette con il loro nuovo album What It Means to Fall Apart, e la discografia della band floridiense comincia a farsi insospettabilmente lunga. Giunto a tre anni e mezzo di distanza dal (bel) predecessore Sunnyland, il secondo disco per Rise Records contiene dodici brani tra emo, alternative rock e ballad strappalacrime (oddio, non che le non-ballad siano invece dei brani allegri), praticamente la solita vecchia e collaudata formula dei Mayday Parade, che dal 2007 non cambiano il proprio sound di una virgola. Del resto, l’unica volta che avevano provato a fare qualcosa di leggermente nuovo (su Black Lines del 2015) era andata decisamente male, per cui ben venga nel loro caso la sicurezza della comfort zone. Tutti i brani di What It Means to Fall Apart, a parte Heaven che è poco più di un intermezzo, sono dei potenziali singoli, e anche questo è un tratto distintivo dei Mayday Parade che tengono sempre molto alta l’asticella della qualità; a questo giro però nella tracklist sembrano esserci un po’ troppi pezzi lenti. Bellissima Think of You, heartbreaking Angels Die Too, molto retro One for the Rocks, singolone Bad at Love, etc. ma tutte quante insieme nel giro di quarantacinque minuti rischiano di risultare, alla lunga, un po’ pesanti all’ascolto. È a nostro parere un difetto dell’album, che comunque non toglie il fatto che Derek Sanders e compagni abbiano tirato fuori ancora una volta un disco solido ed efficace, che i fan adoreranno.

I Mayday Parade saranno in Italia il 12 giugno 2022 per celebrare il decennale del loro terzo album self-titled al Legend Club di Milano (info).


Same Side – In Place

(Pure Noise Records, 19 novembre 2021)

Kevin Geyer fa da parte di quella categoria di artisti che non riescono mai a stare fermi e inattivi per più di qualche tempo. Chitarrista dei The Story So Far e mente del gruppo Elder Brother, Kevin ha anche un side project solista sotto il nome di Same Side, ovviamente sotto Pure Noise Records, con cui ha pubblicato un primo EP self-titled nel 2020 seguito ora da questo mini-album di sette canzoni intitolato In Place. La prima -e direi anche principale- cosa che colpisce ascoltando il disco è quanto buona parte delle canzoni ci ricordino le atmosfere, i suoni e gli accordi degli ultimi due album dei Turnover; Density è anzi un brano dei Turnover più bello di tutti quelli che i Turnover stessi abbiano scritto negli ultimi cinque anni. Il mood prevalente è chill e rilassato, vagamente malinconico ma comunque quella sorta di nostalgia felice che non ci permette di crogiolarci nella nostra tristezza. In Place è anche l’EP in cui compaiono alcune delle chitarre più cristalline e soddisfacenti che abbiamo sentito quest’anno: vedere Long Enough per un rapido assaggio. Un disco che interesserà senza dubbio i fan degli altri progetti di Kevin, ma che potrà piacere soprattutto agli amanti dei Turnover e della musica da ascoltare al mattino per riprendere gradualmente il contatto con il mondo.


Il Geometra – Canzoni cristiane

(self-released, 26 novembre 2021)

