Vaeva – Preda dei venti / La recensione

Preda dei venti meneghini, incontri i Vaeva all’Alcatraz. Siete al concerto degli ormai storici Ministri, e realizzi che loro hanno 43.800 follower su Instagram, mentre i Vaeva – quintetto classe 2005 che ha da poco pubblicato l’EP Preda dei venti – volano a quota 66.500. Questo strano accostamento non lo faccio a sproposito: il cantante dei Ministri, Divi, è anche un ottimo produttore – vedi alle voci Il Corpo Docenti ed Elettrica, per dirne alcuni – e tra i suoi pupilli ci sono proprio i Vaeva.
Approfitto quindi dell’uscita di Preda dei venti per capire se i cinque brianzoli siano un fenomeno social destinato a svanire tanto in fretta quanto velocemente è esploso, oppure se abbiano effettivamente un impatto sulla scena musicale di oggi, al di fuori degli schermi. Per capire in chi, o cosa, si traducano gli oltre sessantamila seguaci digitali.
Cinque ragazzi con la chitarra
Preda dei venti presenta sei tracce, di cui tre inedite. I singoli che erano usciti finora ci hanno fatto conoscere le varie personalità dei Vaeva: (non) mi piace mostra la parte più sbarazzina della band – diciamo sulla scia di Etciù e Fingere di ridere, le canzoni grazie a cui sono diventati noti; C’era il temporale esplora il loro lato più intimo, un mettersi a nudo di cui forse non li si sarebbe creduti capaci, e che invece gli si adatta alla perfezione; Acchiappasogni è un’ottima sintesi di queste due anime, riuscendo a consegnare una visione malinconica della vita a ritmi energici e movimentati.
Questo mix di emozioni ed espressioni è riproposto in Briciole, inno a chi non si accontenta di “vivere per sopravvivere” in questa società malata. Ma i gioielli dell’EP sono posti in apertura – Per lasciare andare (TARARA) – e chiusura – In bianco e nero –: canzoni d’amore in cui il sentimento dolceamaro degli addii e degli innamoramenti è convogliato con una sensibilità pazzesca, melodie orecchiabili che entrano in testa senza diventare tormentoni, e una freschezza che nel 2025 davvero pochi hanno.
Dopo essersi fatti conoscere per la loro disinvoltura tardoadolescenziale, i Vaeva dimostrano di saper maneggiare anche giri di motore più placidi, con contenuti profondi e testi problematizzanti. Spiace scomodare un concetto così inflazionato come quello di maturità (per loro che la maturità, quella dietro i banchi di scuola, l’hanno affrontata mentre scrivevano alcune di queste canzoni); ma di sicuro, rispetto al primo EP done in cui tentavano di trovare un proprio stile mescolando italiano e inglese, i ragazzi si sono raffinati, mostrando grande cura e consapevolezza nel progetto.
Ricordo che in prima liceo una mia compagna tradusse venti secundi come «in venti secondi», anziché «i venti favorevoli». I Vaeva, invece, in un’intervista a Deserto Sonoro hanno suggerito che il titolo dell’EP si può intendere anche come preda dei vent’anni: e l’ho trovato bellissimo, perché effettivamente riescono mettere in musica le paure e le angosce di questo mondo, e al contempo la loro voglia di mordere la vita.
Preda delle etichette
I Vaeva sono stati etichettati come indie rock, anche se cosa sia l’indie rock nessuno davvero l’ha ancora capito. A me piace più alternative rock, per quanto ultra-comprensivo sia (almeno tanto quanto Rock Italia di Spotify, sulla copertina della quale – avete indovinato – i nostri ventenni sono approdati più volte). Ma indie, effettivamente, lo sono nel significato “originario”, perché Preda dei venti è un EP rigorosamente self-released, anche se riusciamo a immaginare che a breve le label smanieranno per aggiudicarseli. Ad ogni modo i Vaeva macinano consensi non solo nella scena rock, ma nei sotterranei (e anche ai piani superiori) di ogni genere, dal pop all’urban.
L’etichetta che faranno fatica a scostarsi di dosso è quella famigerata – e inevitabile, soprattutto quando si è giovani – di artisti emergenti: un’espressione da rigettare con decisione, preferendole quella di sommersi. Altrettanto inevitabile, quando hai così tanti follower, è l’etichetta di TikTok band: ma solo chi si arresta alla superficie dei numeri non riuscirà a vedere la qualità dietro al lavoro dei Vaeva.
Okay, va bene tutto, ma questi benedetti ragazzi il palco lo sanno tenere? Tra pub, centri sociali, stazioni della metro e festival (MI AMI in primis), il loro rodaggio dal vivo lo stanno facendo. E chi ha assistito ai loro live non potrà che confermare quanto riescano a sprigionare un’energia invidiabile: schegge impazzite pronte a prendersi il mondo. Chi non l’ha fatto ancora ne avrà l’occasione i prossimi mesi, perché il quintetto sarà in giro per l’Italia in occasione del Preda dei venti Tour.
Cari Vaeva, che i venti della musica italiana vi siano favorevoli.
