Green Day – Saviors / La recensione

Green Day Saviors copertina
di Davide Bolignano

Sono davvero tanti anni che seguo i Green Day, da fan, spettatore e musicista, e ogni qual volta sbucano fuori con l’annuncio di un nuovo album, il mio cuore si riempie di gioia e curiosità, ma anche di un certo timore che possano fare qualcosa che deluda le mie attese. Father of All…, il titolo precedente, mi aveva abbastanza deluso, e anche se da riascolti più recenti sono pronto a rivalutarlo su alcune idee, in molti brani non mi aveva affatto convinto. Il nuovo album si chiama Saviors, e vede alla produzione il grande ritorno di Rob Cavallo, già al lavoro su alcuni dei dischi di più grande successo dei Green Day.

Stando a quanto detto nelle interviste, Cavallo ha posto una domanda molto eloquente a Billie Joe: “Sei pronto a fare di nuovo la storia del rock ‘n roll?”. Eh, sì, perché se si tratta dei Green Day, oggi la parola “rock” non può che essere rappresentativa per loro, seppur la band mantenga attitudine ed elementi di matrice punk. Al mix troviamo un altro benvoluto ritorno: Chris Lord-Alge, storico ingegnere del suono, papà sonoro di dischi come American Idiot, 21st Century Breakdown, ma anche The Black Parade dei My Chemical Romance.

Quando si preme play sull’album, questo si apre con una doppietta di singoli già usciti negli scorsi mesi: The American Dream Is Killing Me e Look Ma, No Brains!, tracce che evidenziano subito due lati dei Green Day: nel primo, un power rock da slogan abbastanza uptempo, abbiamo un pezzo con un contenuto “sociale” più epico, figlio della quota “americanidiottiana” per così dire; nel secondo troviamo invece un lato più rapido, catchy e vivace, un pezzo più punk rock in sé, anche se il testo cela un lato più cupo di quello che potrebbe farci sembrare la musica. Discorso a parte per la terza traccia Bobby Sox, dolce in alcuni punti ma molto sapida in altrettanti; sentirete nei ritornelli cantare un Billie forse come non lo avete mai sentito, con un timbro molto graffiato verso lo scream, che va veramente in alto. Bella, diversa, e sa molto di Weezer anni ’90: un’ottima spruzzata di California all’inizio del disco.

Si continua con One Eyed Bastard, un pezzo molto vario, che ha sia parti che ti potresti aspettare dai Green Day sia altre che sono una vera e propria novità, come il riff hard rock con cui si apre il brano, ma anche il ritornello punk, il piano nelle strofe, e un bridge strumentale veramente compatto e potente, da farti fare headbanging, con un testo esplicitamente vendicativo e nichilista. Ho sentito in giro più di una persona definirla la “Holiday di questo disco”, ma a me non piace andare a cercare questi paragoni, poco utili per dare attenzione alle singole cose ed entrare in contatto con loro.

La traccia cinque, Dilemma, è il singolo che ha ricevuto più apprezzamento da parte dei fan, e sono certo che sarà una delle canzoni di riferimento per l’album anche in futuro. È una canzone in cui Billie canta con sincerità schietta dei suoi passati problemi con l’alcol, e delle sue dipendenze, con un timbro potente, un po’ atipico rispetto al solito modo in cui siamo abituati a sentirlo, il tutto sorretto da martellate di accordi in drop D. L’apertura del pezzo, “Welcome to my problems / It’s not an invitation”, potrebbe essere la frase di un meme, ma al contempo cela la necessità di provare ad aprirsi davvero, senza metafore, esorcizzando le proprie sofferenze con una canzone.

Viene quindi il turno di 1981, pezzo che la band aveva già iniziato a suonare dal vivo la scorsa estate. È una traccia che sta crescendo nel cuore degli ascoltatori, e in effetti suona davvero forte! È forse uno dei pezzi più in linea con i classici Green Day, ma ha davvero un mix e una velocità irresistibili. In Goodnight Adeline sento invece ritornelli possenti ed epici che si alternano a strofe semi-acustiche, dolci e tristi, molto Britpop, sicuramente una delle parti che mi hanno colpito di più di tutto l’album. Il suono del rullante in questo pezzo mi piace da matti, e mi fa ringraziare l’universo che Chris Lord-Alge abbia ripreso a essere il loro ingegnere del suono.

Se dovessi scegliere il mio brano preferito di tutto l’album direi probabilmente che è la traccia otto: Coma City. Ha suoni che sanno d’ispirazione punk inglese, ma ha anche la velocità e la pacca di un pezzo punk rock americano. Mi piacciono i Green Day che suonano forte, che cantano frasi forti, adoro il bridge strumentale con i passaggi ritmici di chitarre che si muovono come roller coaster per poi finire con frenate di basso dal suono perfetto, e nel finale quello che Tré Cool combina alla batteria non lo si sentiva dai tempi di Chump, un drumming selvaggio che cerca di usare il caos per mettere in ordine il brano. Probabilmente resta la mia traccia preferita proprio perché rappresenta la media perfetta di tutte le scelte fatte sull’album, e il testo ha dei punti coraggiosi: sentire Billie che manda con nonchalance a quel paese i multimiliardari che sperperano soldi per l’industria spaziale è sorprendente, è punk.

