Phoebe Bridgers torna dopo sei anni di silenzio con il singolo Lost Boys

Sei anni di silenzio è un tempo quasi folle nell’industria discografica di oggi (dove “gli artisti non possono permettersi di aspettare tre anni tra un disco e l’altro”, come disse lo squallido capo di Spotify tempo addietro), ma in alcuni casi un digiuno così lungo può anche avere una funzione benefica, creare un’aspettativa altissima, quasi un alone misterioso e leggendario attorno all’artista: pensate ai Brand New che hanno lasciato passare otto anni tra Daisy e Science Fiction, alimentando artificialmente speculazioni e discussioni.
Nel caso di Phoebe Bridgers ci sembra che sia andata proprio così: nel 2020 l’artista californiana pubblicava il suo secondo disco Punisher ed era un’artista quasi underground apprezzata dagli appassionati più attenti; sei anni dopo è una popstar a tutti gli effetti, grazie al successo di quell’album, grazie alle sue comparsate nella cultura pop e grazie anche al progetto Boygenius che nel 2023 ha fatto incetta di Grammy e sold out dovunque.
L’attesa per il suo nuovo album era insomma alle stelle, e ora abbiamo finalmente un po’ di dettagli: il disco si chiamerà Lost Weekend, uscirà il 14 agosto per Dead Oceans (etichetta che ha sempre seguito Phoebe e con la quale Phoebe ha anche aperto una label sussidiaria chiamata Saddest Factory) e sarà il preludio a un tour mastodontico andato sold out istantaneamente in ogni angolo del mondo tranne l’Italia che non è nemmeno inclusa nell’itinerario. Tour che peraltro ha portato un bel po’ di critiche all’artista a causa della decisione di ricorrere al dynamic pricing, quella pratica scorretta e antipatica in base alla quale i prezzi salgono a dismisura se i biglietti sono molto richiesti, cosa che ha portato certe persone a spendere fino a 300 o 400 dollari per assicurarsi l’ingresso per uno dei suoi concerti -in risposta alle critiche, Phoebe e Ticketmaster hanno poi deciso di effettuare rimborsi parziali ai fan che avevano speso cifre folli. Evidentemente una conseguenza della fama raggiunta da Phoebe.
Il primo singolo del nuovo album è questo Lost Boys, che arriva con una lista di collaboratori, produttori e co-autori da fare invidia a uno scontrino dell’Esselunga (altro sintomo della dimensione di star raggiunta dall’artista). Tra questi ci sono Jack Antonoff, produttore pigliatutto con la straordinaria abilità di rendere noioso qualsiasi brano su cui metta mano, il comico e amico Bo Burnham, il “cocco degli indie kids” Alex G, così come collaboratori storici di Phoebe come Christian Lee Hutson ed Ethan Gruska, e le altre due Boygenius Julien Baker e Lucy Dacus che partecipano nei cori.
Lost Boys sembra una sorta di ibrido, un tentativo di conciliare le sonorità tipiche di Phoebe Bridgers -quelle che l’hanno portata al successo- con quelle che dovrebbe avere una popstar di oggigiorno: nelle strofe ritroviamo il cantato, i testi e l’intimità che fanno ormai parte della comfort zone di Phoebe (ma anche di noi fan), mentre il ritornello punta unicamente a essere orecchiabile. È sicuramente un brano molto pop, forse anche un po’ troppo (Phoebe Bridgers sulla carta non dovrebbe essere Taylor Swift, anche se poi la possibilità di evolvere la propria carriera esiste sempre e sotto certi punti di vista appare pure legittima), che viene salvato dal cantato di Phoebe -la parte più bella del brano non per nulla ci sembra il bridge, in cui produzione e strumentazione vengono ridotte al minimo e lasciano spazio solo alla voce. Un brano che ad ogni modo andrà anche valutato all’interno del contesto più ampio del disco, dove dovrebbe occupare la seconda posizione nella tracklist.
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