Gli album italiani del mese: Noday, Minerva, Leaving Venice & more

I dischi italiani usciti nelle ultime settimane, fra cui Solo stare solo dei Noday, canUrelate? dei Minerva, Price of Caring dei Leaving Venice e Gli Spaghetti non si spezzano vol. 1 degli Spaghetti Spezzati.
Noday – Solo stare solo
Solo stare solo è il primo sforzo discografico dei Noday, band emiliana fortemente influenzata da sonorità shoegaze e grunge di ispirazione americana (anche se la prima traccia, 30 gradi, si apre con quello che sembra un tributo al riff di Bela Lugosi’s Death dei Bauhaus). L’EP si compone di cinque tracce molto energiche sotto il profilo musicale, con chitarre distorte, riverberi e fuzz che sostengono linee vocali dolci e sussurrate, regalando al lavoro sapore di universo “sospeso”, onirico e soprattutto tremendamente malinconico. E proprio la malinconia, quella sensazione di spaesamento di fronte al tempo che passa e alla solitudine della pandemia, sta alla base anche di tutte le liriche dell’allbum. Occhiali da sole, già pubblicata come singolo, è senza alcun dubbio la traccia migliore dell’intero lavoro. [Riccardo Provasi]
Minerva – canUrelate?
Uscito in collaborazione con Dissonance e distribuito da Believe, canUrelate? è l’EP di debutto dei Minerva, gruppo varesino “prog pop”, come amano definire la loro musica alternative rock “che mescola emo, elettronica e pop”. Il disco si cinque tracce caratterizzate da sonorità piene e ben studiate in ogni loro accezione, armonicamente interessanti e vivaci nella loro evoluzione. Dentro si incontrano Muse, fusion, alternative rock pesante e leggero, accenni di scream nelle linee vocali, commenti al microfono come rottura della quarta parete e tantissime intuizioni musicali, servite egregiamente da un’ottima padronanza tecncia da parte di tutti i musicisti. Che dire: un ottimo album, composto da solo ottimi brani. [Riccardo Provasi]
Leaving Venice – Price of Caring
I Leaving Venice, formazione dreamgaze piacentina, hanno pubblicato Price of Caring, loro album di debutto. Otto le tracce, caratterizzate da una sonorità che unisce gli stilemi tipici dello shoegaze con la morbidezza del dream pop, in un’accattivante alchimia di batterie dritte, secche e decise, muri di chitarre distorte affogate in reverb ed effetti vari e una voce sospirata, ma presente. Particolarmente apprezzate sono le tracce Zebra, Emotional Guy e Second Time, in cui la cifra stilistica del gruppo si esprime appieno, per quanto concerne sia i testi, profondi e incentrati sul lato emozionale dell’animo umano, quanto ovviamente sotto il profilo musicale. Consigliato sia l’album che il gruppo, che live potrebbe regalare ottime soprese. [Riccardo Provasi]
Spaghetti Spezzati – Gli Spaghetti non si spezzano, vol. 1
Atterrati a Torino direttamente dall’universo dell’indie, i simpaticissimi Spaghetti Spezzati sono usciti col loro nuovo EP, Gli Spaghetti non si spezzano vol.1. I testi bizzarri ma intelligenti e le linee vocali mai banali sono sorrette lungo tutto l’album da sonorità sempre diverse, che spaziano dall’indie pop più morbido delle tracce d’apertura e di chiusura, Niente e Le serie di Netflix (dove sottolineano la dura verità, che nella musica “il talento non esiste, esistono solo i contatti”) ad atmosfere più cupe e hard come Noi dei mai o più rock di Non ho paura (che nella seconda parte sorprende non poco). Cosa può mancare? Ma ovviamente la cover del tema de L’uomo tigre, intimissima, accompagnata da una sognante e morbida chitarra acustica e cori strampalati. [Riccardo Provasi]
Human Tapes – Impronte