Corvette Summer è un brano che potrebbe tranquillamente rientrare nel classic rock come suono, qualcosa che mi rimanda ad album come Reckless di Bryan Adams degli anni ’80. Sa di canzone che ascolti in macchina per le vie di una città come Miami con occhiali da sole, finestrino abbassato e il vento tra i capelli. Troviamo un bel riff di chitarra, dei giri di basso molto pieni, ma la vera particolarità del pezzo è l’uso nel drum kit di una cowbell martellante, che diventa l’elemento musicale più rappresentativo del pezzo.

Suzie Chapstick rappresenta secondo me una delle vere e proprie “novità” di tutto il disco. La sua sabbia acustica accompagna ritmicamente tutta la canzone, in un midtempo sospeso in una notte vuota, fredda e solitaria, e se per la sperimentazione più acustica ho sentito più di una persona cercare il paragone con l’album Warning, posso dire che se Warning rappresentava la prova di maturità della parentesi anni ’90 della band, Suzie Chapstick può rappresentare tranquillamente l’esame di maturità dell’era post-American Idiot. Non posso non citare il notevole interlude di cori armonizzati, che suona nuovo per i Green Day e sa d’ispirazione inglese, quasi beatlesiana.

Strange Days Are Here to Stay, l’undicesima traccia, si apre voce e chitarra in palm mute, con un atteggiamento che ricorda un po’ l’effetto d’apertura di Basket Case. È uno dei pezzi più “comfort zone” dell’album, e sono certo che sarà molto apprezzato dai fan, perché rappresenta la quota punk emozionale dei Green Day. È il pezzo che contiene la frase citata in più articoli “Ever since Bowie died it hasn’t been the same”, che è uno slogan originale e potente per rappresentare il punto di vista dei Green Day su questi tempi strani, con parole che hanno il potere di coinvolgerci (sconvolgerci) tutti.

Con Living in the ’20s sembra si voglia approfondire il discorso iniziato nel brano precedente. Il pezzo mi ha sorpreso, è grintosissimo, con un riffone di chitarra, che è inevitabile dire che ricorda Horseshoes and Handgrenades. Del resto, nella storia dei Green Day le autocitazioni sono sempre accadute. Brano secondo me abbastanza forte, trascinante: le frasi che fanno riferimento alla sparatoria al King Soopers nel 2021 in Colorado scuotono la coscienza come un calcio in testa, che tutti quanti stiamo vivendo questi anni distopici.

“You’re a lighthouse in a storm, from the day that you were born, a promise, father to a son”, sono queste le toccanti parole con cui si apre Father to a Son, la vera ballad del disco. Billie Joe Armstrong, ormai quasi cinquantaduenne, è padre di due figli più che ventenni, e ascoltare un eterno giovane punk come lui che canta una dedica così emozionante ai suoi ragazzi non è la cosa più scontata che ci si possa aspettare dai Green Day. Se nel 2004 Billie cantava in Wake Me Up When September Ends la perdita del proprio padre, oggi, vent’anni dopo, il padre è lui che si ritrova a tirare un po’ le somme, ammettendo di aver fatto qualche errore, ma pronto a continuare a donare tutto l’amore del mondo ai propri figli. Il pezzo è orchestrale, acustico e imponente, e si sviluppa in crescendo, in un momento davvero commovente, e se i fan old school storceranno il naso a sentirli in queste vesti più mielose, resta senz’altro un limite loro, perché è davvero un brano ampiamente bello e interessante.

La title track Saviors, penultima traccia del disco dei Green Day, è il pezzo che fa più 21st Century Breakdown tra tutti, con questo ritorno dell’effetto radiolina come filtro sulla voce nelle strofe, che apprezzo molto quando si tratta dello stile punk della band post-2000, e al contempo con un sound molto British, con suoni di rullante belli grossi che si alternano a ritornelli corali e trascinanti. “Calling all saviors tonight… Will somebody save us tonight?” canta una voce esplosiva, ed è proprio appena prima della fine del viaggio, nonostante il caos dipinto nello sfondo dell’album, passando per i broken (american) dreams di un mondo impazzito, che sembra necessaria l’invocazione alla salvezza.

Fancy Sauce, la traccia di chiusura, è una delle più belle canzoni dei Green Day che abbia mai ascoltato: la progressione melodica che si apre in crescendo nei ritornelli mette la pelle d’oca, e nel finale catartico si sente tutta la potenza del loro nucleo di power trio. Qui Billie, Mike e Tré si liberano musicalmente, con fraseggi di chitarra in sottofondo rumorosi e geniali, scardinati e audaci, inseguiti da una sessione ritmica sfrenata e sciolta, con un’unica frase finale che ti si conficca in testa: “we all die young someday”. Una frase che suona significativa, strana e importante (rileggetela!), e che la stiano cantando questi tre rock and roll-heroes cinquantenni assume un significato ancora più illuminante, come se la musica, il rock, le nostre passioni, siano davvero gli unici “salvatori” possibili rispetto a una fine banale, diversa, più vuota.

Se siete arrivati a leggere sin qui avrete capito che l’album mi è piaciuto! E anche se sono un grande fan, alla luce della delusione per le ultime uscite, questo non era poi così scontato. Tengo a dire che la presentazione di Saviors come l’anello mancante tra Dookie e American Idiot è a parer mio più una trovata per appetire giornalisti e fan; non a caso siamo entrati nell’anno in cui ricorrono gli anniversari di quei dischi. I Green Day stessi hanno dichiarato che l’obiettivo del nuovo full length era quello di coprire il divario tra questi due poli della loro carriera, ma io non lo ascolterei obbligatoriamente con questa visione, con l’ansia da prestazione di questo paragone.

È un disco “power rock”, pieno di pezzi che hanno la chiave melodica per emozionare. Sento due diverse influenze su questo disco: la sponda americana, con elementi rock-pop delle coste statunitensi, e dall’altra parte la sponda inglese, influenza non casuale, perché gran parte di Saviors è stato registrato proprio a Londra ai RAK Studios. La sorpresa positiva è comunque che pur avendo attinto da generi musicali abbastanza datati, la band riesce a farli suonare sorprendentemente freschi e rinnovati, cosa non affatto scontata per una band con oltre trent’anni di carriera.

Saviors è un album suonato, dove è stato dato molto valore agli strumenti, nella loro essenza, cercando anche di non iper-produrre le canzoni: quando la band e Rob Cavallo si mettono a lavorare insieme accade qualcosa di speciale. L’unico punto parzialmente debole del disco a parer mio restano i testi, non in tutti i passaggi secondo me perfettamente a fuoco. È il miglior disco dei Green Day? È migliore di Revolution Radio o di altri dischi? Domande poco utili e soprattutto molto personali. I pezzi sono tanti, e devo dire anche abbastanza vari in sé, e meritano più di un ascolto per farsi un’opinione.

Una parentesi la merita anche la copertina del disco. La foto è uno scatto del fotografo inglese Chris Steele-Perkins durante una rivolta nel periodo dei Troubles in Irlanda, che ritrae un ragazzino su Leeson Street, a ovest di Belfast, nel 1978. Il volto del ragazzino è stato modificato con Photoshop, ed è una foto paradossale, perché il soggetto, nonostante la situazione, si mostra sorridente, birichino con ancora una pietra in mano, esibendo gestualmente una disillusa resa emozionale alla terribile situazione di caos e rivolta che stava accadendo intorno.

Non mi sembra di aver letto molte interviste recenti dove i Green Day spiegano il perché della scelta di questa fotografia, se non una per Rock&Folk nella quale ci raccontano che quello scatto li ha colpiti. È un’immagine di stasi: cosa farà il bambino con quella pietra? È lui il salvatore tanto atteso? O è semplicemente un’altra vittima del sistema che segue la strada che gli suggerisce la situazione circostante?

Durante il preascolto che ho avuto occasione di fare presso la sede della Warner come “inviato” di Green Day Italy, Andrea Rock di Virgin Radio fa anche notare un altro dettaglio interessante, ovvero come la prima traccia The American Dream Is Killing Me sia molto d’ispirazione Stiff Little Fingers, una band punk rock -non a caso- proprio irlandese. E aggiungo che usare uno scatto fotografico come copertina di un album riprende anche una tradizione di copertine di dischi punk hardcore di matrice DIY. Dopo aver ascoltato per intero l’album, il gesto del ragazzino ritratto lo trovo più legato ai pezzi di quanto mi aspettassi, un po’ come se potesse rappresentare tutti noi, sopraffatti da una rassegnata tranquillità, nel bel mezzo dei problemi della vita e della società, con una pietra in mano, che probabilmente è stata del tutto inutile per difenderci, dove tutto resta ancora imprevedibile.

In tutti questi ultimi giorni sono stato in un contatto veramente forte con queste canzoni, camminando in lungo e in largo tra di loro, e stavo pensando che alla fine, tra tutte le cose, sono davvero felice di avere l’opportunità di ascoltare, in questa misteriosa esperienza che è la vita, le canzoni dei Green Day, e che queste abbiano tutto questo potere di emozionarmi. Alla fine secondo me sono proprio tutte le cose, le persone, le esperienze della vita, le canzoni che amiamo e con le quali ci connettiamo, che in un modo o nell’altro ci salvano, ogni giorno: sono loro i nostri “salvatori”. Salvare è un atto immenso, e non penso affatto che l’album sia stato messo in piedi con la pretesa di farlo, ma con la dolcezza di condividerlo, di consegnare un messaggio.

Ascolta qui sotto Green Day – Saviors!


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