Gli album italiani del mese: Sick Tamburo, Plakkaggio, Luke Style & more

Sick Tamburo
Foto di Franco Zanussi

 

Sick Tamburo – Dementia

Se c’è un nome che rimane una garanzia nello scenario underground del rock alternativo italiano, è quello dei Sick Tamburo. Diciamo underground anche se parliamo di una band storica, rodata su tutti i fronti e ormai assurta a icona, santino laico che splende di luce propria senza necessitare di agiografie. E che underground non dovrebbe essere, ma siamo in Italia e tant’è. Arriviamo così a Dementia, l’ottavo album per la band pordenonese erede dei Prozac+, nonché secondo disco inedito senza Elisabetta Imelio. Lo stile, per chi conosce e ama i Sick Tamburo, è senza dubbio lo stile dei Sick Tamburo. E in particolare Dementia propone una solida continuità con il lavoro precedente, Non credere a nessuno, uscito nel 2023. Ci sono certamente, così come tre anni fa, tracce più azzeccate di altre (Mi gira sempre la testa, Ho perso i sogni), ma nel complesso il gruppo fa funzionare tutti gli ingranaggi come si deve. Componendo un disco che funziona anche e soprattutto live, come abbiamo avuto modo di testimoniare assistendo al recente tour. I testi utilizzano il linguaggio che Gian Maria ha fissato in questa era del progetto per raccontare cose piuttosto dolorose: il senso è trovare non un racconto del dolore fatto alla solita maniera straziante, ma piuttosto quotidianità e riflessioni maturate dopo anni di convivenza col problema. Si può dire insomma che non è un album su cui gasarsi, ma è certamente un viaggio. Ed è molto bello.

Plakkaggio – Cosmo

Si avventurano nello spazio i Plakkaggio, quintetto della provincia romana che con Cosmo costruisce il suo sesto disco attorno a un concept siderale, ma restando con i piedi ben ancorati a terra. Una doppia anima che rispecchia quella della musica che suonano: i Plakkaggio, infatti, prendono a piene mani sia dal metal che dal punk, cercando di bilanciare e fondere le due influenze nell’aggressività di un hardcore che beneficia dell’una e dell’altra spinta. Del primo non disdegnano i tipici assoli e strutture più elaborate, del secondo la spinta immediata e quell’atmosfera da stadio tipica dell’Oi! (si capisce allora l’affinità con l’etichetta su cui sono sbarcati per questa release, la Motorcity Produzioni di Bull Brigade, Sud Disorder e affini). A quattro anni da Verso la vetta, i Plakkaggio compongono un disco capace di parlare alle diverse anime della scena underground, composto con l’impulsività del punk rock e rifinito con la perizia tecnica del metal. Anche i testi oscillano, a seconda, da soluzioni meno scontate e banali, addirittura ricercate (“Primigenio umano fine / Spicca in volta Aldebaran / Un ribelle tra le spine / Verbo cosmico ha il tuo Adhan”), a stilemi tipici dei cori da pub e di hooligans (“Scendiamo giù dal van o al capolinea del tram / Centesimo concerto, reduci in mare aperto / Avversi ad ogni ban, in testa Genghis Khan”): pirati dello spazio in cerca di nuove terre da conquistare, ma senza dimenticare da dove è salpata la loro navicella.

Luke Style – Luke Style

Luke Style (già attivo nei The Styles alla fine degli anni 2000) ha pubblicato il suo primo, omonimo, album da solita. “Alternativo” in ogni suo angolo, Luke Style si compone di otto tracce che ruotano intorno al concetto stesso di rock, recuperandone le atmosfere più punk e alternative. Disillusione, chitarre distorte e critica sociale sono le fondamenta dell’album, come si intuiva già dai tre singoli di lancio: Le regole della sete, La ballata delle rose, Uccideremo la democrazia. Durante l’ascolto, l’album presenta musicalmente una certa sensazione di familiarità, ad ogni modo la profondità dei testi mantiene buono il livello generale del lavoro. [Riccardo Provasi]