Gli Human Tapes tornano con un nuovo album, Impronte, definite come “segni unici e inconfutabili, tracce che raccontano chi siamo e la nostra storia”. La dimensione personale e quotidiana sta alla base delle otto tracce che compongono il disco, caratterizzate da sonorità tra il soul e l’R&B sempre in chiave contemporanea. I brani scorrono bene per tutta la durata dell’album, che si rivela sostanzialmente ben prodotto e bilanciato nei suoni e nelle scelte musicali. Manca forse un pizzico di personalità, caratteristica che potrebbe far decollare gli Human Tapes, dato che dimostrano già gusto, buona preparazione tecnica e interesse nell’esplorare più generi e influenze musicali. [Riccardo Provasi]
Roberto Casanovi – Al centro di tutto, lontano da tutto
Al centro di tutto, lontano da tutto è la traduzione di un’estate in frantumi racchiusa in un EP che rifiuta la sintesi e abbraccia la contraddizione. È il racconto di uno scarto improvviso: dall’illusione di essere dentro le cose al brusco ritorno alla distanza, tra dispersione, paura e immobilità. Un lavoro che non cerca coerenza, ma prova a restare dentro il presente disordinato dell’oggi, senza addomesticarlo. Il suono si muove su coordinate indie-rock lo-fi, claustrofobico e trattenuto, dove la voce smorzata diventa parte stessa dello smarrimento. Le canzoni emergono come frammenti di memoria tramite immagini quasi incidentali, tenute insieme da una tensione costante tra rassegnazione e resistenza. In questo equilibrio instabile, Casanovi racconta relazioni disfunzionali, spazi urbani che si svuotano e un senso diffuso di inadeguatezza che attraversa tutto il disco. Ma è proprio quando sembra prevalere la chiusura che si apre uno spiraglio: Lontano da tutto chiude l’EP con un crescendo più luminoso, un momento corale che incrina l’idea di impotenza e lascia intravedere una possibilità di partecipazione. Al centro di tutto, lontano da tutto abita il teatro attuale: esposto, imperfetto, ancora vivo.
Amado – Barravento
Con Barravento, Amado compie un passo netto rispetto all’esordio, abbandonando le coordinate più immediate di Riviera Airlines per entrare in un territorio più riflessivo, stratificato e consapevole. Più che cercare di colpire fin dal primo ascolto, Barravento è un lavoro che preferisce insinuarsi lentamente, costruire una relazione nel tempo. Fin dalle prime tracce si percepisce una direzione chiara: meno forma-canzone tradizionale, più costruzione di ambienti. Le produzioni, eleganti e mai invasive, mescolano elettronica e suggestioni pop con una delicatezza quasi sospesa, creando un equilibrio tra pieni e vuoti che diventa la vera cifra del disco. Lungi dalla volontà di eccedere, ogni elemento sembra calibrato per lasciare spazio all’ascolto. Il vero salto però sta nella scrittura. Barravento è un album profondamente introspettivo, ma non confessionale in senso classico: Amado preferisce suggerire piuttosto che dichiarare, evocare più che spiegare. I testi si muovono in una dimensione sospesa, dove identità, trasformazione e senso di dislocazione diventano temi centrali, senza mai trovare una risoluzione definitiva. Questa scelta, se da un lato rappresenta il punto di forza del disco, rendendolo coerente, compatto e riconoscibile, dall’altro può risultare anche il suo limite. La tensione rimane spesso trattenuta, le esplosioni emotive sono rare, e l’ascolto richiede una certa disponibilità a entrare in un flusso più contemplativo che narrativo. Ma è proprio qui che Barravento trova la sua identità: nella rinuncia all’impatto immediato in favore di una profondità più silenziosa. In un panorama sempre più orientato alla velocità e alla visibilità, Amado sceglie una strada opposta: rallenta, si nasconde quasi. E così facendo costruisce un disco che punta a essere duraturo.
