Virginia from J e il coraggio di esporsi

Dopo anni di scrittura custodita lontano dai riflettori, Virginia from J porta finalmente alla luce il suo EP “Nella corrente”. Un lavoro breve ma denso, nato da un’urgenza espressiva che ha trovato forma con i suoi tempi, costruendo lentamente un’identità precisa.
I tre brani, pur nella loro autonomia, si riflettono come variazioni sul tema del rapporto con sé e con l’altro: la difficoltà di riconoscersi, la sensibilità come condizione che attraversa e talvolta travolge, fino al conflitto tra intenzione e azione quando la cura dell’altro entra in tensione con il proprio sentire. Una scrittura che procede per immagini evocative e lascia spazio all’interpretazione, restituendo un’esperienza emotiva continua, in cui la lingua italiana si inserisce in un ambiente sonoro internazionale.
“Nella corrente” sembra raccontare un momento di passaggio. Quando hai capito che era arrivato il momento di far “emergere” questi brani? E perché proprio adesso?
Ciao! “Proprio adesso” perché era il momento giusto 🙂 Risposta paracula haha.
Le canzoni esistevano già e “premevano”, come debuttanti ansiose di trovare l’abito adatto per il loro ingresso in società. Però avevo paura di rivolgermi a qualcuno per produrle: temevo di non riconoscerle più e che finissero per assomigliare a molte delle canzoni che escono ogni venerdì.
Ogni scelta è un percorso, almeno per quanto mi riguarda. Non esiste il “detto, fatto”: il mio modo di funzionare prevede ascolto interno, osservazione della situazione e la formulazione di una serie di valutazioni prima dell’azione. Quindi passa sempre un lasso di tempo, più o meno ampio, fra il momento in cui prendo una decisione e quello in cui agisco.
Poi, in verità, seguo sempre il sentire, il cuore.
Quando è terminata la collaborazione con il progetto con cui suonavo da diversi anni, il desiderio di trovare un sound, un contenitore per alcune mie canzoni, è esploso in modo esponenziale. A quel punto mi sono attivata per realizzarlo.
Cosa succede a una canzone mentre resta in attesa?
Non penso che una canzone rimanga davvero “in attesa”, credo che semplicemente “sia”. Quando sento che una canzone è finita, non la tocco più. Posso rimaneggiarla, nel senso di cambiare il modo in cui la suono o la canto, ma il succo resta quello.
Magari non è completa da un punto di vista formale o strutturale, può mancare un bridge o uno special, ma non me la sento di rimetterci le mani dentro, perché la sua essenza appartiene al momento in cui l’ho scritta.
Mi rendo conto che sia un processo molto personale e che ognuno abbia il proprio modo di lavorare. Ci sono canzoni che restano incomplete per anni, poi un giorno ci rimetti mano e le chiudi.
Come hai cercato di lavorare sull’equilibro tra intimità e condivisione?
Sono componenti che ricerco nella vita, anche fuori dalla scrittura. Ho imparato a mantenere il contatto con le mie cose più intime e, allo stesso tempo, a proteggerle, e so quanto la condivisione possa arricchire l’esperienza e la visione, possa lenire e far sentire meno soli.
Se rimaniamo nella nostra torre d’avorio, pensiamo che certe emozioni e sentimenti appartengano solo a noi, mentre nella maggior parte dei casi si tratta di elementi comuni che, quando condivisi, possono creare ponti fra le persone e diventare, talvolta, salvagenti.
La costruzione sonora è stata sviluppata insieme ai produttori Giuliano Vozella e Claudio La Rocca. Come è stato lavorare con loro e in che modo il tuo progetto ne è stato arricchito?
È stato un percorso. Giuliano e Claudio sono due persone ispirate, professionali e competenti. Io sono molto riservata, quindi l’avvicinamento è stato graduale, ma ho trovato ascolto e capacità di “stare” senza forzare nulla. Anche in studio mi sono sentita molto a mio agio.
Nonostante non ci conoscessimo da prima, il lavoro con loro è stato molto fluido: io e loro, tre entità, direi anche piuttosto consapevoli e col proprio punto di vista, che hanno collaborato in ascolto reciproco e capacità di confronto.
Il loro apporto è stato molto importante per il risultato finale: io suonavo già questi brani dal vivo, in alcuni open mic o durante serate in cui facevo principalmente cover, quindi li “conoscevo” in un certo vestito. Giuliano e Claudio mi hanno offerto una prospettiva nuova. Io non mi sono chiusa alla mia visione, ma ho dato fiducia al processo e mi sono mossa dentro acque rinnovate.
Alla fine le ho riconosciute ancora di più come mie creature.
La scelta di mantenere un suono essenziale è stato il frutto di una ricerca estetica o più di una necessità espressiva?
Sono due facce della stessa medaglia. Per quanto mi riguarda, la forma non è mai disgiunta dalla sostanza. Come nei testi, nella scelta delle immagini o delle parole che uso, suono e senso devono viaggiare insieme. Così anche nell’arrangiamento: la scelta dei suoni, degli strumenti, del calore delle frequenze, deve essere coerente con ciò che racconta la canzone.
Hai scelto anche di parlare della tensione che spesso si percepisce quando la cura dell’altro entra in conflitto con la cura di sé. È un conflitto ancora aperto per te o sei riuscita a trovare il giusto compromesso?
Non lo so, hahah. Il mio modo di vivere prevede il continuare a camminare e cercare di migliorarmi. Con “miglioramento” intendo aderire sempre di più a me stessa, superando le difficoltà quotidiane, le imposizioni sociali, i condizionamenti etc… rimanendo in un contesto di rispetto e cura nei confronti dell’altro.
In questo senso ti direi di sì, mi sento cresciuta. Riesco a comunicare la mia posizione anche quando so che potrebbe recare sofferenza all’altro, perchè sono consapevole che questa sofferenza, nella maggior parte dei casi, dipende dalle aspettative che l’altro ha su di noi. La libertà passa anche attraverso la delusione dell’altro.
Molte persone vivono aspettandosi comportamenti, scelte o contenimenti da parte degli altri.
Io cerco di percorrere la mia strada, consapevole che a volte perderò qualcuno per questo. Ma allo stesso tempo, quelle che rimangono sono le persone con cui posso essere serena e autentica.
Quanto il tuo percorso fuori dalla musica ha influenzato la scrittura di questo lavoro?
Se con “percorso fuori dalla musica” intendi la vita in generale, ti direi al 100%.
Se invece intendi studio e lavoro, allora avrei qualcosa da dire. Mi hanno detto: “Scrivi così perché hai studiato psicologia”, ma in realtà è il contrario… Ho scelto di studiare psicologia e di lavorare in un certo ambito proprio perché la mia attitudine, il mio sguardo sulle cose e la mia capacità di ascolto vanno in una determinata direzione.
Non avrei potuto studiare economia o fare la commerciale di qualcosa. Ho sempre avuto una forte attrazione verso la verità, la giustizia e il desiderio di vedere le persone stare bene e in armonia con loro stesse.
