Gli album italiani del mese: Poni Boi, Lillians, Brina & more

Poni Boi copertina

Poni Boi – Poni Boi

(Rocketman Records / Arrosti Records / Gotta Gallo Records, 21 maggio 2024)

Esordio al fulmicotone quello dei marchigiani Poni Boi, con un disco omonimo (e ricordiamo che il debutto è l’unico caso in cui sia socialmente accettabile pubblicare un album self-titled) fuori per varie etichette indipendenti italiane che dura pochissimo (25 minuti di musica per 11 tracce) ma in quel breve lasso di tempo scarica tutte le proprie energie. La band fa un genere che mischia punk rock, garage e indie rock -loro dicono che è indie-surf / punk ‘n’ roll. Per farla breve sono tutte canzoni a ritmi altissimi, punk ma con le chitarrine meno distorte e più britanniche. I testi sono un mix tra nonsense e temi come “il disprezzo per movimenti anti-scientifici anti-intellettuali”; il cantato potrà risultare fastidioso a qualcuno con l’esasperazione della pronuncia aperta delle “e” e delle “o”, ma è anche questa una piccola caratteristica che rende particolare lo stile dei Poni Boi, band di cui fatichiamo a trovare l’eguale nel panorama italiano.


Lillians – I Wish I Lived This Life

(Tropical London Records, 24 maggio 2024)

Debutto sulla lunga distanza per i Lillians, band romagnola nata dalle ceneri di svariati altri gruppi come gli Skylong. I Wish I Lived This Life è un album tra rock alternativo e punk rock che risente tantissimo dell’influenza dei Blink-182, e in particolare di uno dei membri (quello che parla con gli alieni), sia nello strumentale che nella voce quasi identica per timbro e stile. Viene anzi quasi da dire che su questo disco i Lillians sembrano una tribute band di Tom DeLonge ma con canzoni originali invece che cover. I pezzi sono fighi e funzionano, ed è un bene perché la somiglianza è davvero netta.


Brina – Mormorio d’ombra

(self-released, 24 maggio 2024)

Primo EP per i Brina, che tentano di imporsi nel non affollatissimo ma ben vivo panorama emo italiano. Mormorio d’ombra è un EP di quattro pezzi che vedono un approccio fra l’emo e lo shoegaze heavy, dove prevalgono le atmosfere oscure e notturne date dalle distorsioni pesantissime.  Come vuole la tradizione di questo genere è bandito qualsiasi passaggio catchy e orecchiabile, e questo è in parte un limite per la band che fatica a far sì che i brani restino in testa, ma il fuzz e l’ambientazione cupa sono una manna per gli amanti di queste sonorità.


The Billows – Gattineri

(Motorcity Produzioni, 10 maggio 2024)

Dicono che i gatti neri portino sfortuna, ma il primo album dei The Billows di fortuna dovrebbe meritarne. Gattineri esce a solo un mese dalla presentazione ufficiale della band e senza ulteriori fronzoli infila otto tracce una dopo l’altra, senza attese infinite o studiate strategie di marketing. La band viene da Torino ed esce per Motorcity Produzioni: e proprio l’ombra della Mole è inevitabilmente proiettata nelle atmosfere e nel sound punk rock del disco. E in piena sintonia con questo retroterra, i The Billows cantano “di notti cieche, di fughe e sogni punk”, esperienze esistenziali ma quotidiane (“le nostre occhiaie raccontano le storie, raccontano la notte che portiamo dentro al cuore”): la periferia, l’onnipresente tifo calcistico, il desiderio di rivalsa e rinascita e naturalmente la musica. Quello che sorprende è la grande forza di coinvolgimento della band, una coralità che si percepisce fin da subito e che accompagna l’ascoltatore fino alla fine del percorso, espressa tramite sonorità essenziali ma non grezze, energiche e potenti ma che non verrebbe da definire aggressive o violente. Ad impreziosire l’album ci pensano anche featuring con pezzi grossi come Bull Brigade, Menagramo e Derozer, ulteriore dimostrazione di identità e appartenenza alla scena, nonché conferma del valore della band. C’è perfino un magnifico omaggio alla Guida galattica per autostoppisti. Niente male per essere un disco d’esordio. [Simone De Lorenzi]


