Come ho conosciuto la musica alternativa

Perché il mainstream può essere un punto d’accesso all’underground
Se è vero che l’alternative, come la girlhood, is a spectrum, è anche vero che nessuno nasce alternativo. Nell’ascolto della musica la società ci condiziona fin da piccoli, e sta alle nostre versioni più avanzate (spesso adolescenziali) decidere se e quanto staccarci da quello standard. In questo articolo andremo a esplorare i gradi di separazione che portano dal fischiettare Max Pezzali e Katy Perry all’urlare “DISRESPECT YOUR SURROUNDINGS” o salmodiare “Contro lo Stato ed il capitale voglio un mitra per Natale”. Per dimostrare che anche il mainstream può essere un punto d’accesso al mondo alternative e da qui farci arrivare all’underground.
Duemiladodici: l’estate del libero arbitrio
Estate 2012. Il mio viaggio nei meandri della musica alternativa nasce all’oratorio estivo, dove le casse sparavano Summer Paradise, che per diversi mesi elevai a mia canzone preferita. Avevo tredici anni, fino ad allora andavo avanti a hit (inter)nazionalpopolari veicolate da DiscoRadio. Su stimolo di questo e altri tormentoni – Payphone e Hall of Fame – mi scoprii a indagare autonomamente per la prima volta la discografia di band come Simple Plan, Maroon 5, The Script, Daughtry, ricorrendo alla magia di youtube-mp3converter.com. Overexposed di Adam Levine e soci è stato il primo album completo che decisi di scaricare su uTorrent. Avevo scoperto il libero arbitrio.
Mi presi una cotta per i Simple Plan. Esplorai tutta la loro produzione, innamorandomene. Ma ancora non sapevo cosa fosse il pop punk. Un giorno su YouTube trovai una canzone dei Simple Plan intitolata Time Bomb. Cliccai, ma quelli nel videoclip non erano i Simple Plan. Fu così che conobbi gli All Time Low. (Chi caricò il video, probabilmente, si lasciò confondere dal fatto che il brano era effettivamente stato scritto da Pierre Bouvier e compagni, salvo poi essere ceduto agli ATL). Era iniziato il liceo e il terreno era fertile perché il pop punk attecchisse.
Duemilaquattordici: Going Away to High School
Il passo successivo venne da Last.fm, che tra gli artisti consigliati mi propose due band molto diverse, ma in qualche modo correlate (non solo perché entrambe venivano dalla Florida): Mayday Parade e A Day to Remember. Con la band di Tallahassee scoprii l’emo – emo pop: real emo only consists of ecc. ecc. –, con quella di Ocala il metalcore. Mentre ancora mi scrollavo di dosso gli ultimi strascichi di plasticume sonoro, ero entrato a pieno diritto nel mondo della musica rock alternativa.
Il seguito fu la cosa più naturale del mondo: risalire gli artisti della scena fino ai padri fondatori: i blink-182. Ed è stato fondamentale vivere il trio di Poway alle superiori, esattamente come fecero i loro primi fan. Da lì a briglia sciolta con Sum 41, Good Charlotte, Yellowcard, New Found Glory, Boys Like Girls, The Starting Line…
Un passo indietro per collegare i puntini
Ma gli A Day to Remember li avevo già sentiti. Nello specifico conoscevo It’s Complicated, in una versione edulcorata del breakdown, perché era presente tra le canzoni pre-caricate in uno degli walkman della Sony che mi avevano regalato. (C’era anche, pezzone sottovalutato, Harder Than Mine dei Freshman 15). Allora ero spaventato da quel rumore che etichettai – concretamente: taggai il file mp3 – come “Hard Rock”. Eppure ne rimasi folgorato.
La cartella “2012-2013” in cui stipavo i miei file mp3. Le uniche due canzoni con la copertina sono quelle non pezzotte.
E ancora prima, alle elementari, mio zio aveva provveduto a popolare il lettore mp3 con alcune uscite che stimava gradevoli per iggiovani di quegli anni: ci trovai American Idiot e 21st Century Breakdown dei Green Day e Tutto è possibile e Adrenalina 2 dei Finley. Pop punk mainstream, certo, ma oro rispetto a Pitbull e Laura Pausini.
