è iniziata la “summerleague” dei greatwaterpressure

 

greatwaterpressure è un collettivo milanese che pur non identificandosi in una specifica corrente musicale, si ispira apertamente alle sonorità tipiche della disco/funk music degli anni 70/80 e che sono riproposte in chiave elettronica.
Dopo l’esordio con “passo zero” ed un’intensa stagione di live e dj set, i greatwaterpressure tornano in campo con il nuovo EP “summerleague”, quattro brani che si muovono come un gioco ben orchestrato tra groove avvolgenti, linee di basso pulsanti e un intreccio strumentale in cui chitarre ritmiche e sintetizzatori si passano la palla, definendo l’identità musicale del collettivo milanese.

 

 

“summerleague” richiama subito un immaginario sportivo e collettivo: quanto conta per voi l’idea di gioco di squadra nella scrittura e produzione dei vostri brani?
Cosa rappresenta per voi essere un collettivo?
È sicuramente uno degli aspetti più belli del percorso. Il lavoro di gruppo implica condivisione, quindi più idee, quindi più fermento creativo. Al netto di una necessaria direzione artistica, il nostro è un collettivo che ha goduto (e gode tutt’ora) dell’influenza di decine tra musicisti, producers e autori. Ognuna di queste collaborazioni ha portato senza dubbio un valore extra sia alle produzioni sia alle performance dal vivo.

Il vostro nuovo EP è una partita tra groove ipnotici, influenze funk e momenti più riflessivi.
Come nasce questa sintesi di suoni?
Questo EP esce a distanza di pochissimi mesi dal precedente; abbiamo cercato di conferirgli delle vibe che fossero coerenti con quest’ultimo ma nel contempo che ne fossero in qualche modo l’evoluzione. “meglio senza” e “alibi” ereditano da “passo zero” il nostro omaggio verso le sonorità disco funk anni ‘70 e ‘80, mentre “sempre tardi” e “altro sogno” le sviluppano in altra chiave.

 

Il lavoro sembra raccontare non solo un sound, ma anche un’estate immaginaria.
Che tipo di estate volevate evocare nell’ascoltatore?
Come producers, uno dei punti focali del nostro mestiere è quello di produrre musica che sia in grado di evocare un immaginario, di stimolare i sensi primordiali dell’ascoltatore, prima ancora dell’intelletto. Nel produrre “summerleague” non avevamo in mente una specifica estate, ma abbiamo semplicemente raccolto immagini, sonorità e parole che potessero proiettare l’ascoltatore verso ricordi ed emozioni tipiche del periodo estivo.

“altro sogno” – il singolo che ha anticipato l’EP – sembra giocare con contrasti e sfumature: qual è il messaggio che volevate lasciare all’ascoltatore con questo brano?
“altro sogno” parla di una serata estiva trascorsa al fianco di una persona speciale, ma in un periodo storico cupo e incerto, per cui a ogni momento bello vissuto fa capolino un senso di colpa latente e una preoccupazione crescente verso il futuro.

 

 

In “meglio senza” si avverte un’intensa tensione tra ciò che si lascia andare e ciò che si trattiene. Quale esperienza o stato d’animo ha ispirato questa tensione? Come avete lavorato per tradurla in suoni e arrangiamenti?
È nata prima la musica: “meglio senza” era un semplice loop strumentale su cui abbiamo canticchiato una melodia con un testo senza senso compiuto, giusto per dare l’idea del mood. Abbiamo mandato la demo così come era a Jacopo Cislaghi (uno degli artisti più attivi e coinvolti del collettivo, autore di molti testi e voce resident nei live full band), che ce l’ha rimandata indietro pochi giorni dopo con un testo che abbiamo trovato geniale, pieno di contrasto rispetto al mood della base strumentale. Parla della fine di una relazione, di un momento interiore triste ma anche arrabbiato, che Jacopo ha perfettamente incastrato nella struttura del brano. Non poteva che cantarla (e interpretarla) lui, e così è stato.

Vi va di provare ad associare ogni brano di “summerleague” ad un giocatore dell’NBA?
Accettiamo con entusiasmo la sfida!

  • “meglio senza” è sicuramente una frase che abbiamo pronunciato in molti pensando a Ben Simmons.
  • “sempre tardi”: Stephon Marbury, per il ritornello “è sempre tardi ma oggi ho tempo”.
    Un playmaker che aveva poca voglia di sbattersi ma in quei rari momenti non ce ne era per nessuno.
  • “altro sogno”: non possiamo non andare con Hakeem Olajuwon, il pivot più tecnico della storia del post basso, altrimenti conosciuto, appunto, come “The Dream”

  • “alibi”: come Bonnie e Clyde, non può che venirci in mente una delle coppie più spietate, veloci e spettacolari del basket degli anni 90: Gary Payton e Shawn Kemp, che nel 1996 seminarono il panico in tutta la lega a suon di difese arcigne, corse in campo aperto e poster-dunks al limite del penale. Esattamente come la coppia di banditi, la loro fuga si concluse con l’annientamento per mano dei Bulls di Jordan durante le finals.

 

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