“Dare spazio alla voce nascosta” / Intervista a Scaramuzza

Scaramuzza
Foto di Matteo Copiz

 

A qualche anno dal suo album d’esordio sulla lunga distanza Misericordia (Formica Dischi, 2022), Marco Scaramuzza -in arte semplicemente Scaramuzza- torna con un nuovo lavoro, un EP di quattro tracce intitolato Amevox. L’artista veneziano propone un cantautorato di stampo elettronico, che trova forma in sonorità meditative dalle tinte opache, arrangiamenti semplici -a tratti essenziali- che lasciano spazio alle parole di riflessione di Scaramuzza sui rapporti umani fra due persone e anche all’interno della stessa persona, con le ansie, il panico, le crisi che possono caratterizzare la vita intra ed interpersonale.

Abbiamo parlato con Scaramuzza per farci raccontare qualcosa in più a proposito di Amevox.

Ciao Marco, partiamo dal titolo dell’EP, che ci incuriosisce molto: cosa indica la parola “Amevox”?

Ciao! Amevox nasce dall’unione di “anima” e “voce”: rappresenta la voce profonda e autentica che viene dall’interno. “Ame” significa anche “anima” in francese e “pioggia” in cinese, simboli di vita e purificazione. È quel luogo interiore dove si incontrano vulnerabilità e forza, e da cui prende vita la musica. Il titolo racchiude il cuore del progetto: ascoltare e dare spazio a quella voce che spesso resta nascosta.

Un EP può spesso essere un modo per sperimentare nuovi suoni o approcci, magari in vista di un disco più corposo. In che relazione sta questo EP con i tuoi lavori passati ed eventualmente con quanto hai in progetto per il futuro?

Quest’EP è un punto di partenza e allo stesso tempo una sperimentazione. Rispetto ai lavori passati, Amevox segna una ricerca più profonda di equilibrio tra elettronica e cantautorato. È un laboratorio di suoni ed emozioni che mi prepara a un progetto futuro più ampio. Sto esplorando il mio suono vivo e mi lascio guidare dagli stimoli, pronto a sviluppare nuovi percorsi musicali.

I quattro brani sembrano una riflessione sui rapporti umani, sia quelli fra due persone sia quelli fra una persona e sé stessa. Quanto c’è di autobiografico in quello che scrivi e quanto invece è osservazione/riflessione sulle vite degli altri?

Nei miei brani c’è sempre una base autobiografica forte, perché parto dalle mie esperienze ed emozioni più sincere. Però cerco anche di osservare e riflettere sulle dinamiche che vivono gli altri, trasformandole in racconti universali. Questo mix rende le canzoni più aperte, capaci di parlare a chiunque si riconosca nelle sfumature dei rapporti umani.

Credi che crescere nella città di Venezia abbia avuto una qualche influenza su come suonano i tuoi brani, anche eventualmente quelli di Amevox?

Sì, crescere a Venezia ha influenzato molto il mio modo di fare musica. La città, con la sua atmosfera sospesa e i suoi contrasti tra bellezza e fragilità, si riflette nelle mie sonorità e nei temi che tratto. Anche in Amevox c’è quella sensazione di equilibrio precario, di luce e ombra, che Venezia mi ha insegnato a riconoscere e raccontare.

Che artisti stavi ascoltando mentre componevi i brani di Amevox? Credi che qualcuno possa aver influito, consciamente o inconsciamente, sulle canzoni?

Durante la composizione di Amevox ascoltavo molto Hozier, Leif Vollebekk e alcuni artisti della scena internazionale. Cerco un suono più internazionale, ma ovviamente la tradizione cantautorale italiana, con artisti come Lucio Dalla, rimane una grande fonte d’ispirazione. Questi ascolti hanno influenzato il mio modo di mescolare atmosfere intime e sonorità più ampie.

Come pensi che si tradurranno questi brani una volta suonati dal vivo? Hai già avuto modo di sondare il terreno con alcuni di questi?

Dal vivo voglio che i brani mantengano quella tensione tra fragilità e presenza che hanno in studio, ma con un’energia più diretta e spontanea. Ho già fatto qualche prova e sento che la dimensione live amplifica l’emozione e crea un contatto più immediato con il pubblico. Sto lavorando per trovare l’equilibrio giusto tra suoni elettronici e voce, rendendo ogni performance unica e autentica.

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