Hanno influito in qualche modo, questi primi stimoli, sul mio futuro pedigree musicale? Sarei rimasto confinato alla spazzatura convenzionale, se non li avessi avuti? Ovviamente questi assaggi di musica alternativa non preclusero l’accesso ai tormentoni estivi e alle hit radiofoniche degli anni successivi. Ma più tardi, quando entrai nel mondo del ruock, mi ricordai di loro e inizai a collegare i puntini.
Duemilaquindici e a seguire: non sapevo fosse un revival
Ancora acerbo a etichette di genere e teorizzazioni critiche, scoprii sì il pop punk, ma lo presi come venne, senza discriminare tra vecchia e nuova scena, impostazione classica o revival. Nel 2015, con Life’s Not Out to Get You, toccò ai Neck Deep farmi entrare per davvero nella scena e spingermi ai live: il primo biglietto che ho comprato fu proprio per lo show dei gallesi al Legend Club nell’aprile 2016 (costava 17 euro). Anche se il mio primo concerto effettivo fu quello dei Simple Plan all’Alcatraz il mese prima.
Era il tempo del revival pop punk e io me lo beccai in pieno, senza saperlo. State Champs, ROAM, As It Is, WSTR, Real Friends, The Story So Far, Knuckle Puck, Grayscale, Broadside, With Confidence, Between You & Me, Seaway, Sleep on It; band validissime, alcune delle quali ho avuto il piacere di vedere dal vivo. Continuai a scavare e conobbi l’emo di Moose Blood e Transit, il metalcore di I Prevail e SECRETS, l’easycore (Chunk! No, Captain Chunk!, Four Year Strong) e l’alternative rock in genere (The Dangerous Summer, The Maine).
Mi affezionai ai cataloghi di etichette come Hopeless, Fearless, Pure Noise, Rude, mi misi a seguire riviste specializzate – Alternative Press, Rock Sound, Kerrang! –, cominciai a collezionare CD e cercare merch, a riconoscere le persone che gravitavano attorno alla scena. Ma soprattutto, iniziai a capire i meccanismi del mercato discografico.
Duemilaventi: crisi, rinascita e percorsi paralleli
Dal 2018 in poi cominciava il declino del pop punk, che sarebbe stato colmato solamente nel 2020 con la coppia MGK-Barker. Nel frattempo dovevo correre ai ripari e un ottimo rifugio lo trovai, inaspettatamente, nel Belpaese. Mentre in superficie imperversava la trap, le scosse rock cominciate anni addietro non cessavano di produrre movimenti tellurici nell’underground italico.
Da icone come Tre Allegri Ragazzi Morti e Ministri, fino alle nuove leve (Elephant Brain, Stegosauro…), ho fatto la conoscenza dell’indie e alternative rock italiano, del punk più e meno impegnato, del “vero emo” in salsa Midwest, screamo, math. Ho scoperto una miriade di realtà: locali, collettivi, booking, label. Persone che avevano a cuore la musica.
Spoiler: non era solo una fase
Ma per davvero non lo è. Io capisco che molti hanno vissuto l’alternative mainstream (felice paradosso?) in maniera transitoria, come parte di una formazione adolescenziale che elevava In the End e Diventerai una star a inni generazionali: la maggior parte di loro adesso scansa o ignora questa musica, o al massimo la contempla in maniera nostalgica. Mom, it was never a phase, it’s a lifestyle: per qualcuno lo è davvero, ma questo lo capisci solo andando ai concerti, non facendo partire il Pop Punk Mix su Spotify.
È chiaro che una preferenza musicale non ne esclude altre, non sono compartimenti stagni. Ascoltare questo tipo di musica non ti ostacola dal seguire Sanremo, ma nemmeno ti regala il patentino di purista dell’underground. Non si tratta di separare tra poser e real, ma di riconoscersi parte attiva nella propria fruizione culturale, di fare scelte consapevoli e non lasciarsi passivizzare dal sistema.
Inoltre: la mia esperienza concertistica può prevedere un concerto nel centro sociale una sera e ai Magazzini Generali il giorno dopo, l’Emo Night il venerdì e un benefit per la Palestina il sabato. È un argomento spinoso, che vede gli integralisti scagliarsi contro eventi dalla vocazione più commerciale, una questione anche di militanza che sarebbe riduttivo affrontare su queste colonne. Per il momento mi pare fondamentale rilevare come andare ai live sia utile, quantomeno, a uscire dalla stagnazione culturale dell’italiano medio. E io l’ho capito grazie a dei tizi che cantavano quanto era bello scopare in spiaggia.