Il covid-19 ha scombussolato la vita delle persone nel mondo intero, ma qui in Italia l’abbiamo vissuto probabilmente peggio che in tutti gli altri Paesi quantomeno dell’Europa, specialmente nella prima ondata del 2020, quella dei due mesi di lockdown, delle ambulanze, dei balconi, dello “state a casa”. Le conseguenze, anche psicologiche, le stiamo ancora pagando; il mondo della musica in particolare è stato fra i più colpiti per l’impossibilità di tenere qualsiasi attività dal vivo, e spesso anche in studio. Quei mesi terribili sono però anche serviti ad alcuni artisti per trovare il tempo, la concentrazione e lo stimolo per (ri)mettersi a scrivere. È quello che ha fatto Jacopo Magrini de Il Geometra, band umbra che all’epoca del primo disco Ultimi, sei anni or sono, stava raccogliendo attorno a sé un certo seguito nell’ambiente indie. Ritrovatosi confinato due mesi a Parma, dove era per motivi di lavoro quando è stato proclamato il lockdown generale, l’artista si è chiuso in casa, bevendo vini naturali e scrivendo quello che veniva fuori dalla sua anima mentre udiva le sirene delle ambulanze e i proclami terroristico-apocalittici dei media mainstream. Un momento che ha evidentemente tirato fuori dall’artista riflessioni sulla propria persona, sulle proprie radici cristiane che hanno influenzato buona parte della sua personalità e delle sue azioni, sul proprio rapporto con la vita, con la divinità e con il bene nei confronti dell’altro. Il risultato sono sette brani, raccolti sotto il nome Canzoni cristiane, che indagano sulle “radici del cristianesimo, i suoi valori, le sue irriducibili contraddizioni”, quasi sette preghiere intime e personali. Non si tratta di brani direttamente religiosi; semmai Dio vi aleggia come una presenza che c’è ma non si vede (che poi è proprio quello che fa il Creatore secondo i cristiani), con accenni o metafore, immagini quotidiane ma universali, gli accenti della voce che sembra cantare inginocchiata e con le mani giunte. Gli strumenti sono ridotti al lumicino: si sente solo una chitarra, il resto sono loop al computer e synth vari. Canzoni cristiane è un disco fatto non per essere necessariamente ascoltato; più come esigenza creativa ed espressiva, ma che proprio per questo merita quantomeno una considerazione attenta -a meno che non abbiate ancora addosso i traumi di quel periodo, che quest’album rischia a tratti di far riaffiorare con tutta la loro forza come dimostra già l’opening track Il suono dell’ambulanza.


Ufo Blu – Okok, se solo fosse notte

(Futura Dischi, 26 novembre 2021)

Debutto assoluto quello degli Ufo Blu, giovane band bergamasca scoperta da Futura Dischi che è una delle etichette più attente a captare i trend e i talenti emergenti nel nostro Paese. Okok, se solo fosse notte è il bellissimo titolo del loro EP d’esordio, che “vuole raccogliere in cinque brani il ventaglio degli stati d’animo che orbitano intorno alle notti dei vent’anni e all’amore giovane”. Musicalmente, gli Ufo Blu non si allontanano eccessivamente dall’itpop degli ultimi anni, arricchito di influssi R’n’B con qualche vaga eco urban, e le tendenze più recenti si percepiscono anche nella voce di Yuri Tirendi, impostata su quell’intonazione molto radiofonica fra l’itpop e la trap. Idealmente gli Ufo Blu ci fanno pensare al nuovo disco di Laila Al Habash (che abbiamo avuto modo di apprezzare nelle ultime settimane), non solo a livello musicale ma anche per il mood, i vocals e per i testi un po’ personali, un po’ leggeri e anche frivoli, con il disimpegno tipico dell’indie e del pop attuali in Italia. Okok sembra molto il prodotto del suo tempo: un disco immediato e accessibile, perfetto per tutte le playlist più cool del momento su Spotify, senza l’ambizione di restare scolpito negli anni ma con tutte le potenzialità per far sì che il gruppo si faccia notare nei mesi a venire fra giornalisti, addetti ai lavori e le prime cerchie del pubblico attento alle novità discografiche.


Like Pacific – Control My Sanity

(Pure Noise Records, 3 dicembre 2021)

Terza prova in studio sulla lunga distanza per i canadesi Like Pacific, visti l’ultima volta su In Spite of Me, ma che in realtà devono buona parte delle proprie fortune al disco d’esordio Distant Like You Asked, uscito nel 2016 quando il pop punk anni 2010 era nel suo momento d’oro. Su Control My Sanity, nonostante il tempo passato dal precedente album, la formula non sembra cambiare eccessivamente: canzoni veloci ed energiche, più sul versante punk che su quello pop, guidate dalla voce potente del frontman Jordan Black, indubbiamente una delle principali attrattive che i Like Pacific abbiano da offrire in questo genere. Il singolo di lancio Ketamine Jesus ne è esemplificativo, con una performance vocale oggettivamente sopra le righe e di grande spessore, che compensa il ritornello appena sufficiente -un po’ troppo sufficiente per quella che dovrebbe essere, ed è, la canzone migliore del disco. Il resto dell’album scivola via senza farsi notare, non brillando certo per originalità, inventiva o anche solo capacità di trovare la giusta dose di catchiness nelle melodie e nei riff; un problema che in ogni caso denotavano anche le precedenti uscite della band. La nota positiva è che il disco si chiude in meno di mezz’ora: i Like Pacific non convincono, ma hanno almeno il buonsenso di non tirarla per le lunghe.


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