Gli album di gennaio 2025: Vukovi, Stick to Your Guns, Lambrini Girls & more

Vukovi – My God Has Got a Gun
Da quando sono emersi sulle scene con il disco d’esordio self-titled del 2017 e il suo rock alternativo piuttosto vivace ed energico, i Vukovi hanno avuto via via un’evoluzione che li ha portati a piccoli passi a diventare una band post-hardcore in toto, pur con pesanti inserti elettronici e con la heaviness addolcita dal cantato femminile di Janine Shilstone. Il loro quarto album non cambia sostanzialmente il sound del duo scozzese, che è appena appena più cattivo di quanto udito sul predecessore Nula (2022), ma rappresenta un ulteriore scalino in più per la crescita della band, soprattutto per le canzoni che sanno essere ulteriormente memorabili già dai primi ascolti e per la produzione più imponente e ambiziosa.
Stick to Your Guns – Keep Planting Flowers
Album numero otto per gli Stick to Your Guns, che da Pure Noise passano a Sharptone ma non cambiano sostanzialmente il proprio sound. Keep Planting Flowers è un disco metalcore scatenato e aggressivo, influenzato sicuramente dall’hardcore, con qualche ritornello pulito ma anche un po’ di pezzi con soli scream. La band californiana esplora occasionalmente sonorità più sperimentali, come nella title track, ma Keep Planting Flowers resta essenzialmente un disco che punta tutto sull’energia. Un po’ quello che forse molti fan avrebbero voluto dagli Architects negli ultimi dischi. Da notare in chiusura di album anche le collaborazioni con Terror e SeeYouSpaceCowboy, una sorta di chiusura del cerchio generazionale di questo genere.
Lambrini Girls – Who Let the Dogs Out
Esordio sulla lunga distanza per le Lambrini Girls, duo di Brighton che sta prendendo d’assalto la scena punk britannica. Quello di Phoebe Lunny e Lilly Macieira è un hardcore punk incazzato e molto urlato, che non bada davvero alla musicalità e all’aspetto catchy ma solo alla rabbia da scagliare nelle orecchie dell’ascoltatore e al commento socio-politico che pervade tutti i brani: le Lambrini Girls se la prendono con la polizia, evidentemente misogina e razzista in Inghilterra come lo è quella italiana, con il maschilismo tossico, con i figli di papà che comprano la propria fama nell’industria musicale, con la gentrificazione… tra il cantato sù di giri e il pesante accento inglese non è sempre scontato per un non madrelingua comprendere bene i testi di questo disco, motivo per cui consigliamo anche un ascolto con i testi sottomano.
Mogwai – The Bad Fire
Quella dei Mogwai è una carriera che ormai si può definire leggendaria. Attiva da quasi trent’anni, la band scozzese è all’undicesimo disco, è probabilmente una delle tre band post-rock più popolari e influenti al mondo e da anni contribuisce alla scena musicale gestendo la propria etichetta (Rock Action) che lancia svariati artisti più o meno vicini al genere del gruppo. The Bad Fire è un disco di dieci canzoni ma che ovviamente dura un’ora, fra brani dalla costruzione progressiva, passaggi vicini all’ambient e chitarre spaziose su ritmi imponenti. Ci sono pure un paio di brani cantati, anche se non vi diciamo quali perché vogliamo farvi ascoltare il disco per scoprirlo. L’opera è ambiziosa ma anche “pop” per quanto possa esserlo un genere da ascolto concentrato e attento come il post-rock.
L.S. Dunes – Violet
Visto che i rispettivi progetti non erano evidentemente abbastanza, Anthony Green dei Saosin, Frank Iero dei My Chemical Romance, Travis Stever dei Coheed and Cambria e Tim Payne e Tucker Rule dei Thursday nel 2022 hanno pensato di dar vita a un supergruppo, pubblicando il disco Past Lives. Gli L.S. Dunes ora arrivano con un secondo lavoro, che vede confermato il sound emo della band, con influenze post-hardcore e la bellissima voce iper-riconoscibile di Green. Al timone della produzione l’ormai onnipresente Will Yip, che compare dovunque ci sia scritto “emo”. I testi sono quelli sofferti di Green, che derivano da un vissuto complicato che viene fuori per intero.
Ditz – Never Exhale
Avendo aperto il recente tour degli Idles e provenendo dall’Inghilterra, è molto facile per una band come i Ditz essere inserita nel grande calderone del post-punk. E volendo ben vedere ci sarebbe anche qualche ragione di associare quest’etichetta al gruppo di Brighton, ma la realtà che ci presenta Never Exhale, il secondo album del quintetto, è che il post-punk è solo un’influenza, forse anche inevitabile per un gruppo britannico negli anni 2020. Quello che salta all’orecchio è che i Ditz ci vanno giù pesanti: il loro è un rock cattivo, oscuro e possente, molto vicino al post-hardcore per la rabbia delle chitarre e dei bassi ma pure con echi noise che rendono l’ascolto più ingarbugliato, complesso, ma proprio per questo affascinante.
