Roberto Benatti: autobiografia e osservazione in Quest’inverno mi sposo

 

Con Quest’inverno mi sposo, Roberto Benatti propone un album che unisce introspezione personale e attenta osservazione della realtà circostante. Le sue canzoni raccontano momenti quotidiani, emozioni fragili e riflessioni sulla vita, con un approccio che alterna il cantautorato classico a sfumature contemporanee. In questa intervista, Benatti ci parla del processo creativo, delle influenze musicali e della scelta di trasformare esperienze personali e osservazioni in racconti musicali, offrendo uno sguardo autentico sul suo mondo artistico.

Quest’inverno mi sposo ha un titolo che suggerisce un passaggio personale e intimo. Quanto c’è di autobiografico nelle storie che racconti e quanto invece è frutto di osservazione esterna?

Prima di tutto permettetemi di ringraziare voi di Booklet Magazine per la vostra attenzione nei riguardi delle mie canzoni: ho ancora nel cuore la vostra recensione al mio primo singolo di due anni fa, tu dove sei, che avete paragonato a un film di Nanni Moretti. Per quanto riguarda la domanda: direi che le mie canzoni si possono definire autobiografiche in quanto il punto di vista del racconto è sempre il mio; lo sviluppo del testo è però sempre un racconto di quanto osservo all’esterno.

I testi oscillano tra fragilità e resilienza, tra ricordi e proiezioni future. In che modo hai scelto quali esperienze personali trasformare in canzoni?

Provo a risponderti con degli esempi. Se fossi stato un ragazzino bravo a giocare a calcio, non avrei parlato del mio unico gol e della maglietta azzurra della squadra dell’oratorio di Airuno nell’aeroplano della Lego; non avrei scritto gli orologi di casa, se quando dissi a Silvia, mia moglie, che avrei voluto fermare il tempo, un paio di anni fa, lei, in quel particolare momento, fosse stata d’accordo con me; non avrei mai e poi mai scritto la fede nei semafori se avessi avuto un parente partigiano.

Musicalmente, il disco mantiene radici cantautorali ma inserisce sfumature più contemporanee. Quanto è stata una scelta consapevole sperimentare con nuovi suoni rispetto al tuo stile precedente?

Dal punto di vista musicale la scrittura e gli arrangiamenti dipendono molto da cosa sto ascoltando mentre sto componendo. Le sfumature più contemporanee dipendono in larga parte dal mio innamoramento per le canzoni di Alessandro Fiori, che hai poi prodotto il mio disco, con mia incredula gioia.

Alcune canzoni sembrano costruire un piccolo diario di momenti quotidiani: come scegli il confine tra ciò che vale la pena raccontare e ciò che resta privato?

In realtà non scelgo molto cosa scrivere, ma, penna in mano, di solito sono molto, molto spontaneo, altrimenti non mi metterei a farlo; ad ogni modo, cerco di non scrivere nulla che mi darebbe fastidio se fosse qualcun altro a farlo parlando di me.

Guardando all’album nel suo insieme, c’è un filo conduttore emotivo o narrativo che desideravi fosse percepito dall’ascoltatore?

Dal punto di vista tematico, dire l’attenzione per i luoghi, per le case in particolare; da quello dello spirito col quale le mie canzoni sono concepite, direi il rifuggire dalla tendenza contemporanea alla mancanza del senso del limite, in ogni ambito.

Dopo aver raccontato queste storie in Quest’inverno mi sposo, quale pensi sia l’evoluzione successiva della tua scrittura o della tua espressività artistica?

Forse ancora meno parole, racconti sempre più essenziali, ancora meno fronzoli, eliminare del tutto gli orpelli, le rime, i ritornelli. E forse più sperimentazione a livello timbrico. Questo è quello sento più affine al mio temperamento, in questo momento.

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