Lamine – Fast food

Fast Food è il titolo del nuovo EP di Lamine (nome d’arte di Viviana Strambelli), artista a tutto tondo, nata attrice e trasformatasi in cantautrice. Tritacarne, brano d’apertura del disco, incarna fin dalle prime battute l’essenza stessa dell’intero lavoro: elettropop contemporaneo, ballabile, ricco di sonorità e sovrastato dalla voce leggera di Lamine. I testi e le tematiche, un perfetto mix di cupezza e speranza, regalano emozioni e stimolano riflessioni. Pentothal, allucinata sia nel testo che nella composizione (col macabro ritornello che scandisce la filastrocca “giro-giro-tondo”), è un omaggio all’universo dell’artista Andrea Pazienza e, a parer mio, il brano migliore dell’album. Ma anche Roma e le altre non sono affatto male. [Riccardo Provasi]

Boban – Volatile

Volatile, il nuovo disco dei Boban, è un concentrato di milanesità, inventiva e disillusione, contenute nelle sette tracce dai titoli misteriosi e dalle sonorità più disparate. Dai lenti e malinconici Sotto un cielo topazio e Houdini, si passa alla futuristica electroboban, impreziosita dalla voce di Gian Maria Volontè in una famosissima battuta tratta dal capolavoro Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio fino al folk “jannacciano” di Il tizio col pappagallo, passando per sonorità strappate direttamente dai brani più allucinati di Tom Waits come Loop 45. Un album particolare, impreciso a tratti, ma senza dubbio lontano dagli stereotipi contemporanei. [Riccardo Provasi]

4Grigio – Digitanalogico

Dopo quasi un anno e mezzo di lavoro, 4Grigio pubblica il suo nuovo album Digitanalogico. Otto le tracce contenute nel disco di cui sei uscite come singoli: otto momenti diversi tra loro che, come suggerisce il titolo Digitanalogico, sono caratterizzate da una varietà di strumenti e stili che combinano l’elettropop pop figlio dei migliori synth a momenti acustici dominati dalla formazione classica chitarra – pianoforte – batteria – voce. Si tratta di un album molto dolce e introspettivo, a livello stilistico vicino ad artisti italiani come Max Gazzè (brani come Dimora o Come stella cadente), Mahmood (tra le diverse, soprattutto Quando c’eri tu) e persino Neffa, come dimostrano flow e timbro vocale del singolo Vette, tra i brani più sofisticati e completi. Digitanalogico è un buon album, un vero e proprio tributo a tutte le sfumature della musica pop italiana. [Riccardo Provasi]

Dellai – Nonostante tutto

C’è una punta di amarezza nell’ascoltare Nonostante tutto, l’ultimo lavoro dei Dellai. Nonostante il titolo suggerisca una qualche forma di resistenza o una reazione vitale a un ostacolo, il disco si rivela essere una sequenza di canzoni “normali”, che scelgono la via della massima prudenza espressiva. È un album che parla di sentimenti quotidiani con una grammatica pop così canonica da risultare, a tratti, quasi trasparente. Nessun brano riesce davvero a spiccare o a deviare dal binario di una produzione corretta ma priva di morsi. Le melodie scorrono senza guizzi, le strutture restano quelle ultra-collaudate e il risultato finale è una narrazione piana, dove la normalità non è una scelta stilistica consapevole, ma sembra piuttosto un limite di visione. Non c’è un’ombra di rischio, non c’è una “proiezione” (per citare i miei errori precedenti) verso qualcosa di nuovo: tutto resta confinato in una zona di comfort che non graffia e non emoziona. Alla fine dell’ascolto, Nonostante tutto lascia la sensazione di un’occasione mancata. È un disco di “normale amministrazione” che si accontenta di esistere nel sottofondo, confermando i Dellai come interpreti di un sentimento comune che, proprio perché privo di spigoli, finisce per non lasciare alcun segno memorabile nel panorama attuale.