Giuseppe D’Alonzo – Clues
Clues è il nuovo disco del cantautore pescarese Giuseppe D’Alonzo. L’album si apre con Siviglia, intro strumentale dal sapore ispanico guidata dalle chitarre acustiche che accoglie bene l’ascoltatore e lo traghetta verso il rock fuso a blues e pop delle tracce successive. Otto i brani in inglese e due in italiano, caratterizzati da testi introspettivi, un sound vicino a sonorità brillanti di artisti come John Mayer e James Blunt e un timbro vocale caldo e accogliente. Tra tutte, spicca senza dubbio Last Lap in the Sun, ballad acustica dal sapore blues nostalgico in chiaro stile “mayeriano”. In conclusione, Clues si presenta forse un po’ sbilanciato verso gli alti nel mixaggio finale, ma siamo in ogni caso in presenza di un buon album. [Riccardo Provasi]
G.em – Corponuovo
C’è un modo più profondo e forse fedele di attraversare CORPONUOVO, l’EP di g.em: non leggerlo come una raccolta di canzoni, ma come un archivio emotivo in continua trasformazione. In questo senso, il corpo diventa il vero centro simbolico del progetto. Non è una superficie da definire né un’identità da affermare, semmai uno spazio poroso, attraversato da lingue, relazioni, luoghi e versioni diverse di sé. Tutto entra, tutto lascia tracce, ma niente resta davvero intatto. È un corpo stratificato, tra passato e presente, distanza e vicinanza, radicamento e movimento. Le canzoni riflettono esattamente questa logica. Più che raccontare storie, costruiscono una rete di immagini e sensazioni che emergono e scompaiono, come frammenti di memoria che non vogliono essere fissati. Anche il suono segue questa tensione. Le strutture sono leggere, mai completamente definite, e l’incontro tra elementi acustici ed elettronici non produce un equilibrio stabile, ma un continuo slittamento. Ogni scelta sembra pensata per lasciare spazio, per mantenere il movimento, per evitare che il discorso si cristallizzi. È proprio qui che CORPONUOVO trova la sua forza più sottile. In un panorama che tende a fissare identità e a rendere tutto immediatamente leggibile, g.em sceglie di restare nel passaggio, di abitare una dimensione in cui il cambiamento non è un problema da risolvere ma una condizione da accogliere. Il corpo-archivio che emerge da questo EP non restituisce mai una versione definitiva di sé, ma continua a riscriversi, traccia dopo traccia, esperienza dopo esperienza. E forse è proprio questo il gesto più radicale del disco: non dire chi siamo, ma accettare fino in fondo di essere tutto ciò che ci ha attraversati.
Luca Cescotti – Mobili credenze
In un’epoca in cui la musica sembra esistere solo se compare in una playlist, Mobili credenze di Luca Cescotti sceglie un’altra strada. Il disco non è disponibile su Spotify, e non si tratta di una semplice scelta distributiva ma di una presa di posizione precisa: rifiutare un sistema che, secondo il cantautore, impoverisce il lavoro degli artisti e appiattisce l’ascolto dentro la logica dell’algoritmo. Questa decisione finisce inevitabilmente per colorare tutto il progetto, trasformando l’album in qualcosa che va cercato e ascoltato con intenzione, fuori dal flusso automatico dello streaming. Ma la dimensione politica è solo una delle chiavi di lettura di Mobili credenze. Il disco – sette brani per poco più di venti minuti – mostra un autore che lavora con grande attenzione sugli equilibri tra scrittura e suono. Cescotti costruisce un universo musicale che parte dalla canzone d’autore ma si apre a soluzioni timbriche più ampie: chitarra acustica e voce convivono con Rhodes, synth e chitarre elettriche, mentre strumenti meno usuali nel pop come la viola da gamba rivelano la sua formazione nella musica antica. Il titolo stesso suggerisce il senso del progetto. I mobili e le credenze sono oggetti domestici, apparentemente immobili; qui invece diventano metafora di qualcosa che cambia posizione, di convinzioni che si spostano nel tempo. È proprio questo movimento, discreto ma continuo, a guidare l’ascolto: le canzoni si sviluppano senza cercare scorciatoie melodiche o ritornelli immediati, preferendo atmosfere stratificate e un andamento quasi narrativo. Autoprodotto e registrato tra Veneto e Lombardia, Mobili credenze conferma la volontà di Cescotti di mantenere un controllo totale sul proprio lavoro, dalla scrittura alla diffusione. In un panorama musicale sempre più veloce e saturo, il disco sceglie la via opposta: pochi brani, molta cura, e la decisione di stare consapevolmente ai margini dell’economia dello streaming. Un gesto che può sembrare piccolo, ma che finisce per dare all’album un’identità precisa, coerente e sorprendentemente rara.
Virginia from J – Nella corrente
Nella corrente suona davvero come qualcosa che finalmente viene a galla dopo essere rimasto sommerso a lungo. E questa sensazione si sente tutta. I tre brani hanno un’urgenza sottile, mai gridata, ma costante. Il suono si muove tra alt-pop e alt-rock senza mai diventare troppo levigato, mantenendo anzi una leggera ruvidità che lo rende credibile. La cosa che funziona di più è l’atmosfera, con una costante tensione tra apertura e introspezione che tiene insieme tutto l’EP. Un esordio che non cerca scorciatoie e proprio per questo incuriosisce parecchio su cosa potrà arrivare dopo.
Under One Hundred – Stato instabile
Da Vicenza arriva Stato Instabile, il primo EP degli Under One Hundred, trio di artisti vicentini nato nel 2024 con l’intento di creare un sound capace di unire il rap tradizionale col cantautorato e la musica elettronica. L’EP si apre con Siamo solo persone, brano energico e aggressivo che si lega ai successivi Ansia e Sto nel deserto, mentre tracce come Ne vale la pena e Lividi & Brividi denotano un legame più stretto con i canoni hip hop. In generale, gli Under One Hundred nel loro primo EP suonano ancora un po’ come acerbi, a tratti stereotipati, e senza proporre un brano che possa convincere più degli altri. [Riccardo Provasi]
Dear Bongo – All the Good-Hearted People Have a Dumb Face
Il secondo album dei Dear Bongo (il primo era stato Unfulfilled, uscito nel 2024) non è per niente il tipo di roba che ti accoglie a braccia aperte. Al contrario, ti prende e ti tiene lì in tensione dall’inizio alla fine. È un album carico di energia nervosa, irregolare, che ogni tanto sembra sul punto di esplodere. Dentro c’è tanta voglia di sperimentare, e si sente. I pezzi sono elaborati, pieni di spigoli, con suoni ruvidi che non cercano mai di essere facilmente digeribili. Anzi, spesso sembra proprio che il disco voglia metterti a disagio, alimentando una specie di ansia di fondo che non si risolve mai davvero. I Dear Bongo non ti semplificano nulla, non ti offrono appigli facili e, alla fine dell’ascolto, All the Good-Hearted People Have a Dumb Face ti rimane impregnato addosso come un tessuto scomodo, che ti rende irrequieto, ed è proprio questo a renderlo estremamente interessante.
Colla – Finiremotuttiafarcimale!
La cosiddetta Veneto Wave non è semplicemente una nuova ondata musicale, ma un immaginario più ampio che attraversa linguaggi diversi e restituisce un ritratto della pianura veneta come spazio emotivo prima ancora che geografico. È una narrazione che passa dalla letteratura di Giulia Scomazzon, capace di raccontare città come Treviso attraverso dipendenze, marginalità e quotidianità opache, fino al cinema de Le Città di Pianura, con Pierpaolo Capovilla, che traduce in immagini una provincia sospesa tra disincanto e densità umana. In questo ecosistema culturale, anche realtà come Dischi Sotterranei hanno avuto un ruolo fondamentale nel dare continuità e struttura sonora a una sensibilità già diffusa. Dentro questo contesto, Finiremotuttiafarcimale! dei Colla non rappresenta una novità, ma una riemersione naturale. La band, attiva da anni nella scena, torna oggi a essere letta attraverso una lente diversa: non più solo come realtà isolata del rock ruvido e diretto, ma come tassello coerente di un racconto più ampio che oggi trova finalmente un nome. Il disco non cerca aperture, contaminazioni o ammiccamenti contemporanei. Al contrario, insiste su una forma sonora compatta, essenziale, costruita su chitarre abrasive e strutture lineari che privilegiano urgenza e tensione. È un lavoro che non concede alleggerimenti né deviazioni, e proprio per questo si inserisce perfettamente in quella sensibilità “di pianura” che caratterizza la Veneto Wave: un’estetica del reale, senza filtro, dove la coerenza vale più della trasformazione. In questo senso, i Colla non diventano nuovi, ma riconosciuti. Il loro suono ostinato, diretto oggi si incastra in una narrazione più ampia che unisce musica, cinema e letteratura sotto una stessa tensione emotiva. Finiremotuttiafarcimale! non è quindi un punto di svolta, ma una conferma: esisteva già una scena prima che venisse nominata, e i Colla ne erano una delle sue forme più solide e radicali.
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