Circa Waves – Death & Love pt. 1
Sesto album per i puntualissimi Circa Waves, che dal 2013 pubblicano sostanzialmente un disco ogni due anni precisi. La band inglese su Death & Love pt. 1 (che presuppone l’esistenza di una pt. 2 più avanti? Per ora non lo sappiamo) mette in mostra un indie rock sicuramente molto britannico, ma l’album segue un andamento piuttosto curioso: i primi brani sono scatenati, con un’energia quasi punk da pogo sottopalco, poi il disco decelera man mano arrivando a una fase intermedia con tranquille ballad indie un po’ beatlesiane, per poi imprimere una nuova sferzata al ritmo nei due brani finali. Ci piace pensare a questo disco come a un’opera da godersi dal vivo, rigorosamente in ordine di tracklist, con il pubblico che parte a tutta, riprende fiato a metà concerto e poi dà fondo a tutte le energie rimanenti per i pezzi finali della scaletta.
Eidola – Mend
Sesto album in quattordici anni di carriera per gli Eidola, band da un po’ di tempo ormai nel giro di Rise Records e da sempre in quello dei Dance Gavin Dance. E quest’influenza si sente eccome: Mend, il loro nuovo album, sembra un po’ una versione light dei DGD, cioè senza gli scream di Jon Mess e le chitarre distorte, ma con le influenze R&B sia nel cantato che nello strumentale e con i pattern di chitarra intricati. Guarnisce il tutto un po’ di ambient soffuso di misticismo, come si può vedere pure dalla copertina del disco. Un album non necessariamente immediato, che potrebbe richiedere qualche ascolto aggiuntivo.
Anna B Savage – You & I Are Earth
Anna B Savage non è irlandese, ma da qualche tempo si è stabilita nella migliore delle due grandi isole al di là della Manica. Il rapporto con l’Irlanda è proprio il tema centrale del suo nuovo disco (scelta che magari sfrutta anche la ritrovata popolarità di questa nazione nella cultura pop contemporanea), un raffinatissimo lavoro dove a prevalere sono le sonorità lente, spaziose e delicate di una cantautrice e la sua chitarra, pur con una discreta ricchezza e diversità negli arrangiamenti dei brani che di volta in volta assumono un tono più full band o un tocco vicino al folk.
Grayscale – The Hart
Liberi da vincoli contrattuali per la prima volta dal 2016, dopo la fine dell’accordo con Fearless Records, i Grayscale pubblicano il loro quarto album da indipendenti, e l’approccio DIY sembra aver giovato al gruppo di Philadelphia, che sugli ultimi dischi si era un po’ appiattito su un pop che scimmiottava i The 1975. The Hart vede il ritorno del rock nella musica dei Grayscale, che sebbene restino ben lontani dal pop punk degli esordi, adottano un sound più energico, più suonato, che sembra derivare da una nuova linfa nelle vene della band.
Liza Lo – Familiar
Non ci sono moltissime informazioni su Liza Lo online, ma sappiamo che vive a Londra e che molto probabilmente è olandese (vedendo il suo vero cognome e i nomi di alcuni dei suoi collaboratori). Dall’accento risulterebbe comunque impossibile capirlo, visto che la cantautrice sfoggia un perfetto accento da madrelingua inglese e addirittura un impeccabile spagnolo in Confiarme, probabilmente la canzone più bella di questo suo disco d’esordio. Eh, sì, perché anche se le canzoni farebbero pensare a un’artista navigata, Liza Lo è appena agli inizi della sua carriera. Il suo è uno stile cantautorale delicato e raffinato, ritmi lenti, strumentazione semplice (una chitarra e un piano solitamente), atmosfere intime e malinconia ma non priva di una certa verve più leggera e frizzantina all’occasione. Da tenere d’occhio a strettissimo giro.
Zzzahara – Spiral Your Way Out
Terzo album per Zzzahara, artista di base a Los Angeles con origini messicane e filippine. Spiral Your Way Out è un disco che si muove essenzialmente fra indie rock e indie pop, ricordando molto da vicino lo stile che ha portato alla fama Tegan and Sara ma anche, scendendo più nell’underground, quello delle prime uscite di John-Allison Weiss, anche se il riferimento ufficialmente dichiarato è quello ai primi Title Fight, specialmente per i testi ma anche per un retrogusto shoegaze che permea alcuni brani. Le canzoni ad ogni modo funzionano molto bene per l’immediatezza delle melodie e l’accessibilità del sound.
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