Citizen – Halcyon Blues / La recensione

Citizen Halcyon Blues copertina

 

A tre anni da Calling the Dogs, i Citizen tornano con il sesto album di una carriera che ormai si può senza pericoli definire leggendaria: parliamo di una delle band più importanti degli ultimi vent’anni di scena emo / post-hardcore, e con Halcyon Blues il gruppo dell’Ohio sembra finalmente riconoscere questo ruolo, anche senza rinnegare la costante evoluzione sonora che l’aveva portato fino agli estremi indie rock dell’ultimo disco.

Su Halcyon Blues ci sono pezzi che potremmo definire come classicamente Citizen: in Highs and Lows, Smooth Talker e sui primi due brani Good Fortune e I Can See You from Here, la band bilancia scientificamente le influenze emo e hardcore (l’intensità delle chitarre, il cantato) con le deviazioni indie rock recenti -ma già rintracciabili almeno dal secondo disco Everybody Is Going to Heaven: il sound a tratti si alleggerisce, diventa più arioso, a tratti rarefatto, prima di imprimere nuove sferzate.

 

Altrove il disco si pone su un piano molto più meditativo: dalla title track fino almeno a Matador si susseguono semiballad full band che fanno prevalere il mood malinconico del gruppo, puntando meno sull’energia pura del sound e più sulla volontà di dilatare i tempi e riflettere: “How many times do we have to be hurt before we get it right?”, canta Mat Kerekes in Either Way, in una fase del disco che sembra ponderare il passato e il presente alla luce delle persone che sono entrate nella nostra vita e a volte uscite, magari rimaste in un luogo e in un tempo sospesi senza una vera ragione: “I have held onto your number / Just in case you’re in need of a friend”.

È una serie di canzoni in cui si intuiscono echi in parte prevedibili (brani come Halcyon Blues e Either Way non sarebbero stati fuori posto in un disco dei Brand New) e in parte insospettabili, con pezzi come Always the Last One to Leave (corredata di archi nella maestosa outro) e Ether che fanno pensare ai brani malinconici dei Fontaines D.C., e Matador che arriva a includere stralci noise.

 

La capacità di bilanciare introspezione e furor belli, già ricercata con successo dai Citizen nei dischi degli anni 2010, sembra aver raggiunto l’apice nel songwriting di Halcyon Blues, un disco dove la dinamica recita la parte del leone ancor prima dei singoli brani, che pure funzionano alla grande per buona parte della tracklist: Mat Kerekes e compagni sanno scrivere grandi melodie e riff di chitarra altrettanto memorabili, ma non arrivano a sconfinare nella scrittura pop per scelta, preferendo mantenere una struttura più sfumata e inaspettata, che invoglia all’ascolto meditativo di un album che pare la culminazione di 17 anni di esperienza, quasi un testamento sonoro (in largo anticipo) di tutto quello che incarnano i Citizen.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *