Bull Brigade – Perché non si sa mai / La recensione

Album numero quattro per i Bull Brigade, che consegnano a Motorcity Produzioni anche il nuovo Perché non si sa mai, forti del successo di Il fuoco non si è spento (2021), ormai diventato icona e manifesto della scena punk nostrana. Scomodiamo subito l’elefante nella stanza: con Perché non si sa mai, il quintetto sabaudo cerca dichiaratamente di allargare il suo pubblico attraverso un sound più melodico rispetto ai precedenti lavori, e per questo molti puristi del punk potrebbero già essere sul piede di guerra. Li rassicuriamo subito: questo ammorbidimento non fa perdere ai Brigade l’identità che li contraddistingue.
È però vero che la matrice Oi! degli esordi rimane solo nelle atmosfere e in certe tematiche, un posizionamento che si situa – geograficamente e sentimentalmente – nella Torino di “periferie che urlano, fabbriche che provano a resistere”, la Torino di Askatasuna, di Mirafiori e di Superga: “La mia città è rombo di motore, sangue degli eroi, mistero e maledizione. È rabbia di una protesta ignorata come una sedia puntata contro il cielo. Questo è il suono della città che non ha fatto pace col destino”.
Dalle streets al mainstream?
Il capoluogo piemontese è ancora una volta il perno dell’immaginario di una brigata col cuore diviso tra la nebbia del nord Italia e quella del nord Europa. Di Torino, infatti, Londra è lo specchio oltremanica: quello che fa dire a Eugy un sacco di inglesismi – “un’altra night“, “quelle sporche streets” (ma si vedano anche solo i titoli del disco) – che in bocca a un rapperino suonerebbero come ingenui giovanilismi, ma che in questo caso rappresentano l’aspirazione a una terra altra, ma sorella.
I puristi di cui sopra potrebbero obiettare che i featuring di questo disco non sono molto punk. Perché se in passato i Bull Brigade hanno collaborato con gente della scena come Samall, questa volta ci sono ben quattro nomi un po’ atipici per i giri della scena che bazzicano solitamente. Come Giancane, che avevamo conosciuto qualche mese fa per il singolo Lividi, il quale si è rivelato una bella canzone (che abbiamo potuto apprezzare anche live).
Ci sono poi, rispettando il più classico dei cliché in termini di collaborazioni, due rapper: il primo, Willie Peyote, è la quota mainstream di questi feat.; ma è anche la quota sabauda, e in questa lettera d’amore alla propria gioventù sotto la Mole (Il quindicesimo inverno) non ci sta affatto male. Il secondo è Claver Gold, che è okay un rapper, ma fa conscious hip hop; e in Senza spine flirta alla grande con il lato impegnato dei Brigade, sorprendendo positivamente con il suo flow: “Parlare coi politici o parlare con i cani, parlare con le folle o con le foglie come un folle”.
Infine arrivano i Fast Animals and Slow Kids: un nome che viene spesso tirato in ballo nei discorsi su underground e indipendenza (sempre in negativo, ovviamente). Chi scrive i FASK li adora, e forse è un po’ di parte, ma la canzone (Prendere fuoco) spacca davvero; certo, Aimone fa l’Aimone, e sentirlo glorificare “l’hardcore melodico degli americani urlato in coro dentro i centri sociali” fa inevitabilmente sorridere.
Continuare a fare punk perché non si sa mai
Ma i Bull Brigade sono da sempre dei punk che tematizzano il punk. È questione di orgoglio, di appartenenza. E non è fuori luogo che lo facciano anche in questo disco, nonostante la quota melodica concessa, nonostante i featuring, nonostante tutto. (Ai nostalgici, comunque, per riprendersi basti sentire i giri di Ragazza come noi, che del disco è in effetti forse la più solida). Questa volta, però, il richiamo alla scena ha un sapore un po’ malinconico.
“Faccio punk anche se ho chiuso coi suoi schemi”, la dichiarazione d’intenti contenuta in Sopra i muri, non è l’ammissione di una sconfitta, ma una presa di coscienza. È la realizzazione che sono finiti gli anni Novanta, che sono lontani i tempi delle “cariche alla stazione con i caschi e le Vans”. Non sono un caso, allora, i riferimenti alla propria musica (“sommersi e persi” in Farewell, ad esempio, ma si senta in generale la intro di Primo sguardo), che non saranno da leggere come auto-glorificazioni, ma come lo sguardo su un patrimonio che i Bull Brigade hanno costruito pezzo per pezzo e di cui ora assaporano i frutti.
Andiamo al punto. Perché non si sa mai è un disco commerciale? Io credo di no. Posto che qualsiasi prodotto – inteso non come merce, ma proprio come cosa prodotta, in un certo senso artigianale – è inserito in logiche commerciali, un lavoro si può definire commerciale se viene fatto appositamente per andare incontro alle richieste del pubblico. Cosa che i Bull Brigade non fanno. Non si sono snaturati, perché hanno fatto sostanzialmente quello che volevano fare, senza accontentare nessuno oltre a loro stessi. Soprattutto, perché hanno l’esperienza che hanno e possono anche permettersi di fare il cavolo che gli pare senza che arrivi la polizia del punk a bussargli alla porta di casa.
E comunque – lo hanno detto di recente in un’intervista – i cinque si sono trovati a declinare ghiotte proposte da parte di etichette discografiche per rimanere fedeli ai ragazzi della Motorcity, ovvero a loro stessi. DIY fino in fondo. In questa ottica, voler allargare la propria fetta di pubblico non mi pare un sacrilegio.
Le date del tour dei Bull Brigade in supporto a Perché non si sa mai:
Venerdì 6 marzo TORINO – Hiroshima Mon Amour SOLD OUT
Sabato 14 marzo BOLOGNA – Estragon Club
Venerdì 20 marzo – RONCADE (TV) – New Age
Giovedì 26 marzo – DONOSTIA (ES) – Dabadaba
Venerdì 27 marzo – MADRID (ES) – Independance
Sabato 28 marzo – BARCELONA (ES) – Upload
Sabato 18 aprile ROMA – Largo Venue
Venerdì 24 aprile MILANO – Magazzini Generali
Sabato 25 aprile LONDRA (UK) – New Cross Inn
Sabato 23 maggio BERLINO (DE) – Cassiopeia