Greams – Deluxe Edition

C’è un momento preciso, mentre si ascolta la nuova Deluxe Edition di Greams, in cui ci si rende conto che l’etichetta “indie” non è solo stretta, è proprio sbagliata. Se l’album originale ci aveva introdotto a un architetto del suono capace di disegnare paesaggi sonori con la precisione di un ingegnere e la malinconia di un poeta, questa versione estesa chiude il cerchio, trasformando una raccolta di brani in un vero e proprio manifesto estetico. Greams non fa musica per riempire il silenzio; la sua è una Dark-Retro-Wave che sembra emergere dalle crepe di una Roma deserta e digitale. Il suo stile è un amalgama unico di sintetizzatori analogici che profumano di anni ’80 e una scrittura modernissima, quasi cinematografica. Non è la solita operazione nostalgia: dove altri usano i synth per citare il passato, Lorenzo G. li usa per sezionare il presente. Il battito delle drum machine non è mai aggressivo, ma costante come un polso che accelera nei momenti di introspezione.

La forza di questa Deluxe non risiede solo nel minutaggio aggiunto, ma nella profondità degli innesti. I nuovi brani e le collaborazioni (come l’ipnotica “Caro G. Pastine” con Luca Urbani e Castelli) non sono semplici appendici, ma espansioni necessarie. In tracce come Cuori & Club o Ologramma Emozionale, Greams riesce in un’impresa rara nel panorama attuale: rendere il “freddo” dell’elettronica estremamente umano. C’è una carnalità digitale nei suoi testi, un modo di raccontare l’assenza e il desiderio che evita i cliché del pop radiofonico per abbracciare un’eleganza noir, quasi notturna. Dunque, questa Deluxe Edition conferma che Greams è un artigiano isolato, un produttore che si sporca le mani con i riverberi per ottenere una purezza emotiva che oggi latita. È un disco che non urla per attirare l’attenzione, ma che ti costringe a fermarti e ad ascoltare, ricordandoci che la musica d’autore può ancora essere sperimentale, sintetica e, soprattutto, terribilmente sincera.

Amsterdam Parkers – Basta dirlo

Basta dirlo, il nuovo disco degli Amsterdam Parkers, è un lavoro che vive di contrasti: sonori, emotivi… e geografici. La band, divisa tra Milano e Teramo, affronta la sfida di costruire un’identità musicale coerente nonostante la distanza fisica, e il risultato è sorprendentemente maturo ma non privo di frizioni. L’album trasmette urgenza e immediatezza, con brani diretti che parlano di ansie quotidiane, relazioni sospese e piccoli drammi generazionali. Tuttavia, in alcuni passaggi, la separazione tra le città emerge come piccole spigolosità nei dettagli sonori: un arricchimento degli arrangiamenti che avrebbe forse beneficiato di più confronto diretto, uno spazio live in cui la musica si sedimenta e respira. Eppure, paradossalmente, questa distanza sembra anche avere alimentato un’energia particolare: i brani conservano freschezza e autenticità, e la sensazione è che ogni elemento sia stato scelto con cura, come se la necessità di colmare fisicamente il divario tra Milano e Teramo si sia trasformata in disciplina creativa. La coesione del disco, pur con le sue tensioni interne, mostra come gli Amsterdam Parkers abbiano trovato un modo per far parlare le loro voci attraverso chilometri di distanza. Basta dirlo diventa così un piccolo miracolo di comunicazione a distanza: un disco che, pur nato tra due città lontane, suona come un unicum, con un’identità chiara e riconoscibile. È un lavoro che mostra sia la forza che i limiti della geografia nel plasmare la musica indipendente, e che invita a riflettere su quanto la distanza possa diventare, al tempo stesso, debolezza e fonte di ispirazione.