The King Regals – Introspection

(Isulatronic, 10 maggio 2024)

Titolo quantomai descrittivo quello scelto da The King Regals (a dispetto del nome del progetto, è un artista solista nella persona di Ashley Potter) per il suo nuovo album. Introspection è infatti un disco che nasce a seguito di un percorso di psicoterapia: “navigare attraverso i territori della propria psiche, spesso scomodi e sconosciuti, ha portato l’artista a chiedersi: come suonerebbe se tradotto in musica?” E la risposta a questa domanda è un disco strumentale di musica elettronica, estremamente progressivo, non barocco nell’arrangiamento ma comunque ricco a livello sonoro, con atmosfere che tendono a situarsi sull’alogeno, il meditabondo e a tratti lo straniante. Un viaggio anche a livello musicale che sembra portare in luoghi fuori dal tempo e dal tangibile, per otto tracce piuttosto lunghe (anche, necessariamente, alla luce della struttura e del tempo dei brani). Sicuramente un disco non per tutti.


Elia Truschelli – Sembrano favole

(Sunshine Sound, 21 maggio 2024)

Nella foto profilo che ha su Spotify, Elia Truschelli sembra molto un Chris Carrabba leggermente ringiovanito. E proprio come il leader dei Dashboard Confessional, Elia fa della sua chitarra acustica la sua arma principale, sfoderata spesso in sola combinazione con la sua voce, anche se le delicate canzoni acustiche di Elia non arrivano certo all’intensità disperatamente emo dei Dashboard. I pezzi di questo disco intitolato Sembrano favole sono semmai più cantautorali, se vogliamo anche più italiani, magari più raccolti e meno esuberanti a livello di cantato, ma molto bravi a trasmettere sensazioni di dolceamara -o malinconicheggiante- intimità. Il disco non effettua sostanzialmente mai un vero cambio di passo a livello di ritmo o di cantato, e questo può in parte essere un limite per l’album, ma la coesione sonora di Sembrano favole sembra non richiedere davvero di sentire pezzi più spinti o diversioni decise.


Federico Cacciatori – Avanti tutta

(self-released, 24 maggio 2024)

Se fare un disco e poi caricarlo su ogni piattaforma di streaming possibile immaginabile è la norma per il 99,9% degli artisti al giorno d’oggi, c’è chi prova a remare controcorrente, probabilmente non riuscendo a essere molto più che un sassolino che tenta di frenare un corso d’acqua, ma facendosi comunque apprezzare sinceramente per il tentativo. Federico Cacciatori ad esempio ha messo il suo nuovo album a disposizione di tutti, ma solo sul suo sito personale. Una scelta che apprezziamo se non altro per l’anticonformismo. Il disco si chiama Avanti tutta, ed è un album perlopiù strumentale, con due soli brani cantati (la title track e No Escape from You, più qualche vocalizzo in Discover). Il resto dei pezzi è appunto privo di vocals, e si posiziona su sonorità maggiormente elettroniche e synthpop, evocando paesaggi dai colori sgargianti, tramonti rosso acceso e cieli rosa, magari gli stessi che l’artista ha visto durante il suo viaggio in Albania durante il quale ha avuto origine l’album.


Niamh – People of the Underworld

(Lucky Bob Records, 3 maggio 2024)

