Gli album italiani del mese: Jaguero, Marcovaldo, Rope & more

Jaguero
Foto di David Sarappa

 

Jaguero – Make Me Feel Alive Again

Dopo i due EP Worst Weekend Ever (2022) e New Love (2023), è finalmente arrivato il momento del primo album sulla lunga distanza per i Jaguero, tra le migliori punk band italiane di questo decennio. Make Me Feel Alive Again esce per l’etichetta Anchors Aweigh e sembra un po’ la sublimazione del percorso che la band vicentina ha compiuto sin qui: quello che propongono i dieci brani è un punk rock spruzzato di hardcore, potente e upbeat, con ritornelli ampi e trascinanti e riff di chitarra che sono già pronti per scaricare tutta la propria energia su qualche palco gigante -proprio come i Jaguero hanno fatto al Low-L Fest nel 2024, quando avevano dimostrato che non serve per forza guardare all’America per sentire queste grandi produzioni.

Marcovaldo – Racconti brevi

Ormai l’abbiamo capito: questi sono anni fuori controllo, in ogni senso. Qualche volta però anche in senso buono. Ed ecco che senza alcun preavviso tornano i Marcovaldo, storica band riminese che da Ripetizioni, uscito nel 2017, era rimasta in silenziosa quiescenza. Racconti brevi, pubblicato per To Lose La Track e Gud Serben, è un gustoso mix di chitarre sognanti e urla disperate, in pieno stile emo/pop punk, in cui lasciarsi trasportare e cullare, pienamente coscienti della sua anima profondamente nostalgica e retro. Le dieci tracce (più una brevissima Prefazione) scorrono bene, negli auricolari quanto nelle emozioni e nelle immagini che riescono a evocare. Difficile selezionare qualcosa nello specifico: Racconti brevi è una piccola raccolta di cartoline che hanno senso solo insieme, ascoltate una dopo l’altra, immaginandosi che il mondo non sia così tanto disperato come sembra. [Riccardo Provasi]

Rope – For All the Marbles

A sei anni dall’esordio con Crimson Youth, i Rope tornano a farsi sentire, e possiamo subito dire che l’attesa è ampiamente ripagata. Il gruppo torinese, formato anche da ex membri di The Ponches e Tutti i Colori del Buio, propone un secondo disco da sette tracce per 25 minuti di musica tra post-hardcore e hardcore punk con una forte componente anni 2000, ma che suona attualissima non solo perché siamo in piena fase di riscoperta di quel decennio, ma anche per la produzione affilata e carica a molla e per l’energia che la band mette in ognuno dei brani -che si traduce in chitarre potenti e un cantato che sfocia spesso e volentieri nell’urlato. Ci immaginiamo un concerto dei Rope cattivo ed entusiasmante come uno degli House of Protection, che abbiamo avuto la fortuna di vedere allo scorso Low-L Fest, mentre il disco ci ricorda in più passaggi le sfuriate che i Brand New hanno piazzato in un album come Daisy.

Pastel – A Lovers Manifesto

I Pastel hanno fatto parte del sottobosco emo italiano fin dai primi anni 2010; avevano pubblicato un disco, L’acchiappanuvole, nel 2015, e avevano partecipato allo “splittone” a quattro con Regarde, Saudade e Marmore che era un gran bel lavoro. Poi un lungo silenzio, interrotto finalmente adesso con l’uscita di questo mini-album / maxi-EP intitolato A Lovers Manifesto. Il disco è presente su tutte le piattaforme di streaming tranne che su Spotify, per scelta della band. Una scelta che, in base a quanto dichiarato dal gruppo, sembra avere in primis a che fare con le logiche distorte introdotte nel mondo musicale da Spotify, a partire dai famigerati numeri che indicano il numero degli stream di ogni brano e di ogni artista, dividendo artisti e canzoni in “popolari” e “sfigati” e concentrando tutta l’attenzione su quanti ascoltatori un artista ha invece che su quanto le sue canzoni sono meritevoli.

Considerazioni socio-economico-politiche a parte, il sound dei Pastel si posiziona su un emo math che abbraccia idealmente il Midwest emo degli anni ’90 e l’emo revival dei primi anni 2010 -due generi che in ogni caso erano già parecchio imparentati fra loro. I sei brani sono quasi interamente strumentali, con arrangiamenti essenziali ma riff di chitarra intricati, in vero stile math, e pochi vocals di gruppo ad accompagnare parti selezionate di alcune canzoni. L’idea è probabilmente quella di avvicinarsi il più possibile al sound che la band ha dal vivo o nella saletta prove, il che non ci spiace affatto in un genere che meno è costruito più suona vero e sincero. Certo, devono piacerti le cose principalmente strumentali.

