Intervista a Mariano Casulli

Con il suo nuovo album Bellissimi e infelici, Mariano Casulli torna sulla scena musicale con un progetto intenso e riflessivo, capace di coniugare il cantautorato pop con sonorità elettroniche e indie. Attraverso testi che esplorano fragilità emotive, relazioni complesse e momenti di introspezione, l’artista racconta un percorso personale e collettivo che riflette le contraddizioni della giovinezza contemporanea: la bellezza esteriore e l’infelicità interiore. In questa intervista, l’artista parla della genesi del disco, delle scelte musicali, della scrittura narrativa e della dimensione live delle sue canzoni.
Come nasce la dicotomia tra bellezza e infelicità nel titolo dell’album e cosa rappresenta per te oggi?
Nasce semplicemente guardando quella che è la realtà dei nostri giovani, che reputo da un lato esteticamente bellissimi, dall’altro interiormente felici e alle prese con i propri fantasmi interiori. Da questa riflessione sono poi venute fuori le canzoni che compongono questo album.
Nel disco il cantautorato pop incontra spesso sonorità elettroniche. Quali sono state le influenze principali che hanno guidato la costruzione del sound dell’album?
Sono da sempre fedele ai suoni del cantautorato. Per cercare di far suonare la mia musica quanto più vicino a quelli che sono i suoni del circuito indie, mi sono rivolto a Molla, che è stato il produttore del disco, e credo che abbiamo fatto proprio un ottimo lavoro nell’avvicinare la musica cantautorale a quella pop/indie.
In diversi brani dai voce a personaggi differenti, talvolta anche lontani dalla tua esperienza diretta. Che rapporto hai con la scrittura in prima persona e quella più narrativa?
Preferisco quella narrativa, e se devo raccontare qualcosa di me, la trasformo sempre in maniera indiretta. Non so perché lo faccio, forse credo di trovarlo più familiare e semplice.
Bellissimi e infelici racconta fragilità emotive, relazioni complicate e momenti di ritorno a sé stessi. C’è un brano che senti particolarmente rappresentativo di questo percorso?
In realtà no. Tutti descrivono una particolare situazione o sensazione e fanno parte di un percorso di scrittura molto lento durato diversi anni. Se proprio devo dirne uno, dico “Come stai”, il brano che chiude il disco e che credo sia il giusto epilogo e sintesi di quello che racconto.
Questo disco arriva a cinque anni di distanza dal tuo lavoro precedente. In cosa senti di essere cambiato, artisticamente e umanamente, in questo intervallo di tempo?
Sono sicuramente cresciuto, migliorando molte cose rispetto a cinque anni fa. Anche io ho fatto un percorso. Il mio primo disco non lo rinnego, anzi ci tengo molto, ma rispetto a quel tempo credo di aver raggiunto una maggiore maturità artistica.
Hai lavorato con diversi musicisti e producer alla realizzazione dell’album. Quanto è stato importante il confronto con loro nel definire l’identità finale del disco?
Il confronto nella musica è sempre importante. Ho collaborato con diversi musicisti che mi hanno dato il loro contributo e sono onorato di aver potuto ospitare la loro arte in questo album.
Come immagini la dimensione live di Bellissimi e infelici? Che tipo di esperienza vuoi offrire al pubblico quando porti questi brani sul palco?
Una dimensione molto acustica. Contrariamente a come suona il disco, in live ci stiamo presentando in trio acustico con un violoncello e due chitarre acustiche. Credo sia la giusta dimensione per far arrivare nel miglior modo possibile le canzoni all’ascoltatore.
