Intervista ai The Ghibertins

The Ghibertins

 

Un nuovo capitolo per i The Ghibertins che dopo quattro anni di assenza tornano con un nuovo singolo, la canzone “Numbers“, disponibile su tutti gli store digitali da venerdì 14 marzo 2025. Un brano intenso che esplora temi profondi e complessi, attraverso un testo evocativo e potente, ed esprime la difficoltà di relazionarsi giornalmente con gli standard di irrealtà patinata che ci viene imposta dal mondo del social e dello streaming.

Camminiamo su una linea sottile tra l’orgoglio di voler rimanere ciò che si è e la vergogna di doversi piegare a regole non scritte ed etichette imposte, il tutto per ottenere i numeri. Il ritornello “I’m just a number and I think I like it” riflette una critica alla società moderna, dove le persone sono spesso ridotte a numeri e statistiche, e il protagonista sembra accettare questa realtà con una sorta di rassegnazione. Il numero prima del contenuto

In sintesi, “Numbers” dei The Ghibertins è una canzone che affronta temi di autenticità, superficialità e la lotta per trovare un senso di sé in un mondo dominato dai numeri e dalle apparenze. Un piccolo manifesto di resistenza musicale, per una band che emerge come una tra le più interessanti della scena indipendente, che si è distinta anche all’estero, attraverso portali internazionali come BBC Radio, Clash Magazine e Konbini.

Ne abbiamo parlato proprio con loro, parlando del loro passato, dai CD e da quel mondo che pare lontanissimo dove i numeri sui social non contavano proprio nulla.

 

 

Fate parte di una generazione che ha visto utilizzare anche i lettori CD portatili, i lettori mp3 “a pennetta”, fino ad arrivare oggi, alle piattaforme stream digitali. Come riassumereste la vostra storia, non da musicisti, ma da ascoltatori?

Non è semplice riassumere la nostra storia da ascoltatori, considerando che siamo cinque persone con età diverse e inevitabilmente esperienze molto differenti. Proprio qualche giorno fa in studio stavamo ricordando i nostri primissimi concerti, e i racconti erano così distanti da sembrare quasi appartenenti a epoche diverse. Alessio, che ha qualche anno in più di noi, ha visto Michael Jackson dal vivo nel ’92 a Monza durante il Dangerous Tour. Luca invece ricorda gli Articolo 31, mentre Lorenzo (Junior) il suo primo concerto è stato degli Ska-P nel dicembre del 2010. Le nostre storie musicali personali sono diverse, ma tutte sono confluite naturalmente nel nostro progetto, contribuendo a creare un sound che unisce influenze disparate e ci rappresenta pienamente.

Quando è stata la prima volta che siete entrati in contatto con gruppi con questo sound di matrice anglosassone, che vi caratterizza?

Questa influenza arriva principalmente da Alessio. Noi scherziamo spesso dicendogli che “non sa cantare in italiano”, ma un fondo di verità c’è: è cresciuto con la musica anglosassone nelle orecchie e questo ha plasmato il nostro sound sin dagli inizi. Anche Lorenzo, il nostro chitarrista, ha sempre avuto un forte legame con le sonorità d’oltremanica e d’oltreoceano. Durante i primi passi della band, questa inclinazione è emersa in modo naturale, semplicemente perché era ciò che ci veniva spontaneo suonare e cantare.

Qual è stata la vostra esperienza musicale in quei territori? Le dinamiche dell’industria musicale e dei live sono diverse rispetto che da noi?

Navigando tra l’Indie e l’Alternative Rock di stampo anglosassone, ci è venuto quasi naturale portare la nostra musica fuori dai confini italiani. Abbiamo percepito subito un’accoglienza diversa all’estero, e senza andare troppo lontano: la Svizzera è diventata per noi una seconda casa. Certo, il fatto che Alessio sia per metà elvetico ha sicuramente aiutato, ma non è solo questo. Nei locali e nei festival svizzeri abbiamo trovato un pubblico attento e curioso, una scena musicale che dà spazio a progetti come il nostro, mentre in Italia a volte è più difficile emergere se non si rientra in categorie precise.

Quali sono i luoghi che a Milano, secondo voi, favoriscono di più la cooperazione tra artisti? Quali frequentate voi?

In tutta sincerità, non ci viene in mente un luogo in particolare che favorisca attivamente la cooperazione tra artisti. Negli anni abbiamo legato con tanti musicisti e stretto amicizie profonde, ma questi incontri non sono mai nati in posti specifici. Certo, ci è capitato spesso di condividere il palco con altre band al Legend o al vecchio Ohibò, e in quelle occasioni abbiamo trovato la stessa passione e determinazione, lo stesso desiderio di farcela, ma erano più incontri fortuiti che collaborazioni nate dal luogo.

Questo nuovo singolo ci porterà a un nuovo album? Da che cosa dipende secondo voi la pubblicazione o meno di un disco? Qual è secondo voi il momento giusto?

In questo momento, non abbiamo una risposta certa. Stiamo lavorando a nuovi singoli e potrebbe anche darsi che in futuro li raccoglieremo in un album, ma per ora preferiamo concentrarci su ogni brano singolarmente. La decisione di pubblicare un album dipende da tante variabili, molte delle quali sono personali e difficili da spiegare. Ad esempio, con il nostro ultimo disco, The Life & Death of John Doe, volevamo catturare emozioni precise attraverso ogni canzone, quasi come se fossero istantanee della vita di questo personaggio, con tutte le sue cadute e risalite. Creare un concept album così ambizioso ha richiesto un lungo lavoro e il momento giusto per pubblicarlo è arrivato solo quando ogni dettaglio ci è sembrato perfetto. Non c’è una formula universale: ogni progetto ha il suo tempo e il suo percorso unico.

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