I Gini Paoli – Arriviamoci

I Gini Paoli firmano un lavoro nato da una febbre collettiva più che da un progetto lucido. Arriviamoci non è un concept, è piuttosto una catarsi scomposta, una dub iperattiva attraversata da percussioni tropicali e tensioni nervose che raccontano la crisi r-esistenziale di un presente in affanno. Un disco che cerca il sabotaggio sistematico dell’ordine stesso. I brani si muovono come intercettazioni emotive su un campo di battaglia contemporaneo: parlano di potere, lavoro, stanchezza e illusioni vendute come rivoluzioni. Tra jam session nate senza filtri, l’EP salta da sconsigli di investimento in Cryptoguru, da una stasi politico-sociale soffocante in Le mani sulla città alle derive tropicali e stranianti di Cousteau, passando per la dub irriverente di Controra. La chiusura con Siesta permanente è una fuga surreale, una festa rubata che sa di resa apparente e resistenza sotterranea. Il suono è volutamente instabile, sporco, senza filologia: un’eco lontana che oscilla tra groove e disorientamento, come se la band stesse inseguendo qualcosa che non vuole farsi afferrare. Arriviamoci si impone come un invito operativo: andare avanti, anche se stanchi, perché c’è ancora bisogno di fare rumore.

Itmi – Santa madre

Con Santa Madre, gli ITMI firmano un esordio che plasma relazioni, amicizie e legami familiari fino a farli vibrare di una nuova urgenza poetica. Il baricentro del suono si sposta verso un rock emotivo e cantautorale che non perde mai groove né identità. È un disco che crede nell’insieme e nel confronto, una scelta quasi sovversiva in questi tempi di cinismo diffuso. La scrittura si muove tra slanci, frenate, cadute e piccole rinascite. Vivere le emozioni con sincerità diventa un atto di resistenza rock: chitarre distorte, aperture melodiche, voce e sax che lavorano sul corpo degli arrangiamenti, rendendo ogni brano fisico oltre che narrativo. Il risultato è un equilibrio riuscito tra densità e ariosità, tra istinto e costruzione. Scarica e Rapido sono un ottimo biglietto da visita funky, mentre Fedifrago scava nelle crepe dei patti emotivi. La title track Santa Madre trasforma la malinconia della separazione in una primavera inattesa. Tra il tentativo di ordine di Riassumere, l’urgenza amorosa di Sangue e sale e l’esplosione collettiva di Insieme, il disco trova la sua traiettoria fino a Per ogni ragionevole dubbio, chiusura che è già dichiarazione d’intenti. Nel complesso Santa Madre è un disco che cammina accanto a chi ascolta per ricordarci che crescere non è un atto solitario, ma una ballo da proporre con il sorriso sulle labbra.

Eyes Be Quiet – Una stanza vuota

Fa quasi strano dirlo, ma gli Eyes Be Quiet arrivano da Brescia e suonano come se fossero nati tra Montréal e Brooklyn. Una stanza vuota è uno di quei dischi che sembrano provenire da un altrove preciso (nello specifico, la scena indie nordamericana) e invece prende forma qui dalle nostre parti, e senza nulla da invidiare a quel mondo. Anzi, il paragone con nomi come Blonde Redhead o Mac DeMarco non suona forzato: c’è la stessa cura per le atmosfere, lo stesso gusto per il non detto, la stessa capacità di costruire identità forti senza mai doverle dichiarare apertamente. Ma la vera chiave del disco è un’altra: gli Eyes Be Quiet fanno tutto questo senza mai mettersi in mostra. Una stanza vuota è un gran disco, ma resta sempre sottovoce, quasi defilato, con i suoi brani che si muovono lenti, trattenuti, costruiti su dettagli minimi e su una tensione emotiva tenuta sempre sul filo. Le chitarre sono liquide, sospese, le voci sembrano arrivare da una stanza accanto (vuota, magari) più che dal centro della scena. Certo, a volte questa scelta porta con sé una certa uniformità: i brani tendono a sfumare l’uno nell’altro, e l’assenza di picchi può disorientare chi cerca appigli più netti e riconoscibili. Ma è una coerenza voluta, quasi ostinata. E allora viene da pensarlo davvero: qualcuno dovrebbe far arrivare questo disco alle orecchie giuste, farlo circolare fuori dai confini.

Filippo Poderini – Dopamina

Dopamina è il secondo disco del cantautore e chitarrista umbro Filippo Poderini. Un album corposo in tanti sensi: 16 tracce; diversi sound compenetrati, dalla vaporwave (con glitch recuperati direttamente dai Pokémon), al cantautorato malinconico, a scenari più hard e cupi; tre collaborazioni tanto distanti quanto interessanti – Giorgio Canali, Maestro Pellegrini – Zen Circus, Young Signorino. Dopamina sembra partire incerto, con i primissimi brani non brillanti e produzioni meno sicure, ma proseguendo con l’ascolto l’album convince sempre di più per testi, musica e qualità sonora. Tracce migliori? L’acida e cupa Tutto Storto (feat. Young Signorino) e Limpido, sempre tra le più “oscure” del disco. Un buon album che sa offrire una definizione di “cantautore contemporaneo”. [Riccardo Provasi]

Johnson Mella – Cerco una vibe

Quattro le tracce di Cerco una vibe, ultimo EP di Johnson Mella. Cerco una vibe ha sound fresco, che abbraccia generi come soul e R&B, piacevolmente intrecciati con sound più pop e indie. L’EP si apre con Brown Sugar, traccia energica e sostenuta dal groove incessante del synth e che si lega magistralmente all’atmosfera più “chill” di Se io sono, in cui è la chitarra a dominare. Di altrettanto livello sono gli ultimi due brani, YGMM e Senza titolo, che vanno a completare questo breve, ma riuscito e completo, viaggio di Johnson Mella all’interno delle sonorità più “soul”. Vi piace Marco Castello? Siete nel posto giusto. [Riccardo Provasi]

Ennio Salomone – Terra e Caos

Pubblicato dall’etichetta LaPOP, l’ultimo disco di Ennio Salomone, Terra e Caos, è un piccolo angolo di cantautorato capace di unire la freschezza di una scrittura raffinata e coinvolgente con il calore della Sicilia (e Battiato che si respira lungo tutto il disco) che ribolle soprattutto nella seconda traccia, Lu piccatu.  Sonorità new wave, musica d’autore, strumentazione acustica ed elettronica ben intrecciate: Terra e Caos ospita al suo interno una varietà di generi non comune, dal rock “battiatico-radiusiano” di Le ragazze corrono e Alice sulla luna, al cantautorato più morbido di brani come De Sica, la già citata Lu piccatu e I posti non muoiono (e qui è Rino Gaetano a fare capolino tra le note). Un buon disco capace di incuriosire e sorprendere… e con una copertina a dir poco fantastica! [Riccardo Provasi]

xhellsantix – Disagio sociale

Disagio Sociale è il primo EP del cantautore emo/pop punk ×hellsanti×. L’album trasuda da ogni poro sonorità e tematiche della scena emo anni duemila, caratterizzata da chitarre veloci, melodie orecchiabili e di facile ascolto e testi malinconici che raccontano di amori finiti, sogni da rincorrere e affrontano la dialettica romantica dell’“io contro il mondo”. Disagio Sociale di per sé è un lavoro molto semplice, che fa leva anche sui classici cliché e su un autotune a tratti volutamente esagerato, che sembra rivolgersi più a chi è veramente legato a queste sonorità nello specifico che a un pubblico generalista. Milano Chiama, brano di apertura e primo singolo estratto dall’album, e la title track sono le tracce più convincenti. [Riccardo Provasi]

Roberto Montisano – Respirare la polvere

Con Respirare la polvere, Roberto Montisano firma un disco breve (quattro brani per poco più di un quarto d’ora) che si muove in punta di piedi, scegliendo la sottrazione, quasi verrebbe da dire il silenzio invece del rumore. Fin dalle prime tracce si percepisce una direzione chiara: Montisano costruisce un universo sonoro fatto di chitarre leggere, synth appena accennati e arrangiamenti essenziali. La produzione, volutamente “imperfetta”, evita qualsiasi patinatura e punta tutto sull’autenticità, lasciando spazio alle pause e alle sfumature emotive. Dal punto di vista della scrittura, Respirare la polvere è un lavoro profondamente introspettivo. I testi si muovono tra memoria e quotidianità, trasformando piccoli frammenti di vita in immagini sospese, mai completamente esplicitate. La “saudade” che attraversa i brani non è solo nostalgia, ma una tensione costante tra ciò che è stato e ciò che resta, tra distanza e appartenenza. Anche dal punto di vista musicale, il disco si colloca in un territorio ibrido, ma è proprio qui che emerge un aspetto centrale: per i tempi che stiamo vivendo, è sempre più riduttivo dividere le scene in “italiana”, “internazionale” o “portoghese”. Molto più interessante è pensare a un’unica costellazione di cantautori underground che cooperano e si influenzano a livello globale. In questo senso, Montisano diventa un esempio concreto di questa commistione, incarnando un modo di fare musica che supera le etichette geografiche e si muove liberamente tra sensibilità diverse. Questa coerenza estetica è senza dubbio uno dei punti di forza del disco, ma ne rappresenta anche il limite. Non ci sono veri scarti, né momenti di rottura: tutto resta contenuto, trattenuto, quasi sussurrato. L’ascolto scorre uniforme, senza picchi evidenti, e potrebbe lasciare la sensazione di un’emotività che non esplode mai del tutto. Eppure è proprio in questa scelta che risiede la sua forza più autentica. Respirare la polvere non è un disco che conquista al primo ascolto, né vuole esserlo. È un lavoro che si deposita lentamente, come suggerisce il titolo, lasciando tracce sottili ma persistenti. Un esordio sincero, delicato e controcorrente, che trova nella sua dimensione intima e senza confini il suo tratto più distintivo.


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