Quarto album per i Niamh, che se il loro nome viene dall’omonimo nome di donna irlandese si dovrebbe pronunciare all’incirca “niiv” (se invece in questo caso si pronuncia “niam” fatecelo sapere please). I Niamh fanno un metal piuttosto cattivo e aggressivo, e lo si capisce già dalla copertina di questo disco, oscurissima, con quattro loschi figuri che dovrebbero essere degli zombie se il titolo People of the Underworld ci dà qualche indicazione. Molti brani vedono uno scream piuttosto aggressivo combinato con un sound metal che prende tanto dal doom e dal black quanto dal thrash e dal metal classico, ma i Niamh non mancano di riservare qualche sorpresa nella tracklist. Se infatti troviamo una ballad al pianoforte (A Time for Farewell) che in sé potrebbe anche essere una scelta abbastanza scontata, troviamo un pezzo più ambient ed elettronico come Killjoy e soprattutto Antibiotic che è la vera stranezza del disco: un brano doom/black metal cantato da un rapper che fa molto yo (anche se pure qui non mancano gli scream). Insomma i Niamh sanno scatenare tutta la propria rabbia e farci gasare, ma sanno anche spiazzarci con scelte fuori dall’ordinario e che non risultano affatto stonate nell’ambito del disco.


4Grigio – Mondo

(self-released, 30 maggio 2024)

4Grigio ci apre il suo Mondo, un mondo fatto di sette canzoni pop un po’ retro racchiuse in questo album/EP d’esordio. L’artista ha voluto sicuramente omaggiare gli anni ’80 con il modo in cui suona il synth nella maggior parte dei pezzi, ma Mondo è un lavoro che sa anche guardare maggiormente al presente: Occhi stanchi ha un sound vagamente urban, e nel cantato troviamo tracce di Mahmood, così come nel brano La mia città. Due tracce sono invece delle ballad lente e delicate, parliamo di Non torna più, elegante al pianoforte, e Quando la sera arriverà, più minimale. 4Grigio fa un lavoro in cui svela un’anima romantica, in parte contemplativa e sicuramente garbata; a volte sembra che i brani suonino quasi fuori contesto nel mondo iper-veloce e frenetico d’oggigiorno, ma a maggior ragione Mondo è un EP da ascoltare con calma, nei momenti in cui si può davvero fare attenzione alla musica che ci sta entrando nelle orecchie.


Antonio Freno – Piacere

(self-released, 21 giugno 2024)

Antonio Freno è il tipo di persona che non ti stringe la mano per conoscerti: scrive un disco per farlo. Piacere, parola che si presta a mille contesti e prospettive, è l’album d’esordio dell’artista calabrese di base a Bologna, città che accoglie di buon grado la stranezza. Con la leggerezza di chi sa di poterselo permettere, Antonio Freno stende un tappeto fatto di rock, blues, richiami al passato e una dialettica estremamente contemporanea. La tracklist è una continua provocazione nei confronti dell’ascoltatore, ma anche allo stesso artista, che sviscera sé stesso attraverso riflessioni tra il meme e il dissacrante. Dall’umore baldanzoso di Carboidrati e Birrette all’elettricità di Bum, Bum, dai timbri più indie di Cartomanzia a brani che tendono all’infinito. Antonio Freno ripercorre tutte le sfumature del Piacere, esprimendo chiaramente che il gusto è qualcosa di soggettivo e la storia che ce ne sia uno oggettivo, da perseguire, è una barzelletta che ci raccontiamo… a questo punto raccontiamola bene: fare musica significa fare arte sì, ma anche e soprattutto comunicazione. Chi ha orecchie per intendere, si godrà questo disco e non si vergognerà di metterlo accanto agli album che vanno in classifica.


Max Croeg – Amore, ragione e orizzonti sfuocati

(self-released, 3 maggio 2024)

Per la serie “dischi che ci spiazzano”, troviamo Amore, ragione e orizzonti sfuocati di Max Croeg. Facciamo sinceramente fatica a capire se l’artista ha intenzioni serie o se abbia versato un’abbondante dose di ironia nel suo disco -già il nome a noi pare una parodia ad esempio, visto che Croeg è l’anagramma di Greco, il cognome reale dell’autore. I brani di questo disco si muovono su un pop lo fi molto anni ’80, con influenze jazzistiche che arricchiscono l’arrangiamento, ma il cantato di Max Croeg è (volutamente, immaginiamo) esageratamente impostato e ricco di pathos mentre canta testi talmente ingenui che strappano più di un sorriso. Max, eri serio o faceto? Se ci leggi, facci sapere.


Potete leggere tutte le nostre recensioni a questa pagina.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *