Gli album di agosto 2025: Hot Mulligan, The Beths, Have Mercy & more

Hot Mulligan

 

Ecco la nostra panoramica sugli album internazionali usciti ad agosto! Questo mese parliamo di The Sound a Body Makes When It’s Still degli Hot Mulligan, ma anche dei dischi di The Beths, Have Mercy, The Summer Set, TWIABP, Pinkshift, Slow Crush e Humour (clicca sul nome dell’artista per andare direttamente alla relativa recensione).

 

Hot Mulligan – The Sound a Body Makes When It’s Still

Gli Hot Mulligan sono da almeno cinque anni la più amata delle band emo/pop punk della nuova generazione (fifth wave emo, qualcuno l’ha chiamata); con l’album You’ll Be Fine (2020) hanno fatto il deciso salto di qualità scrivendo quello che probabilmente finirà negli annali dei dischi emo più influenti. Da lì in poi il gruppo non si è certo crogiolato nel proprio successo: ha pubblicato un EP nel 2021, poi il nuovo disco nel 2023 e ora un altro album, il quarto, intitolato The Sound a Body Makes When It’s Still.

Il disco precedente era un buon progetto emo che non portava grandissime novità rispetto al sound con cui gli Hot Mulligan si sono fatti conoscere, e dal nuovo lavoro ci si poteva giustamente aspettare che il gruppo provasse a fare il deciso salto di qualità sotto ogni aspetto. Non è andata proprio così, o almeno non del tutto: gli Hot Mulligan su questo disco suonano esattamente come li abbiamo sempre conosciuti, e anche il meme dei titoli dei brani stralunati e senza senso è qui ripreso e anzi portato all’estremo (uno dei brani più belli e toccanti si chiama Monica Lewinskibidi, per dire). Anzi, se vogliamo c’è anche un elemento peggiorativo rispetto ad altri dischi, ovvero l’abnorme quantità di intermezzi o di brani di un minuto/un minuto e mezzo che interrompono costantemente il flow del disco (su sedici tracce totali, le canzoni vere e proprie ammontano a una decina).

Il che è un peccato, perché riascoltando The Sound a Body Makes When It’s Still ci si accorge presto che molte delle canzoni sono fra le migliori che la band abbia scritto, a partire dal singolo di lancio And a Big Load che è parecchio catchy, senza dimenticare l’epica collaborazione con i Free Throw su Island in the Sun (ispirata forse agli Weezer), dove le voci di Tades Sanville e di Cory Castro si fondono alla perfezione, anche grazie allo stile semi-urlato di entrambi. Se You’ll Be Fine resta forse ineguagliato e si candida seriamente a rimanere il grande testamento della band, gli Hot Mulligan hanno in realtà fatto il disco che per qualità si avvicina maggiormente al loro capolavoro; solo che l’hanno celato sotto a una spessa coltre di distrazioni.

 

The Beths – Straight Line Was a Lie

Straight Line Was a Lie è il quarto album dei neozelandesi The Beths, fuori per la storica etichetta Anti- con cui la band ha di recente firmato. Arriva a tre anni dal bellissimo Expert in a Dying Field, e assieme al cambio di casa discografica porta anche un leggero cambio di sonorità: Elizabeth Stokes e soci ci propongono un disco più leggero e intimo, che si sviluppa su un indie rock tranquillo perlopiù privo delle esuberanze quasi pop punk che caratterizzavano molti dei precedenti brani dei The Beths. Se ai primissimi ascolti questo può sembrare un peccato, vista la carica trascinante che portavano con sé le chitarre di brani come Knees Deep o Uptown Girl giusto per citarne un paio, ma in realtà le melodie, i testi, la voce di Elizabeth e la bella produzione fanno sì che tutti e dieci i brani del disco risultino perfetti proprio così come sono, consegnandosi una versione dei The Beths leggermente diversa ma molto fedele alle caratteristiche intrinseche del proprio sound e della propria musica.

 

Have Mercy – The Loneliest Place I’ve Ever Been

The Loneliest Place I’ve Ever Been è il sesto album degli Have Mercy e il secondo dopo la reunion del 2022. Già dai singoli che lo avevano anticipato avevamo capito che anche questa volta la band del Maryland non avrebbe cambiato la formula del proprio sound quasi di una virgola, e del resto in tutti e sei i dischi pubblicati Brian Swindle e compagni hanno proposto bene o male le stesse identiche sonorità, peraltro sempre con ottimi risultati. È il caso anche del nuovo disco, che vede gli Have Mercy mettere insieme le canoniche dieci canzoni con sonorità emo caratterizzate da ritornelli orecchiabili e spesso anche memorabili, chitarre che fanno salire parecchi feels e il cantato emotivamente intenso di Brian. Qua e là si notano piccoli accorgimenti, ad esempio i primi due pezzi sembrano pescare a piene mani dai classici album dei Jimmy Eat World, mentre In My Veins ricorda forse un po’ troppo da vicino Favourite dei Fontaines D.C., ma in generale abbiamo di fronte i soliti, cari, vecchi Have Mercy, e va benissimo così.

 

The Summer Set – Meet Me at the Record Store

Fa un po’ sorridere che, di tutte le band, siano proprio i The Summer Set ad aver intitolato un disco Meet Me at the Record Store. Il gruppo che agli inizi della carriera, verso la fine degli anni 2010, veniva accusato di fare musica di plastica e che i primi album li ha pubblicati con versioni speciali dedicate a iTunes e a Walmart. Ma di tempo ne è passato parecchio e ormai i membri della band si possono considerare dei “veterani della scena”, e così ecco che ci danno appuntamento al negozio di dischi, “come si faceva ai miei tempi”, per dare un ascolto al loro nuovo lavoro. Il lavoro è, appunto, nuovo, ma le sonorità sono quelle classiche e confortevoli che tutti i fan del gruppo hanno ormai imparato a conoscere. Certo, la parte più synthpop del sound della band è stata qui smorzata in favore di un disco maggiormente suonato, in cui i The Summer Set si concedono anche qualche piccola puntata nel funk (Gloria), o slanci alla The Maine / 1975 (Hit and Run), e forse una ballad lenta di troppo, ma la base dell’album è il sound divertente e apparentemente spensierato che la band fa alla grande, con ritornelli che funzionano molto bene nella maggior parte dei casi.

 

The World Is a Beautiful Place & I Am No Longer Afraid to Die – Dreams of Being Dust

Per qualche ragione insondabile, i The World Is a Beautiful Place & I Am No Longer Afraid to Die hanno deciso di fare un disco hardcore / metal. Certo, la band non ha mai seguito una traiettoria lineare tra un’uscita e l’altra, passando dall’emo revival del disco d’esordio Whenever, If Ever (2013, un classico del genere) a un rock sperimentale molto influenzato dall’indie su Harmlessness (2015), per poi abbracciare il post-rock in Always Foreign (2017) e il progressive rock in Illusory Walls (2022). Potevamo aspettarci quindi un nuovo cambio di sound, ma queste sonorità heavy, con scream, breakdown e chitarre estremamente distorte, lasciano comunque spiazzati, e forse anche un po’ di nostalgia per i tempi passati e una band che non c’entra più nulla con quello che era dieci anni fa.

 

Pinkshift – Earthkeeper

Secondo album per i Pinkshift, che nell’ultimo quinquennio sono stati considerati fra le band più promettenti della nuova leva pop punk. Il gruppo di Baltimore però su Earthkeeper decide di imprimere una svolta per certi versi sorprendente al proprio sound. Abbiamo già avuto modo di notare come negli anni recenti molte band rock abbiano appesantito il proprio sound inserendo elementi hardcore e metal, a differenza di quanto avveniva in passato quando i gruppi alternativi diventavano via via sempre più pop e leggerini per provare a finire in radio o piacere a una platea più ampia di ascoltatori. I Pinkshift sono l’ultima band ad aggiungersi a questa tendenza che ci piace parecchio: il nuovo disco infatti è un album dal sound emo e post-hardcore intenso ed energico, che nei primi brani della tracklist sconfina direttamente nel metalcore con scream e breakdown. Se le tracce successive addolciscono un po’ la pillola inserendo ritornelli più orecchiabili e chitarre più melodiche (Reflection, traccia 10, è in particolare il singolone più riuscito del disco a nostro modo di vedere), la carica di Earthkeeper resta sempre inalterata, piazzando l’album come una delle grandi sorprese dell’anno.

 

Slow Crush – Thirst

Gli Slow Crush sono probabilmente la band shoegaze europea più in vista del momento, tanto da attirare l’attenzione dell’etichetta americana Pure Noise Records che li ha messi sotto la propria ala nel 2024. Thirst è il loro terzo album, che arriva a quattro anni di distanza dal predecessore Hush e in un momento particolarmente favorevole visto il revival che lo shoegaze sta vivendo presso la generazione Z su TikTok e non solo. Come molte delle band più recenti di questo genere, gli Slow Crush non propongono la formula classica dello shoegaze (anche perché insomma, son passati quarant’anni ormai) ma una riedizione rielaborata in maniera propria; nel caso della band belga, una versione molto più pesante (“heavy shoegaze”, lo chiamano alcuni), sicuramente influenzata anche dal metal e magari pure dal sound dei Deftones, altra band risorta grazie a TikTok negli ultimi anni. Le caratteristiche di base gaze ci sono tutte però, dai vocals eterei e camuffati all’interno del mix (a volte con testi quasi indecifrabili), all’effetto aspirapolvere acceso di basso e chitarre, all’introspezione riflessiva del mood e delle atmosfere. Il risultato è che Thirst è un disco che suona potente, superando con l’energia sprigionata anche una delle classiche critiche rivolte allo shoegaze e cioè quella di essere musica un po’ monotona; c’è tutto per far fare lo step ulteriore alla band belga.

 

Humour – Learning Greek

Dopo gli EP del 2022 e del 2023, gli Humour arrivano al passo del disco d’esordio sulla lunga distanza, intitolato Learning Greek (il cantante Andreas Christoloudis ha origini greche, come dice il cognome). Quello di “imparare il greco” è un concetto da prendere non solo in maniera letterale -Christoloudis ha iniziato a seguire corsi per apprendere la lingua mentre scriveva il disco- ma anche più ampia come riscoperta delle proprie origini, di ciò che era importante per una persona durante l’infanzia e la crescita, e anche un modo per riavvicinarsi al padre e al nonno attraverso l’arte, la cultura e tutto quello che c’è dietro alla padronanza di un altro idioma. Musicalmente invece Learning Greek non pesca tanto dall’Attica o dal Peloponneso, semmai è un disco con le radici saldamente piantate sulla Gran Bretagna, di cui assorbe tutte le influenze indie rock e post-punk di cui inglesi, gallesi e scozzesi sono stati maestri negli ultimi venticinque anni. Come sound è un album gradevole e anche capace di sferzate di energia ben bilanciate da momenti più raccolti, ma la vera forza degli Humour sta secondo noi nella performance vocale di Christoloudis, che alterna cantato (normale), urlato (yelling), stonato (ad arte) e urlato stonato, restituendo un’immagine viscerale e grezza che infonde il vero spirito vitale in questo Learning Greek.


Potete leggere tutte le nostre recensioni a questa pagina.

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