Sara Blanca – Pagine di vita

Pagine di vita, album di debutto di Sara Blanca (nome d’arte di Sara Marchetti), è uscito su tutte le piattaforme il 27 gennaio; dal 21 febbraio è invece disponibile la versione Dolby Atmos, che vede un mix a cura di Francesco Lo Cascio. L’album si compone di dieci tracce inedite, scritte a quattro mani con il pianista e compositore Stefano Taroni e prodotte da Anna Chiara Zincone, cantate in tre lingue diverse: italiano, inglese e spagnolo. Pagine di vita è un disco solare, energico, che scorre bene durante l’ascolto, grazie all’ottima qualità della produzione e alla voce chiara e potente di Sara Blanca. In alcuni passaggi, a livello di arrangiamenti, l’album sembra osare meno di quanto potrebbe, ma in ogni caso la title track, Immemorial Time e Gioco di maschere sono brani di assoluto livello. [Riccardo Provasi]

Tacøma – Tratto da una storia vera

A cinque anni dal suo primo disco solista, Panorama +, Tacøma – nome d’arte del cantautore livornese Gabrielle Centelli, già membro dei Platonick Dive – ha pubblicato un nuovo, intimissimo EP: Tratto da una storia vera. Quattro delle cinque tracce sono state realizzate insieme al produttore Lorenzo Dolci, e il lavoro è impreziosito dalla collaborazione con il producer italiano alto per la realizzazione della quarta traccia dell’album, Mama. L’EP si apre con Ottobre (1988), breve traccia strumentale vicina alle sonorità più space-oniriche di grande impatto. I successivi tre brani convincono meno, principalmente per le linee vocali a tratti slegate dal contesto sonoro e per i testi in alcuni momenti didascalici. Chiude l’EP Il mio canto blue, brano più introspettivo e più semplice anche negli arrangiamenti, capace di trasmettere meglio degli altri il senso dell’intero EP. [Riccardo Provasi]

Danilo Cristofaro – Stranger in Hometown

EP di riesordio per Danilo Cristofaro, che presenta il suo primo lavoro con il suo nome di battesimo dopo le precedenti esperienze con la band Floorshow e con lo pseudonimo Nightporter V2.0. Stranger in Hometown si compone di quattro pezzi caratterizzati dalla voce profonda e scura dell’artista e da un incedere riflessivo e malinconico, anche se non mancano strappi energici. Long Way Down, l’opening track, dà vibe da canzone rock da stadio all’americana, ma incupita dal filtro in bianco e nero che caratterizza la copertina così come il sound di Danilo. Più post-punk le influenze di Soultaker, pezzo che pesca anche vagamente dall’indie rock newyorkese alla The Killers. Cochito, scritta ai tempi dei Floorshow, è ispirata dalla storia sofferta dei popoli nativi americani dopo l’arrivo degli europei; è una pseudo-ballad rock oscura e malinconica che evolve in un finale intenso che nel cantato sembra evocare i canti dei nativi. Sleep Paralysis è forse il pezzo più movimentato (a dispetto del titolo), con riff di chitarra che richiamano ancora una volta il rock all’americana. EP ben poco italiano, e del resto, Danilo canta in inglese e si rivolge evidentemente anche a un pubblico al di fuori dei nostri confini.

Simone Piva – Da dove nasce il vento

Da dove nasce il vento è il secondo lavoro discografico del cantautore friulano Simone Piva, già vincitore della 35ª edizione del Senjam Beneške Piesmi, il festival della canzone in dialetto sloveno delle Valli del Natisone, con il brano LAH.  Sebbene non siano presenti brani dialettali all’interno dell’album, sono diversi i riferimenti alla sua terra natale: uno su tutti Il Baule del diavolo, traccia da cui deriva il titolo dell’album (nel ritornello canta proprio “Da dove nasce il vento”) e in cui il cantautore dipinge Cividale del Friuli con una piacevole visione ravvicinata. È questa la caratteristica fondamentale dell’album: sebbene musicalmente non eccelso, Da dove nasce il vento colpisce per il suo storytelling vivace e dettagliato, capace di immergere l’ascoltatore. Lo dimostrano soprattutto brani come il già citato Il Baule del diavolo, L’ultima locanda ai confini dell’Europa, La leggendaria ballata di Bill e Hotel Praga. [Riccardo Provasi]


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